Hype ↓
15:34 giovedì 8 gennaio 2026
I fan Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.
Durante un raid a Minneapolis gli agenti dell’Ice hanno ucciso una donna che stava scappando e il sindaco ha detto che è meglio per loro se ora «si tolgono dalle palle» «Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.
Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.

Quel che resta del palinsesto

I canali tematici, il web, l'on demand. Come si sta evolvendo il nostro concetto di programmazione televisiva nell'era dei contenuti diffusi e del binge watching. Un estratto dal saggio Palinsesto di Luca Barra, che esce per Laterza.

13 Febbraio 2015

È da poco uscito per Laterza il saggio Palinsesto. Storia e tecnica della programmazione televisiva, di Luca Barra. Proponiamo qui un estratto dal quarto capitolo, dedicato alle prospettive future. Buona lettura

Il palinsesto, così come gli strumenti e le tecniche mediante cui è progettato e costruito, non è qualcosa di fisso e immutabile, ormai è chiaro: le regole, le strategie, le abitudini, i tratti distintivi delle reti e della loro programmazione sono piuttosto il risultato di un processo storico articolato e complesso, con aspetti specificamente nazionali e fattori condivisi, e con permanenze, cambi di rotta e contraddizioni che dipendono dalla struttura del sistema televisivo e mediale, dalle pratiche di fruizione, dai progetti e dagli obiettivi degli addetti ai lavori. La variabilità è un elemento intrinseco, quasi scontato, non soltanto nelle tecniche di composizione di scalette e griglie, ma anche nella stessa evoluzione storica di un’operazione di continua scrittura, modifica e riscrittura a più livelli.

Di più, almeno a partire dai primi anni Novanta, il palinsesto – sia nel mondo, sia in Italia – è messo, spesso anche radicalmente, in questione: a ripercorrere il discorso pubblico e a leggere le analisi di tipo giornalistico, o talvolta anche accademico, la struttura dei programmi e degli altri contenuti sottesa alla messa in onda pare essere il punto debole del piccolo schermo, e l’attacco a essa il grimaldello con cui scardinare abitudini e pratiche fruitive che parevano immutabili. Di fronte allo sviluppo, all’avanzata e poi allo stabile radicamento del web e dei media digitali nei consumi di ampie parti del pubblico, in molte analisi il palinsesto è morto, e anche la televisione non si sente troppo bene. L’artigianato del collocare programmi e comporre scalette, la scienza di dare forma e struttura a un’esperienza che sarà di flusso, l’insieme articolato di leggi e convenzioni diventa, nel mondo digitale, poco più di un vecchio arnese, uno strumento arcaico e ormai obsoleto a fronte delle molteplici opzioni rese possibili da piattaforme, strumenti e device che (retoricamente) mettono in primo piano le capacità di scelta libera e indipendente di un’audience sempre più attiva e partecipe.

Come la televisione, il palinsesto è ancora lì, e vi resterà a lungo: è però uno strumento diverso, più complesso da definire.

Come ogni luogo comune, anche questa diffusa interpretazione, che vede opporsi da più di vent’anni la «vecchia televisione» e i «nuovi media», contiene numerosi elementi degni di nota, evidenziando (anche se in modo spesso troppo radicale) cambiamenti nei comportamenti e nelle attese del pubblico, inedite priorità e attribuzioni di valore, e in generale la percezione condivisa di un’avvenuta rivoluzione. Al tempo stesso, però, osservando più da vicino i fenomeni, le direttrici appaiono molto meno nette, a comporre un quadro certo meno schematico – ma proprio per questa ragione, in fondo, molto più interessante – fatto di contaminazioni reciproche, sovrapposizioni inattese, resistenze inerziali e insieme della messa in discussione di rendite di posizione che parevano consolidate. Come la televisione, il palinsesto è ancora lì, e vi resterà a lungo: è però uno strumento diverso, più complesso da definire e forse meno potente nei suoi effetti, sotto il fuoco incrociato di varie spinte centrifughe, al centro di mutamenti e cambi di pelle costanti, ma anche inaspettatamente resiliente, capace in modo costruttivo di ritagliarsi un nuovo valore e uno spazio differente nella costante evoluzione dello scenario. […]

La complessa sfida della tv contemporanea è di ricostruire un flusso sempre più disperso, di offrire appuntamenti di visione e «scelte facili», di mantenere la centralità accettando il mutato campo di gioco.

Le strade per riuscirci sono molte, anche se non sempre facili da percorrere, e puntano proprio sulle funzioni che tuttora rendono necessaria – e importante – la sequenza ordinata dei programmi. Lungi dall’abbandonare il palinsesto, il piccolo schermo deve piuttosto farne un punto di forza, un tratto distintivo e caratteristico, forse persino il suo «specifico» in un mondo digitale.

Le serie e le sitcom di importazione, sparse tra più canali e piattaforme, disponibili nell’on demand e spesso scaricate illegalmente, non sono in realtà l’esempio della massima libertà fruitiva. Il palinsesto non è più imposto in modo centralizzato, ma selezionato volontariamente.

In primo luogo, attraverso il palinsesto il mezzo televisivo può sottolineare (e persino imporre) la sua capacità di sincronizzazione, fissando temporalità, abitudini e appuntamenti condivisi per l’intera platea nazionale o, in modo più ridotto, per singoli gruppi e comunità specifiche. […] Basti pensare agli eventi sportivi e spettacolari, o all’informazione e al rito del telegiornale della sera (che resta rigorosamente alle 20). Ma ogni programma può diventare a suo modo un appuntamento da non perdere, un contenuto da vedere per poterne parlare il giorno dopo con amici e colleghi – la televisione del watercooler, il distributore d’acqua, in Italia sostituito dalla macchinetta del caffè –, il tassello utile a sentirsi parte integrante di una comunità ancora «immaginata», ma secondo direttrici differenti. […] E le serie e le sitcom di importazione, sparse tra più canali e piattaforme, disponibili nell’on demand e spesso, almeno da una parte degli spettatori, scaricate illegalmente, non sono in realtà l’esempio della massima libertà fruitiva ma consentono piuttosto una scelta tra più palinsesti, al plurale: un’alternativa al binge viewing, talvolta forzata (se la serie è ancora in onda con episodi inediti), è infatti il riallineamento su un palinsesto specifico – che può essere quello della televisione pay free, oppure quello statunitense, da sondare con attenzione nell’attesa della messa in onda di una nuova puntata –, con lo spettatore che tende a scegliere con cura una temporalità di elezione e a seguirla con fedeltà. Il palinsesto non è più imposto in modo centralizzato, ma selezionato volontariamente. Si moltiplica, ma non esaurisce le sue mansioni.

Una seconda funzione fondamentale del piccolo schermo è quella di fornire una «bussola», uno strumento diorientamento all’interno di un panorama complesso, caotico e sovrabbondante, dove è facile perdersi (e quindi perdere contenuti potenzialmente interessanti). Di fronte all’information overload, alla complessità di un’offerta di testi e programmi in costante evoluzione e perennemente aggiornata, la griglia della programmazione offre un approdo sicuro. Lo spettatore rinuncia, almeno in parte, alla sua libertà potenzialmente infinita di selezione dei contenuti – comunque faticosa, dispendiosa in termini di tempo e di risorse – e si affida alle mani esperte e sapienti di chi compone i palinsesti. […]

Se l’on demand, e per alcuni aspetti anche la tv tematica in senso forte, sono lo spazio della specializzazione e della scelta, la televisione generalista o le reti rivolte a target e comunità di interesse hanno una ragion d’essere distinta, che consiste nel loro ruolo di guida, accompagnatore, selezionatore di proposte e contenuti che possono risultare interessanti. Il palinsesto evita qui il rischio di una «balcanizzazione», un ripiegarsi dello spettatore su se stesso e su ciò che è già sicuro di apprezzare, e offre il rischio (ma anche la soddisfazione) della sorpresa. […]

Infine, la televisione «tradizionale» è ancora lo spazio del primo incontro con il programma. È una naturale conseguenza degli altri punti: della creazione di appuntamenti sincronizzati, del ruolo di guida nello scenario complesso, della costruzione di scalette chiare e omogenee. Ed è insieme una condanna e un grande punto di forza per i broadcaster, che devono necessariamente tenerne conto. La generalista è infatti la «matrice potenziale» di tutte le proposte televisive, dalle reti tematiche all’on demand. Insomma, è nei palinsesti delle reti che trovano spazio prodotti innovativi, o anche solo titoli e programmi nuovi di genere e tipologia consueta: la tv resta così il solo spazio in cui il pubblico può incontrare, vedere per la prima volta, valutare e soppesare qualcosa che ancora non conosce. Soltanto in un secondo momento, una volta «saggiato» il programma, deciderà come proseguire nella visione tra le molte scelte disponibili, fidelizzandosi all’offerta di palinsesto o piuttosto cercando di anticiparla, spostandosi su altre piattaforme o settandosi su temporalità differenti.

Una pratica che per certi versi somiglia allo showrooming, l’utilizzo dei negozi per saggiare le merci in vendita che poi si acquisteranno online, e che trasforma il palinsesto delle reti in una «vetrina» di proposte molteplici. Ma proprio per questo la strada per i broadcaster è tenere accesa, piena e brillante la loro offerta.

Articoli Suggeriti
Social Media Manager

Leggi anche ↓
Social Media Manager

Ripensare tutto

Le storie, le interviste, i personaggi del nuovo numero di Rivista Studio.

Il surreale identikit di uno degli autori dell’attentato a Darya Dugina diffuso dai servizi segreti russi

La Nasa è riuscita a registrare il rumore emesso da un buco nero

Un algoritmo per salvare il mondo

Come funziona Jigsaw, la divisione (poco conosciuta) di Google che sta cercando di mettere la potenza di calcolo digitale del motore di ricerca al servizio della democrazia, contro disinformazione, manipolazioni elettorali, radicalizzazioni e abusi.