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Lotta di classe anagrafica

Altro che destra e sinistra e impresentabili "sì o no", lo scontro decisivo per il futuro dell'Italia è solo uno: giovani contro vecchi.

Si divide il Partito democratico tra renziani e la minoranza interna della vecchia «ditta», si divide il redivivo centrodestra se debba essere o no Matteo Salvini a raccogliere il testimone da Silvio Berlusconi, si dividono i leader politici nell’analisi del voto di domenica (come sempre hanno vinto tutti) e si divide l’opinione pubblica sulla lista degli impresentabili di Rosy Bindi.

Senza titolo1In realtà l’unica vera divisione che dovrebbe preoccupare il premier Renzi, tanto più dopo le ultime amministrative, è quella tra giovani e vecchi. Certo è una guerra atipica, scivolosa. Si consuma ogni giorno sottotraccia, fa quasi mai rumore ma è una guerra (fredda) a tutti gli effetti. Il conflitto è tabù perché attraversa ogni famiglia mettendo contro genitori e figli, si è sempre preferito occultarlo dietro il welfare informale dei nonni e di mamma e papà, edulcorandolo con espressioni rassicuranti come “patto generazionale”. Per tanti anni il materasso di fortuna ha attutito il dissidio latente, ma ora il sistema sta esplodendo. Matteo Renzi per primo sa bene che solo la capacità di affrontare e risolvere questa vera e propria guerra di classe anagrafica darà la misura e il senso della sua stagione a Palazzo Chigi. Poche storie. Si è fatta per questo la rottamazione, no?

Una volta, tanti anni fa, Mario Monti disse che i giovani in Italia dovrebbero fare la rivoluzione. Quell’espressione fece scalpore sulla bocca di un paludatissimo prof bocconiano quintessenza dell’establishment (al tempo Monti era commissario europeo e l’avventura politica di là da venire) ma ebbe il merito, forse inavvertitamente, di anticipare una delle grandi emergenze dei nostri giorni, la nuova lotta di classe che è tutta generazionale, l’anagrafe al posto del Sol dell’Avvenire, tipica di ogni società bloccata dove la rendita (pensioni, affitti, risparmio gestito) supera i redditi da lavoro. Dove il debito pubblico ipoteca il futuro di tutti, dove non c’è più da un pezzo la crescita Senza titolo2economica e quella attuale “da zero virgola” è frutto di una congiunzione astrale quasi irripetibile (il Quantitative easing di Mario Draghi, il calo del prezzo del petrolio, i tassi di interesse al minimo e  la ripresa dell’industria automobilistica), dove la disoccupazione giovanile falcia le generazioni più istruite della storia (tra il 2000 e il 2012, la percentuale di laureati nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni è cresciuta dall’11% al 22%), dove l’incremento della spesa previdenziale è speculare al calo della spesa per l’istruzione e dove la fascia di età che ha registrato il maggior cumulo di ricchezza nell’ultimo ventennio è, guardacaso, quella degli anziani over 65.

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Eppure in Italia sembra più utile dividersi sugli impresentabili e calcolare quanti voti hanno preso, e chi di loro è stato eletto.


Mario Monti in quello scorcio di fine secolo si riferiva principalmente alla zavorra del debito pubblico centrando un tema che la crisi, dieci anni dopo, avrebbe fatto esplodere: in assenza di crescita sostenuta del reddito, la distribuzione delle risorse sarebbe stata sempre più a svantaggio dei giovani. Per questo ogni volta che si affrontano i nodi del mercato del lavoro e del sistema previdenziale in Italia riaffiora senza volerlo il conflitto generazionale. Matematico. Guardiamo queste altre due tabelle che si fermano sostanzialmente al periodo pre crisi (dopo la situazione è persino peggiorata). Un confronto del reddito per fascia d’età nell’arco di un ventennio e il reddito relativo dei 30enni rispetto a quello medio. Le fonti sono Istat e Bankitalia.

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Spesso i grafici rivelano più di mille parole cose interessanti e descrivono in questo caso un campo da gioco dove si vedono chiaramente vincitori e vinti. Come detto prima, nell’arco dell’ultimo ventennio il reddito equivalente degli individui anziani è passato, in termini relativi, dal 95 al 114% della media generale. Anche la posizione dei cosiddetti baby boomers (55-64 anni) socializzatisi con le proteste del ‘68, è molto migliorata (+18 punti). Per le classi di età più giovani, invece, il reddito equivalente si è abbassato bruscamente: 15 punti percentuali per la classe di età 19-35 anni e 12 per quella 35-44 anni.

In sostanza quel che 30-40 anni fa facevano i nostri genitori alla nostra età, oggi è difficilmente replicabile se non da una piccola minoranza di under 40. È crollato il potere di acquisto, la continuità occupazionale si è rarefatta, l’ascensore sociale si è inceppato, le garanzie del welfare sbriciolate, la capacità di risparmio e di progettare la propria vita in un orizzonte mediamente ampio volatilizzata. Per la prima volta dal Secondo Dopoguerra la generazione dei figli (e dei nipoti) sta peggio di quella di nonni e genitori.

Questo dualismo anagrafico negli anni si è via via acuito, perché i giovani non sono una forza organizzata e particolarmente coesa, non portano voti compatti al mercato della politica, non fanno lobbying ma solo rumore di fondo. In più in Italia mancano i rottamatori in stile Renzi nei vari settori della società. Anzi, i 30-40enni migliori si sono fatti cooptare dal sistema avvolgente dei baby boomers e tant’è. Così ogni scelta di politica economica recente ha scaricato i costi sulle generazioni future, penalizzandole.

I giovani non sono una forza organizzata e particolarmente coesa, non portano voti compatti al mercato della politica

È stato così nel 1995 con la riforma Dini quando, piegandosi ai diktat sindacali, il governo dell’epoca salvò dal nuovo sistema buona parte dei lavoratori in attività (tutti quelli che avevano almeno 18 anni di servizio), ai quali fu garantito di andare in pensione col vecchio e vantaggioso metodo retributivo. È stato così con la flessibilità scaricata su una parte sola del mondo del lavoro, quella più giovane, produttiva e peggio pagata. Trascurata dai sindacati (ormai enti a protezione di vecchie tessere e pensionati) e utilizzata dalle aziende per risparmiare sul costo del lavoro e recuperare un po’ di efficienza perduta. È stato così con le politiche di sfoltimento di molte imprese che stanno incentivando esodi e prepensionamenti “ipotecando” i contributi dei lavoratori più giovani che mai potranno sognare quegli scivoli (e quelle pensioni).

È stato così con i ripetuti blocchi del turnover nella Pubblica amministrazione che hanno frenato l’ingresso di forze giovani e più competenti nella macchina ingolfata dello stato, tutelando solamente i diritti degli insider. È stato così con il «progressivo aumento dei contributi alla gestione separata Inps di professionisti e freelance, utilizzato dai vari governi come una sorta di bancomat ogni volta che c’era da coprire qualche nuova posta di bilancio», come ha ben scritto Dario Di Vico. «È successo ai tempi di Prodi con l’abolizione del cosiddetto scalone, con Berlusconi quando bisognava compensare gli sgravi all’apprendistato» e si ripeterà probabilmente con Renzi quando l’innalzamento dei contributi fino al 33%, previsto dal governo Monti, servirà a finanziare il varo dell’Aspi, una sensatissima misura di flexsecurity di cui però le partite Iva non potranno giovare.

Ed è stato così il mese scorso con la sentenza della Consulta che ha bocciato il blocco delle indicizzazioni delle pensioni tre volte superiori al minimo. Sul tema scabroso di quanto una decisione del genere danneggi ulteriormente le giovani generazioni il pezzo definitivo lo ha scritto Mario Sechi.

Senza titolo7Quando poi nel 2008 è arrivata la crisi e c’è stato da tirare la cinghia, il costo dell’austerità è ricaduto un’altra volta sui giovani, l’anello debole della catena, chiamati a fare gli scudi umani di insider e pensionati. Per tutte queste cose la lotta di classe anagrafica è la vera faglia che divide un paese per molti versi meraviglioso, ipotecandone il futuro. Dire di voler rottamare i sindacati e valorizzare il lavoro autonomo come fa il governo Renzi salvo continuare sulla vecchia strada, è solo la coda di una cultura politica che non ha il coraggio di scalfire due vecchi, decisivi tabù: la demografia e le pensioni.

Sulla demografia è presto detto, rimandandovi per le conseguenze economiche e sui conti pubblici a un bel pezzo di Francesco Cancellato. Nel 1971 i bambini italiani sotto i cinque anni erano quasi 5,5 milioni, oggi sono 3,3 milioni. Allo stesso modo, gli anziani con più di 65 erano 6,1 milioni, oggi sono più di 12 milioni. Una tendenza che nella crisi si è ulteriormente acuita: il tasso di natalità si è infatti ridotto del 7,4% tra il 2008 e il 2012 e del 4,3% nel 2013, nonostante l’apporto degli stranieri, che oggi contribuiscono per il 12% al totale dei bambini nati in Italia (nel 2008 erano il 4%). Risultato? Siamo il paese più vecchio d’Europa.

Sulle pensioni in questi mesi si è scritto molto anche se confusamente e con troppa demagogia. Come funziona il sistema italiano, che è a ripartizione e non dispone di alcun “tesoretto” accantonato, lo spiega bene questo video del professor Riccardo Puglisi. In sostanza le pensioni non sono un conto corrente in cui si deposita una cifra mentre si lavora, per riaverla, con gli interessi, quando si smette di lavorare. Le pensioni sono, appunto, un patto generazionale. Mio padre versa i propri contributi per pagare la pensione di mio nonno, io li verso per quella di mio papà, mio figlio per la mia (almeno in teoria).

Pensate adesso alla scena tipica di questi anni: un ragazzo/a giovane, mediamente istruito/a, che lavora per pochi soldi a singhiozzo facendo spesso il doppio e il triplo per compensare la produttività sotto i tacchi di molti 55-60enni che guadagnano infinitamente di più, sono praticamente intoccabili, spesso senza competenze per stare al passo delle nuove tecnologie ma si lamentano di tutto e tutti. Certamente non è solo questa la fotografia del mercato del lavoro italiano ma sono sicuro che tutti voi, guardandovi intorno, potreste ritrovare un pezzo della vostra esperienza professionale.

Domanda facile facile: perché mai i troppo pochi che lavorano oggi – se sono giovani lo fanno a tempo determinato con frequentissime interruzioni della regolarità dei versamenti contributivi – devono pagare coi loro contributi gli assegni previdenziali a chi col vecchio sistema continuerà ad avere pensioni pari anche al 90% dello stipendio dell’ultimo mese lavorativo, mentre chi paga oggi andrà in pensione a età molto più avanzate di loro con un assegno che potrebbe non coprire, dipende da come andrà il Pil italiano nel frattempo, che il 40 o il 50% di quanto guadagnava finché ha lavorato?

Perché mai tutti questi giovani, sapendo che tra 30-40 anni difficilmente qualcuno pagherà loro una pensione, almeno per come l’hanno intesa genitori e nonni, dovrebbero accettare supinamente, o sentirsi moralmente legati, a un patto generazionale così palesemente iniquo? Qualche mese fa Enrico Marro sul Corriere ha scritto una cosa interessante: «Quando nel 1969 fu introdotto il sistema di calcolo «retributivo», nessuno metteva in discussione che la pensione fosse un «salario differito», che cioè il sistema dovesse garantire a chi smetteva di lavorare un assegno di importo vicino a quello delle ultime retribuzioni. In una società in crescita, con un prodotto interno lordo che dal 1961 al 1973 era aumentato in media annua del 5% e il tasso di fecondità era di due figli e mezzo per donna, la pensione come continuazione del salario era ritenuta una conquista sociale e un frutto dovuto del Welfare».

Perché mai i giovani dovrebbero accettare un patto generazionale così palesemente iniquo?

Questo sistema entrò gradualmente in crisi col rallentamento dell’economia e l’invecchiamento della popolazione, finché nel 1995 la riforma Dini non solo tagliò la dinamica della spesa ma, introducendo il calcolo «contributivo», cambiò il concetto stesso di pensione. Che da «salario differito» divenne la «restituzione di quanto versato durante tutta la vita lavorativa», opportunamente rivalutato. Così fu stabilito per tutti coloro che cominciavano a lavorare dal 1996. Tutti gli altri, ossia la stragrande maggioranza, fu garantito di andare in pensione col vecchio e vantaggioso metodo retributivo. Potenza del sindacato, lo abbiamo ricordato prima.
Solo per i lavoratori giovani, quelli in attività da meno di 18 anni, si introdusse il sistema «misto pro rata», cioè la pensione calcolata col retributivo per i versamenti fino al 31 dicembre 1995 e col contributivo per i versamenti successivi. Pro-rata che la riforma Fornero ha esteso a tutti dal 2012, cioè 17 anni dopo la Dini, quando ormai era troppo tardi perché la gran parte dei lavoratori salvati nel ‘95 era già andata in pensione. Capito?

Giusto per dare qualche numero: i 15,7 milioni di pensionati nel 2013 a carico dell’Inps, che incassano 21 milioni di trattamenti perché in diversi casi si sommano (pensioni di anzianità, vecchiaia, superstiti), sono per 14,1 milioni del settore privato, il resto ex lavoratori pubblici. Dei pensionati “privati”, 12,7 milioni incassano un assegno maturato col sistema “retributivo”, cioè precedente alla riforma Dini citata. In sostanza, riassume sempre Marro: «I giovani oggi pagano le pensioni secondo il criterio del «salario differito» mentre loro riceveranno «quanto hanno versato in tutta una vita lavorativa» diventata nel frattempo precaria perché lavoro e pensione sono le due facce di una stessa medaglia, soprattutto nel contributivo».

Più si è precari meno si versa e meno si avrà di pensione. È un circolo vizioso, semplice. Il risultato, aggravato da sentenze come quella recente della Consulta, è un’enorme ingiustizia tra le generazioni. Ingiustizia tra coloro che beneficiano del “retributivo” invocando la sacra intangibilità dei diritti acquisiti e il contratto sociale da non violare retroattivamente, e i giovani che non capiscono perché debbano continuare a finanziare un sistema bacato che, nel frattempo, riduce di molto i loro stipendi netti.

La solidarietà intergenerazionale, che è alla base della previdenza pubblica, entra in crisi perché appare alle nuove generazioni a senso unico e, mai affrontata, anzi sempre negata, si trasforma in lotta di classe anagrafica. Ma non per i nostri giornaloni e la grancassa dei media, che si muovono con quel sussiego tra il moralista e il paternalista, tipico di chi sembra volerti dare una pacca sulle spalle dicendoti: «È bello vedere che voi giovani di trent’anni siete in grado di fare cose impensabili, tipo allacciarvi le scarpe e avere un lavoro…» (Quit The Doner).

Lo ha detto Enrico Mentana qualche tempo fa in un’intervista, a ragione. «Il giornalismo in Italia è una cosa fatta da sessantenni per sessantenni…». Una frase che contiene già la risposta. Si scrivono articolesse pensose sul futuro dei giovani ma poi l’ideologia dei diritti acquisiti fa premio su tutti.
Ah, dimenticavo un particolare importante. L’altro giorno una bella inchiesta del Sole 24Ore calcolava in 46 miliardi di euro l’anno il costo del sistema retributivo in termini di spesa pubblica mentre se sommiamo pensioni e trattamenti assistenziali e sociali erogati dall’Inps, il deficit a carico dei contribuente (in termini di differenza tra contributi raccolti e trattamenti pensionistici) è di 83,6 miliardi l’anno, come ricordava Alberto Brambilla. Quanto si può andare avanti così?

Per combattere la lotta di classe anagrafica bisognerebbe avere il coraggio di riscrivere il patto generazionale partendo da questi due tabù alla base degli sfracelli odierni: demografia e pensioni. Senza populismi, senza colpi di spugna ma guardando in faccia la realtà. Ci provò un paio di anni fa l’allora ministro del Lavoro Enrico Giovannini, parlando della disparità di diritti tra generazioni sui trattamenti pensionistici. «Qualcuno deve dire: “Qualcuno ha ricevuto troppo, sospendiamo la Costituzione, i diritti acquisiti non valgono più e rifacciamo la ridistribuzione”. Capite però l’enormità di cui sto parlando…?». Apriti cielo. Fu letteralmente ostracizzato e ammutolito.

Eppure non ci sono alternative se non si vuol bruciare un’intera generazione che vorrebbe stare al passo con quel che avviene all’estero. Celebrata mediaticamente ma nei fatti continuamente falciata. Questa è la divisione che dovrebbe preoccupare di più il governo e farlo correre ai ripari: la lotta di classe anagrafica. In realtà il premier sta rottamando mediaticamente la concertazione ma continua in qualche modo a parlare a quei mondi di riferimento: non tocca i pensionati che sono il blocco (ex) berlusconiano che probabilmente punta ad ereditare, crea di fatto tre diversi mercati del lavoro (insider, neo assunti e dipendenti pubblici) e penalizza le partite Iva del terziario avanzato (in teoria il bacino culturalmente più affine, che ha sognato la rottamazione), lasciandole fuori dall’ampliamento delle tutele del Jobs Act (perché non dipendenti) e dalla platea del bonus 80 euro.

Quel che si continua a non capire è che i giovani non sognano più di farsi irregimentare dalla culla alla bara come una volta. Nessuna ideologia neowelfarista o miraggio di posti fissi, solo non vogliono più giocare questa partita truccata. Vogliono avere le mani libere per organizzarsi e farsi una vita a dispetto dell’Inps e della retorica dei diritti acquisiti. Semplicemente, non si può continuare a tassare impunemente il futuro.

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