Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Lo smoking di D’Alema

A cena con l'ex presidente del Consiglio in versione vignaiolo, fra premi ritirati per lontane parti nobili della famiglia, corse da Zara all'ultimo minuto, Vissani, Bruno Vespa e il primato dell'enologia sulla politica.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino. «Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

MASSIMO D'ALEMA

Qui dovevo partecipare a questo Oscar del Vino 2014, massima kermesse nazionale del settore, in cui eravamo in nomination per il miglior vino dolce – o meglio, lo erano i miei cugini prestigiosi che fanno la Malvasia a Salina, e che con grande sprezzatura mi avevano incaricato di andare a rappresentare la famiglia nel caso avessimo vinto, in quanto bizzarro residente in Roma; e alla fine ci ero andato, anche per antiche aspirazioni verso rami più fortunati della famiglia – loro hanno la barca a vela, sono tutti alti e biondi e architetti, hanno un cognome esotico, sposavano delle Jackie Kennedy bresciane, negli anni Ottanta avevano i primi monovolume col portapacchi per le tavole da surf ed erano sempre abbronzati; noi invece avevamo la cascina a Brescia tipo Le Meraviglie, pure con papà cattivo e le api (questa è una storia di complessi sociali, evidentemente).

Quindi vado su per la Trionfale ancora sbarrata per nubifragi non più recenti, in Vespa, con il motore 125 che arranca; son vestito tutto Zara, perché l’invito intima «abito da sera per le signore, smoking tassativo per i signori», e io lo smoking non ce l’ho (anche se al cugino ho detto di sì) e me n’ero fatto prestare uno da un mio amico prestigioso, ma poi era larghissimo, quindi costruisco una specie di smoking fai da te da Zara, all’ultimo, vado a via del Tritone, un delirio, in mezzo al traffico: approfitto del servizio “personal shopper”, della pregiata casa spagnola, dunque un abito nero tipo poliestere 100%, con camicia bianca, a cui faccio un pratico orlo con la spillatrice, molto alto; sotto una calza Gallo a righe, con risultato forse hipsterissimo o forse Fantozzi alla festa del dobermann Ivan Il Terribile XXXII, peraltro a villa Miani, qui dietro, sempre a monte Mario, dunque filologico. (Rifletto anche che se sbaglio ad accendermi la sigaretta prenderò fuoco subito, con tutto quel sintetico).

Arrivato nella hall dell’ex Hilton, apprendo che l’Oscar del vino è di sotto, in una sala (sono da solo, avevo accettato anche per condividere con qualcuno l’esperienza surreale, ma poi salta fuori che ogni “più uno” bisogna pagare 200 euro, perché c’è Gianfranco Vissani che cucina; strano, penso, perché l’ex Hilton o Waldorf Astoria è notoriamente feudo di Heinz Beck, il cuoco che ha insegnato ai romani la sferizzazione e il sifone ma con giudizio. Mio cugino mi briffa: se vinciamo non dilungarti più di tanto sul vino che rischi di far figuracce, dì solo che è una Malvasia riserva raccolta a mano, ringrazi le Eolie che ci ospitano, due battute sul sole e sul territorio che ci ha accolto, fai una sorrentinata insomma (sono pure spiritosi e aggiornatissimi, i miei cugini vignaioli; mi brucia la battuta, io mi ero preparato una cosa ovvia tipo: «ringrazio Balotelli, il sindaco di Salina e i Talking Heads»).

La hall è al piano seminterrato, sempre con questo gusto Guerra Fredda, soffitti alti e stondati da bunker, parquet lucidi intarsiati a terra, sembra di essere alle Nazioni Unite o alla Design Week di Belgrado; mi aspetto che venga fuori Krusciov a battere la scarpa famosa sul tavolo. Invece, superato l’ingresso con gli accrediti, ressa di signori davvero in smoking e signore davvero in lungo, tipo Golden Globe o red carpet di Venezia, però qui siamo sotto terra. Ci sono dei valzerini in sottofondo, e a un certo punto sbucano dei paggetti e delle damine vestite tipo copertine di quei dischi Rondò Veneziano che andavano molto a Brescia negli anni Ottanta. Sul menu, si informa che «sarà la Compagnia Nazionale di Danza Storica ad accogliere gli ospiti durante la Notte delle Stelle (maiuscolo) dedicata al più importante Riconoscimento (maiuscolo) italiano del vino». Mi concentro sugli smoking; di fronte a me, a un certo punto, eccone uno di impeccabile fattura, con revers a lancia, di velluto; su scarpa inglese lucida, tipo Alden, e camicia con bottoni normali, dunque non regolamentare, dunque ottima sprezzatura. Alzo lo sguardo, è Massimo D’Alema.

Mi concentro sugli smoking; di fronte a me, eccone uno di impeccabile fattura. Alzo lo sguardo, è Massimo D’Alema

È qui evidentemente in versione vignaiolo, lo si è già perseguitato più volte sulle sue attività agresti, ha una tenuta in Umbria che si chiama proustianamente la Madeleine, si è stati, lo si era preso in giro per un manufatto un po’ da Milano 3, col cancello elettrico e il padellone del satellite e l’affettatrice Berkel.

Mi avvicino, non resisto. È impettito, elegante, ma rilassato, parla di uvaggi e solfiti con delle dame in veli rossi e un po’ sovrappeso, e pettinature vaporose, che gli fanno un piccolo crocchio intorno, con accenti toscani e veneti, e gli chiedono se lui l’uva la fa invecchiare in barrique e quanti ettari ha. E poi, tutte: «come l’è ironico, come l’è ironico». Lui sembra finalmente felice, ci son state le europee meno di una settimana prima, ma adesso si occupa solo di solfiti e barrique e forse finalmente si sente parte di qualcosa. Si siede, sono tutti tavoli tondi, tipo cena elettorale o di beneficenza americana, ma qui D’Alema è solo, ci son solo due signori al suo tavolo, io non resisto e mi siedo con loro. Mi siedo proprio alla sua sinistra, e lui però cortesissimo mi dice: guardi che qui dovrebbe esserci Riccardo; e Riccardo naturalmente – capisco dopo – è Cotarella, guru degli enologi italiani e suo personale alla Madeleine (oltre che di Bruno Vespa e di George Clooney); praticamente qui segretario generale dell’Onu. Il nostro è dunque il tavolo assolutamente più strategico; siamo serviti per primi, siamo proprio sotto il palco dove Fede e Tinto della trasmissione Decanter di Radio 2 iniziano subito con le premiazioni insieme con un signor Franco Maria Ricci presidente dell’Associazione italiana sommelier (niente a che fare coll’esteta parmense).

Ci son diciotto categorie da premiare: miglior bianco, miglior rosso, miglior rosato, miglior spumante, miglior dolce, e poi più tecniche (miglior etichetta, miglior rapporto qualità-prezzo, eccetera). I vini in nomination accompagnano poi tutti i piatti preparati da Vissani. Sul palco cominciano le premiazioni con le categorie tecniche – miglior innovazione, miglior addetto commerciale eccetera – e io cerco di capire come si fa, perché le premiazioni stanno andando a ritmo sostenuto e tra poco toccherà a me, nella categoria «vini dolci»; capisco che i nominati salgono sul palco accompagnati da una damina settecentesca (nel frattempo è partito un valzer di Strauss) che li porta a braccetto fino a una scala rivestita di moquette. I nominati si ritrovano in mano una targa bianca con scritto il nome della propria azienda, e la nomination.
D’Alema è paziente, calmo, Riccardo (Cotarella) è arrivato, e subito una sommelière va da lui terrorizzata praticamente inginocchiandosi chiedendo da quale vino vogliono iniziare, e si parte con lo spumante che poi vincerà, e dopo trenta secondi arriva questo spumante – al tavolo siamo io, D’Alema, Cotarella, il direttore del Tg2 Marcello Masi, mi pare – e arriva questo spumante, e ci viene versato, e nessuno ha il coraggio di pronunciarsi prima di D’Alema e di Cotarella, e l’atmosfera si paralizza per qualche secondo; al chè, tutti guardiamo D’Alema, e lui sussurra: «mi sembra che sappia leggerissimamente di tappo», pronunciando quel leggerissimamente spingendo in fuori le labbra come nel celebre diciamo, e scuotendo impercettibilmente la testa, sbattendo gli occhi, insomma tutto l’apparato di movimenti facciali che ce lo fa amare.

Al che, tutti guardiamo D’Alema, e lui sussurra: «mi sembra che sappia leggerissimamente di tappo»

Ovviamente, il panico: tipo cani pavloviani tutti allora cominciamo a dire che sì, certo, sa di tappo, sa molto di tappo, presto, bisogna fare qualcosa. Lui, soddisfatto: ma no, solo un pochino, eh, si rende conto di aver innescato un meccanismo devastante che però non dovrà gestire; la sommelière viene immediatamente richiamata, torna, terrorizzata, porta via immediatamente la bottiglia, e poi ci porta via i nostri bicchieri, e si scusa con Cotarella mortificata, lui la guarda come per dire non è niente non è niente, però vada, vada; arriva l’altra bottiglia, questa non sa di tappo, D’Alema sorride, adesso tutti ci possiamo rilassare.

Non so se è la paranoia data dal caldo del completo sintetico, o dal fatto che tra poco dovrò salire sul palco, ma mi sembra che D’Alema mi guardi, ogni tanto, con sguardo interrogativo; del resto son l’unico del tavolo che non conosce; io per non sentirmi in colpa mi ero presentato, ma il mio nome l’avevo detto sussurrando piano piano, non poteva sentire, così ero a posto anche con la coscienza. Chissà cosa pensa. Però qui sono già un po’ ubriaco: abbiamo degustato in sequenza: Franciacorta Extra Brut Cuvée Lucrezia Etichetta Nera 2004 di Castello Bonomi; un Metodo Classico Brut Rosé Riserva 2008 | CostaRipa; un Trento Brut 51,151 Moser di Trento – su Moser D’Alema fa una battutaccia: «il ciclista era un campione, il vino non mi pare all’altezza, diciamo». Tutti ridiamo molto. Io mi volto verso il direttore del Tg2 e gli chiedo se anche lui è un produttore, e dove hanno l’azienda, quello mi guarda pieno di tenerezza, però adesso con questa gaffe il mio status di produttore di Malvasia è corroborato e molto rispettato; nel frattempo arrivano i piatti vissaniani, Branzino crudo marinato, Gelato ananas e pepe nero. Un signore viene a omaggiare D’Alema; ha uno smoking vecchio stile doppiopetto e una vistosa dentiera, è un perfetto mix, di faccia, tra Jannacci e Giovanni Rana. E sul palco ha appena detto che D’Alema è a favore dell’immigrazione (oohhh tra il pubblico) perché ha importato pinot nero e altri vitigni non autoctoni nella sua tenuta umbra. Poi non soddisfatto scende e viene al nostro tavolo. Si apprende che è Angelo Gaja, tipo l’Obama del Barbaresco, vien lì e D’Alema si alza, cortesissimo, e Gaja gli dice «eh, presidente, non per forzare i tempi, ma dopo Einaudi l’Italia avrebbe bisogno di un altro presidente della Repubblica vignaiolo!». D’Alema si schermisce, forse si rabbuia un po’, forse un complimento enologico gli avrebbe fatto più piacere di quello politico.

D’Alema sta raccontando che «pensate, è arrivato un ordine da 1.000 bottiglie dalla Mongolia!»

Sono ormai abbastanza ubriaco – abbiamo mangiato i primi: Risotto con carciofi e mostarda di arance e Rigatoni Cacio e Pepe degustando bianchi e rosé; dunque nell’ordine Alto Adige Terlano Chardonnay 2000 di Cantina Terlan; Batar 2011 Querciabella di Greve in Chianti (Firenze); Trebbiano d’Abruzzo Vigneto di Popoli 2011 Valle Reale. E soprattutto mi accorgo che al centro del tavolo quella che io avevo scambiato per una glacette è invece la tragica sputacchiera da degustazione – quella, per intenderci, per sopravvivere al Vinitaly; io invece me li sono bevuti proprio tutti, i vini. E mancano ancora i rosè, prima della mia categoria, e cresce in me il nervosismo; intanto D’Alema sta raccontando che «pensate, è arrivato un ordine da 1.000 bottiglie dalla Mongolia! Dalla Mongolia, non c’è niente da ridere. È un mercato diciamo molto performante», e si riferisce sempre alla sua cantina Madeleine.

Nel frattempo il Blackberry di Cotarella comincia a vibrare; sul display compare la scritta Vespa Cell. e ovviamente è Bruno Vespa, e scrive sms tipo «lasciatemi fetta di torta con vino che arrivo ma che non sia Falerno (Falerno è il vino che fa Cotarella, c’è tutto questo humour goliardico molto maschile a tavola); intanto il corpo della Compagnia Nazionale di Danza Storica attacca con il valzer del ballo del Gattopardo, e damine e paggetti fanno complicate coreografie, poi un altro pezzo dal Gattopardo – e D’Alema: «Questa è una mazurka!», sempre scandendo e ridacchiando, tipo «questa-è-una-mazurka-diciamo» e a quel punto noto un gesto, il suo prendere il pane dal cestello con una forchetta, anche un po’ affettato, e qui già imitato da almeno una persona a tavola: e ho nettissima in mente una foto di D’Alema credo al suo primo governo, lui in frac e fascia dal Papa, con la moglie, scena identica a una scena del Gattopardo quando don Calogero Sedàra viene per la prima volta invitato a palazzo a Donnafugata e i Salina stronzissimi lo sfottono in quanto nouveau riche.

Ci siamo. Abbiamo mangiato la Guancia di vitello con piselli e bevuto i rossi e i rosati – dunque Barolo Riserva 2006 Borgogno Barolo (Cuneo); Luce 2010 Frescobaldi di Montalcino (Siena); Monteverro 2010 di Monteverro -Capalbio (Grosseto); Costa d’Amalfi Tramonti Rosato Getis 2012 Reale di Tramonti (Salerno); Grayasusi Etichetta Argento 2012 di Ceraudo – Strongoli (Crotone) Rosato 2012 Fietri di Gaiole in Chianti (Siena). Dal palco annunciano le nomination per i vini dolci, io mi alzo, incrocio lo sguardo di D’Alema sempre più interrogativo, damina con maniche a sbuffo mi viene a prendere e mi porta su sul palco. Mi mettono in mano il cartello della nomination che però è sbagliato, c’è su un vino e un’azienda veneti, evidentemente non è la mia, tento di dirlo ma non c’è tempo per cambiarla, poi sul palco annunciano il vincitore e sono io, o meglio sono i miei cugini, e mi fanno una domanda che non capisco, dove ho circa sette secondi per rispondere, e dico qualcosa sulla terra delle Eolie e sul Sole, e non riesco a dire la cosa su Balotelli. Poi praticamente mi ricacciano giù (nel frattempo mi ero scambiato con un signore veneto il giusto cartello, lui aveva quello della nostra azienda). Poi mi fanno delle foto chiedendomi di mostrare bene il premio, tipo Sanremo (il premio è una specie di piastra di ferro lucida mezzo sole e mezzo foglia di vite, in astuccio vellutoso blu, e penso che quest’estate dovrò portargliela giù in aliscafo, se vado alle Eolie, col caldo).

A quel punto però mi risiedo al tavolo, e scatta tutta una cosa cavalleresca, tutti si alzano e si complimentano “abbiamo un vincitore”, e mi stringono la mano, e io faccio una faccia da babbeo che immagino risponda perfettamente alle loro attese di vignaiolo mezzo bresciano e mezzo eoliano all’Hilton della grande città. È ora del dessert, e Cotarella ha un gesto davvero bello, e dice alla sommelière che si appresta a farci provare tutti e tre i vini in nomination: no, beviamo solo la sua Malvasia! e tutti iniziano a bere questa Malvasia, e Cotarella dice che è un vino «molto elegante», D’Alema «conosco benissimo l’azienda», tutti annusano bouquet e sciacquettano sul palato, e io davvero non potrei più a questo punto avere il coraggio di svelare la mia identità reale di giornalista freelance e scrittore poraccio, sento che questo status di vignaiolo premiato è molto superiore a quello di scrittore pubblicato, e nessuno mi ha mai fatto tante cortesie. D’Alema è completamente rilassato, perché io appunto sono non più uno sconosciuto ma un produttore cuore semplice, e inizia a raccontarmi la qualunque: della figlia che sta a New York, che però voleva andare a Shanghai, che ha un fidanzato – dice fidanzato con la solita mobilità facciale e tantissime altre cose che non mi ricordo più. Io ho un rigurgito di professionalità, capisco che forse dovrei fargli domande di politica, tipo se va in Europa, ma poi però mi sembrerebbe di tradire questa nuova nobile confidenza tra vignaioli.

E arriva Vespa, e parte tutto un siparietto con D’Alema e Cotarella; in una decina di secondi per «il dottor Vespa» arriva un dolcetto preparato apposta da Vissani. Cosa state bevendo, dice Vespa, e riparte il tormentone sul mio vino, e ottengo altri complimenti. Nel frattempo è venuto fuori Vissani, va sul palco con la sua brigata, sembra il musical sul pasticcere trotskista di Nanni Moretti. D’Alema si sbraccia un po’ ma Vissani non lo caga più di tanto. D’Alema allora dice che è stanco, che va. Dei giovani produttori veneti vengono a farsi delle foto col presidente e anch’io non resisto, in fondo sono un viticultore babbeo. Una foto, presidente? E lui: ma certo! un selfie! sempre stortando la bocca. Mentre salgo lo scalone moquettato per andarmene penso se metterla come foto profilo su Facebook o su Whatsapp, ma poi non lo faccio; c’è un piano bar, su. Una cantante canta lo spartito di una canzone di Rod Stewart su un iPad montato su un treppiede. Una coppia straniera balla, lui sembra Rod Stewart. Un gruppo di giovani viticultori in smoking sintetici come il mio guarda Roma, di sotto. Voglio fermarmi a bere un’ultima cosa? No, ho bevuto troppo.

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg