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L’intelligenza del denaro

Esce oggi il libro di Alberto Mingardi che, fra le altre cose, solleva il quesito del rapporto fra Italia e cultura di mercato. Ne parliamo con tre opinionisti.

Il ruolo dello Stato in Italia dal dopoguerra a oggi, la sua dimensione ipertrofica, il suo rapporto con l’impresa privata e la “cultura del mercato” nel recinto nazionale. Sono questi i temi trattati nell’ultimo capitolo di “L’intelligenza del denaro – Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto”, il libro di Alberto Mingardi che esce oggi da Marsilio. Il tema è sì meritevole di una ricostruzione storica e di un ragionamento largo come avviene nel volume, ma è anche e soprattutto più che mai di attualità nel dibattito politico italiano. La questione che Mingardi pone verso la fine del suo scritto, e cioè quella della rappresentazione partitica della “cultura del mercato” e di posizioni liberal-liberiste, a destra come al centro e a sinistra, specie con l’avvicinarsi del voto del prossimo febbraio e in piena campagna elettorale, è uno dei cardini attorno cui ruotano il dibattito politico e il ragionamento sulle ricette economiche da mettere in campo. Per questo abbiamo pensato di porre il quesito ad alcuni illustri opinionisti, che ringraziamo, e i cui ragionamenti in merito sono esposti qui di seguito.

 

La scarsa apertura alla concorrenza in Italia, è anche un problema di cultura politica. Una cultura liberal-liberista è infatti, nel nostro paese, tradizionalmente minoritaria. Adesso, il tempo delle riforme liberal-liberiste sembra essersi concluso ovunque in Occidente, e in Europa si sta aprendo una nuova fase socialdemocratica. L’Italia può semplicemente godersi lo status di “anticipatrice delle nuove tendenze o deve rincorrere questo suo deficit culturale? Se sì, può immaginare di farlo tramite iniziative politiche – o l’assenza di questa diffusa “cultura del mercato” ci condanna a non avere forze di rappresentanza che sanno farsene alfiere?

 

Bill Emmott
Editorialista del Times. Ha scritto Good Italy, Bad Italy, da cui ha tratto il documentario Girlfriend in a Coma (girlfriendinacoma.eu)

Dal punto di vista di uno straniero, la cosa che lascia perplessi riguardo all’Italia è che gli italiani sembrano avere un sentimento contrastante di amore e disprezzo nei confronti dello Stato. Lo amano, come dice Alberto Mingardi, fino a non riconoscerne e definirne i limiti, e divorano volentieri qualunque cosa esso fornisca loro. Eppure non lo rispettano, il ché forse spiega questa mancanza di senso del limite.
Nel mio film, Girlfriend in a Coma, Umberto Eco riassume bene un concetto: gli italiani, dice, non hanno “senso dello Stato”, o almeno, non lo hanno più dall’epoca romana. Si tratta di un’esagerazione, naturalmente, ma capisco cosa intende; è questa strana combinazione di mancanza di rispetto e di attesa illimitata. Essa si riflette anche nell’affascinante concatenazione tra l’illegalità diffusa e l’altissimo livello di litigiosità: la legge non è rispettata, ma è lì per essere usata come arma contro gli altri.
Tutto ciò, a mio avviso, fa sì che i presupposti per l’ottimismo, ora che il denaro è finito, e di conseguenza bisognerà riconoscere un senso del limite, siano purtroppo infondati. Il ruolo preponderante dello Stato non è espresso solo in termini di spesa, tassazione e prestito. Si esprime in maniera ancor più forte, e dannosa, attraverso leggi e regolamenti, lacci e lacciuoli che possono, troppo facilmente, essere imbracciati e utilizzati invece del denaro. Mingardi ha ragione: quello che è necessario è un ampio cambiamento culturale, un apprezzamento di come i benefici delle attività dello Stato debba- no essere valutate rispetto ai costi, per tutta la società. Il futuro dell’Italia dipende dal riuscire a costruire uno Stato più rispettato ma meno invadente.

 

Antonio Polito
Editorialista del Corriere della Sera, autore di Contro i papà (Rizzoli, 2012)

Chiaramente l’assenza di una cultura del mercato non può essere visto come un fatto positivo – specie dal punto di vista di chi, come me, presume che un’economia di mercato è un ambiente in cui saremo immersi, almeno per un secolo (se non di più). Un mercato ben regolato e realmente aperto, in cui possono concorrere il maggior numero di soggetti possibili, è un vantaggio per tutti, anche i consumatori, questo non c’è bisogno di essere sofisticati teorici per capirlo. La metafora del levelled playing field si presta all’economia così come al calcio: quando un campionato è realmente aperto, è uno stimolo a giocare meglio, il che è un vantaggio anche per gli spettatori. In Italia ne abbiamo dimostrazioni concrete: i prezzi dell’energia, segnati da un regime di sostanziale monopolio (anche se ora sta venendo intaccato dalle riforme del governo Monti), sono molto alti; mentre tutti possono vedere i risultati delle liberalizzazioni delle telecomunicazioni, uno dei pochi settori in cui i prezzi sono scesi negli ultimi dieci anni.
Detto questo, però, io tutto questo ritorno alla socialdemocrazia non lo vedo. Almeno se per “socialdemocrazia” si intende un sistema che tassa di più per spendere di più. È un modello che funzionava bene prima della crisi petrolifera degli anni Settanta, ma che ora si scontra con la crisi fiscale degli Stati: il livello di tassazione ha raggiunto un limite che non può essere superato, senza provoca- re una stagnazione o recessione, poi c’è il debito, che anch’esso ha toccato una soglia non superabile. Sono due paletti che rendono l’ipotesi keynesiana non praticabile. Qualcuno dice che Obama ha messo in pratica un modello socialdemocratico perché ha immesso grandi capitali nell’economia  – ma a conti fatti non è un intervento così massiccio, e ora Washington deve trovare il modo di ridurre il deficit. In Italia, poi, abbiamo messo nella Costituzione il principio di pareggio di bilancio, una riforma il cui decreto attuativo sta per essere votato all’unanimità dal Parlamento. Non dovremo mai più finanziare il debito: c’è un vincolo giuridico.

 

Francesco Cundari
Giornalista de l’Unità, autore di Il manuale del giovane turco (Editori Riuniti, 2012)

L’idea che possa esistere una teoria di governo capace di risolvere definiti- vamente tutti i fondamentali problemi sociali è antica quanto l’infelicità umana. Sulla radice totalitaria di tale concezione Isaiah Berlin ha scritto dei libri, ma i pensatori liberali che combatterono il totalitarismo comunista in nome del pluralismo stanno ai liberisti saliti in cattedra dopo l’89 come i partigiani polacchi che combatterono i nazisti stanno all’Urss di Stalin. Finita la guerra fredda, i vincitori del comunismo si sono mostrati tragicamente simili agli sconfitti. Negli anni ’90 si è teorizzata perfino la fine della storia, con il dissolvimento di ogni contraddizione nel Nirvana del libero mercato.
Quello che non va è proprio l’idea che possa esistere un insieme dato una volta per tutte di provvedimenti capaci di assicurare ovunque sviluppo e benessere. Quanto poi a quello specifico ricettario che chiamiamo liberismo, il mondo intero ne ha fatto la prova: se funzionasse, il 15 settembre 2008 sarebbe stata davvero «una buona giornata per il capitalismo», come scrisse Francesco Giavazzi dinanzi al falli- mento di Lehman Brothers. A quella giornata sono seguite invece molte altre brutte giornate, suscitando interrogativi in tutto il mondo, a cominciare dagli Usa. Nel best-seller Too Big to Fail Andrew Ross Sorkin ha raccontato nel dettaglio cosa succedeva in quei mesi tra banche e governo (altro che “vittoria del mercato”). Ne hanno fatto anche un film, che si chiude con la risposta di Hank Paulson a chi gli domanda come sia stata possibile tanta cecità: «Stavamo facendo troppi soldi». Alan Greenspan, davanti al Congresso, ha ammesso: «Ho trovato un errore nella mia ideologia… la mia ideologia non funzionava, per questo sono rimasto scioccato». E in Italia? Come se niente fosse. L’unico deficit culturale da col- mare a me pare questo.

 

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