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La vecchia sinistra e la città nuova

Al di là di chi sarà il candidato, una lezione da Londra: non si può fare di Milano una città globale combattendo la globalizzazione.

A Milano, negli ambienti politici e giornalistici, si parla ormai di una cosa sola: chi saranno i candidati sindaco che si contenderanno la poltrona di Giuliano Pisapia, a cui il primo cittadino uscente ha più volte ribadito di non voler puntare per un secondo eventuale mandato, nonostante le richieste e le pressioni. Nel centrodestra la partita per la scelta del nome sembra giocarsi fra la Lega di Salvini e quel che resta del mondo berlusconiano, con la famigerata “società civile”, quota imprenditori o tv, sempre pronta a fare capolino. Anche nel centrosinistra, gli attori protagonisti della fase che porterà alla scelta del candidato sono essenzialmente due: il Pd a guida renziana e tutto quello che si muove alla sua cosiddetta sinistra, dalla minoranza dem a Sel, fino alle sigle varie: sinistra che a Milano conta più che a livello nazionale, non fosse altro perché è stata un importante stakeholder dell’esperienza Pisapia, nonché la sua casa politica di provenienza. Il cosiddetto mondo arancione.

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La cronaca politica, sempre per restare al centrosinistra, gira attorno a una manciata di tormentoni; primarie sì, primarie no, e se sia possibile in qualche modo tenere insieme i desiderata del nuovo Pd, della minoranza dem e della galassia arancione, per la quale garantisce Pisapia stesso. Ragionamenti tipo dei caminetti di questi giorni: se e quando il Pd candida il capo di Expo Giuseppe Sala, la sinistra-sinistra ci sta? E se non ci sta (perché spesso, quasi sempre, non ci sta, per costituzione), chi candida? E quanti voti porta via al candidato dem? E poi Sala, ammesso che sciolga la riserva, le primarie accetta di farle? E in quel caso, le può vincere? E se non le fa, di nuovo, la sinistra arancione rompe ed esprime un suo candidato? Tutto questo accompagnato da un borsino di nomi in salita e discesa. In sintesi: ci sono due sinistre, o un centrosinistra e una sinistra-sinistra, cosa che succede un po’ dappertutto in Europa e nel mondo. Tutto nella norma, come nella norma è la riduzione che di tutto questo fa la cronaca politica in senso stretto: ricerca del nome unitario o dei nomi contrapposti, con propensione per lo scontro.

Fuori dai conciliaboli e dai whatsapp fra addetti ai lavori e appassionati, intanto, c’è una città cambiata radicalmente, incredibilmente in forma, bella, oliata in buona parte dei suoi ingranaggi (non tutti, ci mancherebbe), in crescita, col milanese finalmente inebriato della propria milanesità, di nascita o acquisita. Un sentimento piuttosto diffuso, al limite della retorica, arte di cui per altro un po’ avevamo bisogno, abituati come siamo al mainstream del piangersi addosso, quello che porta voti, fa vendere libri e giornali, lucida le coscienze dei buoni e giusti, ma alla fine non ci fa mai avanzare di un centimetro. Un sentimento che ora in città si dà per scontato, ma che qualche mese fa era ancora tacciato di ingenuità; il nostro numero di aprile si intitolava Viva Milano!, parlava di tutto questo, cercava di raccontarlo, e vi assicuro che in primavera il nostro entusiasmo messo in pagina risultava agli occhi di alcuni ancora un tantino forzato e di plastica. Ma che c’entra?, si potrà obiettare, Studio è una testata fondamentalmente di élite, nasce dentro la cerchia dei Navigli e lì muore, si muove sempre sul crinale del non necessario, non affonda il coltello nella carne viva del vissuto quotidiano dei meno fortunati, di coloro ai quali il vento di questa nuova primavera milanese non è pervenuto, delle famigerate periferie. Sarà.

Una città cambiata radicalmente, incredibilmente in forma, bella, oliata in buona parte dei suoi ingranaggi

Pensavo a tutto questo ascoltando sabato mattina parlare Pisapia in chiusura di Milano Domani, la kermesse organizzata dal Pd meneghino nella bella sede del Siam in Via Santa Marta, quando il sindaco arancione, che oltre che primo cittadino è anche paladino della sinistra-sinistra, nelle tre immagini che ha usato per riassumere cos’è successo a Milano, ha citato il panorama incredibile che si gode dal rinnovato terrazzo della Triennale. Triennale che si trova in centro, il cui terrazzo è di fatto inaccessibile ai più, essendoci ubicato un bar/ristorante dai prezzi non propriamente popolari. Una cosa poco immaginabile qualche anno fa. E questo è indicativo di come le cose e la loro percezione in città siano cambiate.

Qui, in qualche modo, torniamo alle due sinistre di cui sopra. Qualche giorno fa il Financial Times ha pubblicato uno speciale tutto dedicato a Londra. L’editoriale d’apertura è intitolato “London’s liberalism and openness to the world are its lifeblood”, l’ha scritto Janan Ganesh, political editor del foglio finanziario inglese, e porta a galla alcune riflessioni che possono risultare interessanti anche per quel che riguarda Milano. Ganesh, in sintesi, sostiene che quello che ha fatto di Londra ciò che è ora, una capitale globale capace di attrarre tutto il mondo, è la sua tendenza all’apertura, in tutti i sensi, e questo aspetto va preservato. Scrive Ganesh:

A giudicare dalle pressioni politiche che hanno agito su Londra negli ultimi anni, la città avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte rispetto al mondo. La mancanza di fiducia nei confronti dei capitali internazionali si è calcificata in una forza permanente nella vita pubblica sin dalla crisi finanziaria del 2007. L’immigrazione, stando a molti sondaggi, resta la preoccupazione maggiore fra gli elettori. I movimenti populisti contro la globalizzazione stanno prosperando in tutta Europa, dalla Spagna alla Grecia, e addirittura in Scandinavia. New York ha eletto un sindaco, Bill de Blasio, che ha fatto crociate contro l’ineguaglianza e la finanza brutta e cattiva […]
Londra avrebbe potuto soccombere a questo trend. Si sarebbero potute ergere barriere in città per bloccare persone e capitali. Una certa nostalgia per gli anni ’70, quando la città era provinciale ma più abbordabile, ha avuto la possibilità di tornare in auge  […]
Invece questa resta una città aperta, apparentemente felice di giocarsi le sue chance nel mondo […]
L’immigrazione, nonostante gli sforzi draconiani del governo, continua a crescere: 330.000 arrivi in un anno a marzo del 2015, molti dei quali a Londra. A sette anni dal crash finanziario, la nostra politica resta sorprendentemente immune alla febbre populista. Lo Ukip ha avuto quattro milioni di voti alle elezioni di maggio, ma un solo seggio in Parlamento. A Londra, quel partito è una non-entità. E anche quello più a sinistra fra i possibili eredi di Boris Johnson, il laburista Sadiq Khan, aspira ad essere “il candidato sindaco più pro-business che Londra abbia mai avuto […]

Quel che Ganesh vuol dire è che il sangue liberal di Londra, per restare tale, deve scorrere in entrata e in uscita. E ciò può valere, con le dovute proporzioni, per ogni città che abbia aspirazioni da grande metropoli, Milano compresa. Non si può sperare di sistemare i problemi complessi di una città livellandola verso il basso, chiedendo costantemente di costruire tetti sul versante delle opportunità individuali. Non si può da un parte decidere di essere aperti e accoglienti verso i tanti migranti, le diverse religioni e le altrettante culture che giustamente chiedono cittadinanza, e dall’altra chiudersi di fronte agli investitori internazionali, ai capitali provenienti da altri mercati, agli interessi dei privati, alla disruption tecnologica, ai nuovi costumi. L’apertura è un concetto che di per sé non conosce chiusure e settarismi, sarebbe un ossimoro. È una sfida a 360 gradi che tiene dentro tutti senza frenare nessuno. Questo, a dire il vero, sembra averlo capito meglio l’attuale gruppo dirigente del Partito democratico rispetto a tutto il mondo che sta, o pretende di stare, alla sua sinistra. Si pensi alle remore su Expo, alle sopracciglia alzate nei confronti dei gruppi che hanno investito nel progetto Porta Nuova, alle inutili scaramucce con alcuni grandi nomi della moda. Anche il sindaco Pisapia, che con la realtà dell’amministrare si è confrontato per quasi un quinquennio, sembra raccontare e volersi intestare una Milano più aperta anche su fronti meno riconducibili alle parole d’ordine della sua parte politica.

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Del resto, opportunità e solidarietà sono due caratteristiche che il capoluogo lombardo ha nel dna. Una Milano dei privati, dell’industria creativa, dei ragazzi che ci si trasferiscono per realizzarsi; la Milano “del centro” appunto, quella della moda, del design, dell’industria creativa, ma anche di Expo, dei poli universitari all’avanguardia, del nuovo skyline e dei nuovi grattacieli, dei nuovi bar e dei nuovi ristoranti; la Milano che spopola su Instagram insomma. E dall’altra parte una Milano del terzo settore, dell’accoglienza, delle mense per i poveri, del recupero delle periferie, dell’integrazione razziale e culturale. Immensa ma poco visibile. La sfida oggi è capire che queste due anime si tengono e sono parte dello stesso progetto metropolitano, un progetto che passa anche e soprattutto dalla capacità pragmatica di saper attrarre investimenti, piaccia o meno.

È questa la vera partita che si gioca a Milano, almeno nel centrosinistra: non si può più dichiarare di voler fare di Milano una capitale globale combattendo la globalizzazione. La parte più conservatrice e tradizionalista della sinistra (non solo la sua classe dirigente, anche i suoi elettori) deve decidere se preferisce accettare il confronto aperto della contemporaneità, con le complessità che si porta appresso, oppure chiudersi nei soliti giochetti identitari, rassicuranti ma totalmente scollati dalla realtà di Milano oggi.

I candidati vengono dopo, così come le bandierine da piantare.

Fotografie di Filippo Romano per Studio
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