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01:57 giovedì 9 aprile 2026
Dopo le polemiche sul mancato finanziamento da parte del Ministero della Cultura, decine di cinema in tutta Italia stanno riportando in sala il film su Giulio Regeni Oltre 60 cinema tra Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze hanno deciso di ricominciare a proiettare il film. E altri se ne stanno aggiungendo ora dopo ora.
Una biblioteca di Chicago cerca persone che sappiano leggere il corsivo per trascrivere dei testi antichi ma fatica a trovarle perché sempre meno persone sanno leggere il corsivo La Newberry Library sta trascrivendo tutti i documenti in corsivo conservati nel suo archivio, ma il progetto prosegue a rilento perché la lettura del corsivo è una competenza rara, ormai.
L’ultimo trend nel turismo è l’extreme daytrip, cioè viaggi all’estero, con voli low cost, che durano un giorno solo e in cui si visita tutto il visitabile in 24 ore senza fermarsi mai È la gitarella in giornata portata all'estreme conseguenze. Di stress, di turistificazione e di impatto ambientale, soprattutto.
Asghar Farhadi ha scritto una lettera in cui chiede a tutto il mondo del cinema di protestare contro Stati Uniti e Israele per quello che stanno facendo in Iran «Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.
La partecipazione di Kanye West al Wireless Festival di Londra ha causato un disastro commerciale e una crisi politica Gli sponsor hanno abbandonato il festival, il governo ha negato il visto a Ye, il festival è stato cancellato. Tutto in 48 ore.
Dopo la tregua con l’Iran si è tornati a parlare della “teoria del TACO”, cioè del fatto che Trump Always Chickens Out, Trump si tira sempre indietro Il termine, coniato dal Financial Times, si applica ad almeno dieci occasioni in cui Trump ha fatto grandi minacce per poi battere in veloce ritirata.
Le foto che gli astronauti dell’Artemis II stanno scattando alla Terra e alla Luna sono fatte con l’iPhone Degli iPhone 17 Pro Max, per la precisione. Se siete amanti della fotografia, queste le impostazioni usate dagli astronauti: obbiettivo 2,715mm, apertura f/1.9 e flash disattivato.
Gli Strokes hanno pubblicato il loro nuovo singolo, “Going Shopping”, spedendolo a 100 fan in una musicassetta E assieme alla cassetta, uno slogan che dice tutto: «In the Flesh, it’s Even Sexier». Adesso c'è solo da aspettare l'uscita del nuovo disco, Reality Awaits.

La sinistra vince quando va a sinistra, o quando va al centro?

Dopo la vittoria di Macron e il successo di Corbyn, non si sa più che cosa pensare. Forse perché ci stiamo facendo la domanda sbagliata.

13 Giugno 2017

La domanda, gira e rigira, è sempre quella: la sinistra vince quando va a sinistra, oppure quando va al centro? Il quesito, a onore del vero, è legittimo, e cioè se l’elettorato di sinistra, inteso in senso lato, cioè di tutti quelli che non votano per le destre populiste, stia chiedendo più welfare o più crescita, più volani o più paracaduti. Il problema sta tutto nel sottoprodotto, in quell’esercizio, che si è diffuso dalle nostre parti, di volere leggere le elezioni altrui come fossero un manuale d’istruzioni: vince, nel tale Paese, un candidato socialdemocratico, allora vuole dire che la sinistra italiana deve essere più socialdemocratica, perché è così che si vince; vince, da qualche altra parte, un liberale, allora dobbiamo essere più liberali, perché, contrordine, è in quest’altro modo che si vince.

In questi giorni, poi, è arrivato il cortocircuito: in Francia Macron, il candidato più centrista-liberal-liberista che la sinistra francese abbia mai partorito, ha fatto il pieno di seggi alle elezioni amministrative con il suo En Marche!, aggiudicandosi la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale (complice, va detto, un bel premio di maggioranza); nel Regno Unito, invece, il Labour ha raggiunto un ottimo risultato, pur senza vincere. Ha guadagnato 32 seggi rispetto al 2015, mentre i Tory ne hanno persi tredici, con la soddisfazione di vedere Theresa May senza maggioranza assoluta e alle prese con futuri alleati impresentabili: chiamatela, se volete, vittoria morale. E lo ha fatto sotto la guida di Jeremy Corbin, uno così de sinistra che ha litigato non soltanto con la corrente blairiana del partito ma anche con quella social-democratica che un tempo ruotava attorno a Ed Miliband e di cui oggi l’incarnazione più riconoscibile è il sindaco di Londra Sadiq Khan.

Jeremy Corbyn Appears By Satellite At Croydon Labour Party Rally

Qual è la lezione da portare a casa? Ovviamente, non c’è nessuna lezioncina, perché, beh, il contesto conta. Nel Regno Unito, hanno contato l’effetto Brexit e una leader Tory che in molti, anche tra i conservatori moderati, considerano indigeribile: c’è stato anche il voto contro May, e non solo quello per Corbyn. La Francia esce da una presidenza fallimentare, quella di Francois Hollande, e non bisogna essere fini notisti per capire come questa cosa abbia contribuito allo sfacelo dei socialisti a favore di Macron. Non solo. Come faceva notare Maurizio Ricci su Repubblica, la Francia non ha mai avuto una Thatcher (e nemmeno uno Schroeder o un Monti: è un’economia poco toccata dalle liberalizzazioni); mentre la Gran Bretagna welfare e economia di Stato sono già state molto tagliate, negli anni Ottanta e Novanta, rispetto ai livelli precedenti. Dunque Corbyn, «un vecchio socialista figlio della sinistra radicale del ‘900» che vuole rinazionalizzare poste e ferrovie, ha vinto in un Paese dove la mano dello Stato è molto leggera; mentre Macron, un liberale che «sollecita l’irrompere del mercato ovunque sia possibile» ha vinto in una nazione dove la mano dello Stato è, al contrario, pesante.

Macron e Corbyn sono entrambi due candidati di rottura. E, in questo, più ancora dei programmi, contano l’immagine e le promesse implicite che trasmettono. Justin Gest, un politologo dell’università di George Mason, nella Virginia, ha coniato l’idea di “politica simbolica”, per spiegare come mai la classe lavoratrice continui a sostenere Trump nonostante le sue politiche, per esempio la cancellazione della riforma sanitaria, vadano contro il loro interesse. Il punto non è quello che fa, ma quello che dice: «La politica di Donald Trump è così tanto simbolica, nel senso che è quello che la gente vuole sentire dire, e se poi le cose non vengono fatte veramente è beyond the point», non è questo il punto, ha spiegato al Washington Post. «L’idea di avere tutto d’un tratto una voce, per chi è rimasto senza voce, è qualcosa di davvero potente. Non va nel loro interesse culturale votare contro di lui, anche se da un punto di vista pratico ha fatto davvero poco per loro».

Lo stesso ragionamento vale, con le dovute differenze, anche per Macron e Corbyn. La loro forza sta anche nell’aura di outsider di cui godono entrambi: poco importa che Macron sia sì un indipendente, ma che si sia alleato con tutto l’establishment con cui aveva senso allearsi; e importa ancora meno che Corbyn faccia politica col Labour dalla fine degli anni Settanta e sia in Parlamento dall’83. Entrambi sono, in un certo senso, rottamatori di un ordine economico che non funziona: il primo promette di liberalizzare un sistema rigido, l’altro di ricompattare un sistema fluido. La differenza, potrebbero fare notare i puntigliosi, è che il programma di Macron è, probabilmente, molto più fattibile da un punto di vista pratico; mentre le promesse di Corbyn, anche nell’ipotesi in cui dovesse essere eletto in un futuro prossimo, rischierebbero di fare la fine di quelle di Tsipras. Probabilmente è un’osservazione giusta. Però se è vero, come dice Gest, che la politica di questi tempi è soprattutto simbolica (e in fondo, lo è sempre stata), non è questo il punto.

Croydon, Inghilterra, 6 giugno: un attivista del Labuor a una dimostrazione per Corbyn  (Jack Taylor/Getty Images); Parigi, 11 giugno, il quartiere generale del Partito socialista (Geoffroy Van Der Hasselt/Afp/Getty Images)
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