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La forza di una copertina

Quella del New York Mag su Bill Cosby che ha fatto il giro del mondo, e tutto il lavoro che ci sta dietro. Il senso di un magazine oggi.

CK4ffs2UAAAFZ-1Passi gran parte del tempo, in quanto direttore e co-editore di un piccolo giornale periodico che ha l’ambizione di cavalcare questi tempi di enormi cambiamenti mediatici (e non solo), a cercare di spiegare che quel che fai non è solo una rivista, è un media brand (suona male, scusate, ma rende l’idea), il quale cerca di ricostruire un modello di business attorno all’antico mestiere di raccontare delle storie a chi le vuole leggere, ascoltare, vedere. Ci metti tutto te stesso per argomentare il fatto, in cui credi molto peraltro, che la discussione sui mezzi – la carta, il digitale, o, peggio ancora, “l’integrazione carta-digitale” – è molto meno centrale di quanto sembri per il futuro dei media, che bisognerebbe concentrarsi di più sulla qualità del core business della ditta, le storie appunto, e perdere un po’ di quella presunzione, che hanno molti di quelli che fanno e analizzano il nostro mestiere, di spiegare ai lettori dove e come queste benedette storie andranno a cercarsele.

Ed è per questo, spieghi sempre con grande pazienza e passione, che Studio, ad esempio, allo stato attuale è una rivista di carta, un magazine su iPad, un sito quotidiano, una manciata di account sui social network e un evento annuale dal vivo; tutto insieme, tutto fatto e pensato (mai bene abbastanza) dallo stesso team di persone. Noi la si pensa così: la forza della bottega sta nell’insegna e nella qualità delle merce. Tendiamo quindi a parlare di questo più che di mensole, esposizione, distribuzione, metodi di pagamento.

Insomma, fai i salti mortali per raccontare che senso abbia oggi, nell’epoca del tutto e subito, fare quella che appunto una volta si chiamava rivista (o periodico, o magazine), e poi d’improvviso arriva una settimana come quella che stiamo vivendo, dove una copertina di uno dei magazine migliori del mondo, il New York, diventa “LA” notizia da leggere, condividere, postare, “screenshottare”, addirittura commentare (per i meno pigri). Parliamo ovviamente di quella che, l’avrete più o meno vista tutti (persino quelli fra di voi che di solo Instagram si nutrono), raffigura le trentacinque donne che hanno accusato Bill Cosby di averle drogate, molestate e violentate nel corso degli ultimi quarant’anni. Una copertina dietro la quale si nasconde un lavoro di sei mesi, hanno spiegato dalla redazione: un lungo percorso fatto di ricerca di contatti, condivisione di esperienze dolorose, parole scritte, fotografie, filmati, filtro redazionale. Una cosa di una potenza incredibile, iconograficamente impeccabile e fortemente virale.

Ecco quindi spiegato molto bene a cosa servono i magazine, oggi più che mai: a dare profondità alle cose che ci passano per gli smartphone ogni minuto e a bloccarle per sempre. In un’immagine, in un titolo, in uno o più volti, con una firma. La scommessa che di tutta questa triste vicenda, fra cinquant’anni, resterà soprattutto la copertina del New York, credo non la quotino neanche i più spericolati fra i bookmaker inglesi. Troppo facile. Certo, poi ci sono i post su Facebook, i link ovunque, le foto sui giornali di carta, le notizie aggregate sui quotidiani online, le battute su twitter, i commenti superflui come questo che state leggendo. Tutto bello, necessario e molto contemporaneo. Ma la gara la vince una redazione di un arnese nato nel 1968. E la vince con uno strumento ancora più antico: una copertina. Una testata, un’immagine, un titolo. Ovviamente la testata dev’essere credibile, la storia costruita bene, anzi benissimo, e l’immagine efficace e possibilmente bella (concetto, questo della bellezza delle storie e della loro confezione, sconosciuto a gran parte del panorama editoriale e mediatico italiano, chissà poi perché). La credibilità e la riconoscibilità te le danno il tempo (con le copertine del New York si può tranquillamente ripercorrere gran parte della storia dei costumi occidentali degli ultimi cinquant’anni), la qualità del tuo lavoro, il premio da parte dei lettori, i quali ti scelgono, fanno pezzi di strada con te, ti supportano e ti stimolano criticamente a fare meglio. Su questo i media stanno lavorando troppo poco, presi appunto come sono dalla smania del tutto e subito (e, parlando di lettori, dei “tanti a caso” più che dei “pochi ma buoni”, molto in controtendenza rispetto a dove sta andando il mercato dei consumi fra l’altro).

Non è un discorso romantico, è un ragionamento concreto, quasi industriale. Che trova conferme economiche proprio in questi giorni: andatevi a leggere quanto valutano il 50% dell’Economist, altra rivista che in quanto a credibilità e riconoscibilità sa il fatto suo, adesso che l’editore Pearson sembra averla messa in vendita. E date un occhio a questo articolo qui, che mette insieme alcune aziende molto contemporanee, molto digitali, e molto sulla bocca di tutti che hanno deciso di aumentare la loro riconoscibilità proprio fondando delle riviste (spoiler: fra loro c’è anche Air bnb).

Ci piace ricordarlo nella settimana in cui la cover del New York è andata dappertutto: bene i link, bene i visitatori unici e le pagine viste, bene gli accordi coi social network, bene, di conseguenza, i social media editor, evviva la disruption, nei giornali vecchi e scassati poi più che altrove. Ma occhio che all’origine di tutto questo ci sono spesso una copertina, una storia, un’immagine, un titolo, il lavoro mai banale di un team di giornalisti, di editor, di autori, di fotografi (e di programmatori, guardate questa cosa del magazine del New York Times, sempre per rimanere a questa settimana, non è meravigliosa? Su Twitter vi farà fare un figurone). Che poi è il motivo per cui cercheremo di non smettere di dedicarci a tutto questo.

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