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Il pane e le rose (e un’app che ce li consegni)

Fuori dal derby fra cheerleader dell'innovazione e anti-capitalisti fuori tempo massimo, come si sta evolvendo il dibattito sul modello lavorativo della sharing economy.

Cari tecno-ottimisti, la sharing economy, per come ve l’hanno raccontata finora, è in via d’estinzione. La bolla di ottimismo sulle potenzialità del consumo collaborativo sembra essersi sgonfiata, tanto che negli Stati Uniti il dibattito è monopolizzato dalla questione della mancata tutela dei lavoratori. L’essenza della disruption consisterebbe nell’allocazione in capo al lavoratore del rischio tradizionalmente sopportato dalle imprese, all’interno di una filiera di deresponsabilizzazione che finisce per replicare lo schema dell’intermediazione di manodopera, peraltro al netto di alcune importanti garanzie legali. Per farla breve: non stiamo condividendo nulla, al più affittiamo ciò che ci avanza, dopo aver trasformato noi stessi in commodity.

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In Italia, in virtù di un inguaribile difetto di sincronizzazione col presente, il palcoscenico pubblico è occupato dalle acrobazie delle cheerleader dell’innovazione, cui fa il controcanto un manipolo di anticapitalisti fuori tempo massimo. La disputa tra tassisti metropolitani e autisti di Uber ha polarizzato le posizioni dei due fronti, finendo per dirottare il confronto sull’alternativa secca castale/popolare. In fin dei conti si è discusso, poco e male, di solo diritto della concorrenza, con le denunce di presunta slealtà a carico di alcune condotte dei nuovi arrivati, con gli effetti devastanti di un derby di provincia in cui le tifoserie fanno a gara a chi lo spara più grosso: il tweet.

Si potrebbe riproporre una classificazione elementare: con “crowd-work” ci si riferisce a prestazioni di lavoro consumate online, in risposta ad una chiamata aperta ovvero settoriale, ma sempre indistinta. A disintermediare ci pensano le app, il cui ventaglio di opportunità si arricchisce di giorno in giorno: dalle pulizie di casa (Handy o HomeJoy) alla consulenza (UpWork o Freelancer), dal dog-sitting (DogVacay) al disbrigo di piccole commissioni (TaskRabbit o GigWalk), dalle ripetizioni (InstaEdu o TakeLessons) alla consegna di un mazzo di fiori (BloomThat). Poco da obiettare se si considera che le estensioni digitali rappresentano un’occasione per semplificarsi la vita (perché ricorrere al passaparola, ai post-it del vicino, alle locandine affisse al parco, quando per rintracciare una bambinaia bastano una connessione che regga, un catalogo online, pochi clic e una carta di credito?). I vantaggi dal lato del consumatore sono ghiotti: si riducono le asimmetrie informative e si sperimentano tariffe competitive. Oltre ad una confortante sensazione di essere parte di una gigantesca comunità di frontiera che «appartiene ovunque», si fa riconoscere con gli adesivi sulle autovetture ed è in grado di indurre al dietrofront persino il sindaco di New York.

La valutazione diventa meno entusiastica se si considera che il modello di business sotto osservazione si fonda sulla valorizzazione economica di risorse a riposo o sottoutilizzate (dalla stanza degli ospiti agli attrezzi da bricolage, dal tempo libero alle competenze professionali). Particolarmente azzeccata è l’espressione-ombrello “on-demand economy” che fa leva sul dato dell’immediatezza garantita dal complemento digitale. Si tratta di cifre tutt’altro che trascurabili: qualcosa come 335 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni, stando alle previsioni di Pwc. Il futuro dell’impiego, specie nel contesto della knowledge-based economy, passa da qui: dalla monetizzazione di abilità personali “a proprio rischio e pericolo” su agili piattaforme che favoriscono l’incontro di domanda e offerta di lavoro.

Per questo la gig-economy (“l’economia dei lavoretti”) merita di essere osservata da una prospettiva schiettamente giuslavoristica, fronte del tutto inesplorato nel nostro Paese. Gli elementi costitutivi dei rapporti contrattuali che si concludono sulle piattaforme – dalle modalità di reclutamento all’intrusività del controllo operato, dal calcolo del compenso alla valutazione della prestazione – assumono un rilievo preminente, specie su un tema decisivo su cui, mentre scriviamo, si dibatte in diversi tribunali americani, e cioè se questi lavoratori vadano considerati degli autonomi o dei dipendenti. A scorrere i contratti che è necessario sottoscrivere al fine di accedere al servizio (senza peraltro possibilità di negoziare alcunché, clicchi “accetto” per proseguire) il driver di Uber – ma vale anche per quasi tutti gli altri prestatori di lavoro – è un freelance che usa la piattaforma come una sorta di gigantesca bacheca virtuale, indifferente ma restrittiva rispetto al contenuto degli scambi, e in grado di presiedere alla sola logistica dei traffici online. La tendenza è tutt’altro che nuova e si inserisce in un ben più ampio processo di “casualizzazione” del lavoro: legami meno saldi, contratti brevi, salari orari di pochi centesimi, tutele decrescenti, lavoratori “alla spina”.
Taxi Drivers Protest New Internet ServicesIl modello economico sotteso è banale, pur nella sua efficienza: piazze virtuali consacrate al brokeraggio che hanno puntato tutto sull’abbattimento dei costi di transazione così da accrescere l’indifferenza rispetto alla fluttuazione dei mercati. Nessun contatto, solo connessioni: una manna per il business. Negli stanchi convegni sulla sharing economy gira questa gettonatissima slide, esemplificatrice del concetto: «Non ho bisogno di un trapano, mi serve un buco nel muro». Con WoNoLo – acronimo per Work Now Locally – in alcune città statunitensi le imprese possono reclutare lavoratori a chiamata, impiegandoli come dipendenti a termine. Se il teorema del trapano si applica alla forza lavoro, gli esiti potrebbero essere scivolosi. In un sistema di welfare in cui il solo lavoratore dipendente accede a tutele percepite come basilari, quali ferie e straordinario pagati, malattia o ancora maternità, svicolare dai contratti “tradizionali” è un gran pasticcio. Si pensi inoltre al trattamento fiscale e previdenziale di queste operazioni, mai tracciate. O alle coperture assicurative, risicate se non assenti, per attività che pretendono di essere qualificate come non commerciali. Il buco con lo sharing intorno, insomma.

Ovvio: il crowdworking rappresenta una chance impareggiabile per un consistente numero di disoccupati o per quanti vogliano integrare le proprie entrate con attività collaterali di piccolo cabotaggio. Ma il punto è un altro: lo smembramento della prestazione lavorativa, la competizione con una platea indistinta e infinita, il costante monitoraggio nell’esecuzione della performance, la totale oscurità circa il prodotto finale, la continua esposizione alla customer satisfaction, il rischio di vedersi l’account disattivato senza troppe spiegazioni sono dimensioni compatibili con l’idea di lavoro dignitoso? Generano senso di coinvolgimento? Migliorano la qualità dell’impegno?

Di recente, sono state alcune tra le stesse società on-demand a modificare le proprie regole d’ingaggio. In tal senso ha fatto rumore la scelta di Instacart, attiva nel business della consegna rapida di alimenti, di assumere alcuni fattorini come lavoratori part-time: a detta dei vertici aziendali, ricorrere a manodopera “contingente” peggiorerebbe la resa del servizio, specie se si tratta di selezionare i prodotti graditi al cliente e recapitarli in tempi brevissimi. Instacart offre compensi sopra il salario minimo, contribuisce a Social Security e Medicare, alle assicurazioni contro disoccupazione e infortuni. E non è l’unica.

L’esperienza di questa piattaforma ha dimostrato che c’è spazio per un ripensamento dei canoni dell’on-demand economy, senza necessariamente dover passare per la pronuncia di un giudice. Veniamo al sodo: negli Stati Uniti è tutto uno sciabolare di carte bollate, ed è oramai difficile tenere il conto delle cause intentate per “riclassificare” i lavoratori da autonomi – come recita il contratto – a dipendenti. Il percorso argomentativo è lo stesso che si potrebbe addurre al cospetto di un giudice tricolore: gli elementi di fatto del rapporto (orario di lavoro, potere di controllo, possibilità di licenziare) contraddicono il dato testuale. E alcuni giudici hanno dato ragione ai lavoratori, che si sono visti risarcire i compensi che sarebbero toccati loro, fossero stati dipendenti della società. Così potenzialmente tutti i padroncini della sharing economy potrebbero dover essere assunti dalle piattaforme per cui lavorano. Un’ipotesi distopica, ma non del tutto remota, in grado di infrangere il vantaggio competitivo di queste infrastrutture. C’è chi sostiene che sarebbe il caso di garantire maggiori tutele a prescindere dalle etichette con cui si catalogano i lavoratori. La guerra di logoramento delle battaglie legali a livello statale – il cui esito non costituisce precedente – implica un dispendio eccessivo di risorse. Meglio allora allargare la rete di protezioni. Come dire: non servono neppure regole nuove, basterebbe dare esecuzione a quelle in vigore.

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Per offrire una fotografia completa delle praterie di opportunità e criticità che si sono spianate, basta dare un’occhiata alle caratteristiche di Amazon Mechanical Turk (dell’ironia un po’ dark del nome diremo in seguito), il prototipo della piattaforma a scala globale che consente di reclutare lavoratori, ribattezzati “Turkers”, per svolgere prestazioni a basso valore aggiunto: taggare delle foto, rintracciare indirizzi email, sbobinare registrazioni, riconoscere l’ironia, partecipare a ricerche di mercato, correggere bozze, tradurre dei testi. Si tratta di attività routinarie (“Human Intelligence Task”, le chiamano), che nessun algoritmo è in grado di concludere. Persino i computer si rifiutano di evaderle, ha scritto qualcuno. Ed è per questo che si ricorre all’«impiego di umani alla stregua di servizi», parcellizzando le commesse in decine di compiti infinitesimali.

Nella staffetta virtuale, la reputazione è centrale e passa per quelle stelline con cui capita di valutare ogni operazione. La piattaforma, quasi una gigantesca agenzia interinale elevata al digitale, recluta principalmente americani e indiani (e c’è chi già parla di arbitraggio sociale), paga una miseria, stabilisce un ranking dei suoi utenti e probabilmente li discrimina in base all’indirizzo Ip, infine offre ai committenti la possibilità di acquisire la consegna evitando il pagamento in ragione di vizi. Lo scorso Natale lo stesso Bezos (voleteste scrivergli: jeff@amazon.com, pare risponda personalmente) è stato destinatario di una campagna di mail-bombing messa in piedi dai lavoratori. «Siamo persone, mica avatar», gli hanno scritto.

È difficile fare i conti in tasca al gigante: c’è molta incertezza sul numero di “turchi” – 30.000, secondo stime recenti – e sulle loro condizioni di vita. Sappiamo che sono giovani, spesso altamente formati, e consapevoli nella scelta di vendersi online. Sta di fatto che la piattaforma segna un cambio di paradigma irreversibile: una grossa fetta di attività da “ceto medio riflessivo” si potrà, in un futuro dietro l’angolo, esternalizzare ad una platea di freelance di proporzioni mondiali. C’è da dire che lo stesso turco meccanico originale – siamo ai tempi di Maria Teresa d’Austria – era un marchingegno dal marketing formidabile. Alla regina fu presentato come il primo robot mai costruito, un pupazzo dalle fattezze umane in grado di giocare a scacchi contro un professionista. Peccato che di tecnologico ci fosse nulla, in sostanza: i movimenti del fantoccio erano gestiti da un nano nascosto all’interno del telaio, cui era collegato un apparato di calamite e tiranti. Visionario, profetico, concreto. Amazon ne ha fatto propria la filosofia: dentro internet ci sono dei factotum virtuali.

Il “dietro le quinte” di un pezzo di information technology è tutto qui: un promettente taylorismo digitale che, grazie all’apporto del service design, è in grado di definire le regole di ordinamenti paralleli. Il diaframma è caduto, e negli Usa non si contano più le applicazioni che “accoppiano” chi richiede e chi offre lavori di concetto; tremano anche i mestieri apparentemente intoccabili: con Axiom si ricevono consulenze legali a poco prezzo; Innocentive consente di esternalizzare le attività di ricerca e sviluppo; grazie a Medicast non serve più fare anticamera dal proprio medico di fiducia; Business Talent Group è in grado di fornire dei manager che risolvano problemi di un’impresa. La classe operaia andrà pure in paradiso, ma il limbo in cui si è cacciata la classe media merita l’attenzione di intellettuali e policy-maker.

Prima che il patto col diavolo – una decisa rinuncia alla sicurezza in cambio di un pizzico di flessibilità in più – diventi impossibile da recedere. Non è un mistero che addirittura la Commissione Europea stia conducendo un’indagine per stabilire i fondamenti legali in virtù dei quali distinguere tra economia partecipativa e lavoro nero.  Prevedibilmente, nei prossimi mesi su questo ci interrogheremo a lungo. Innanzitutto perché il tema ha fatto irruzione nella campagna elettorale per le presidenziali: la Clinton ha genericamente auspicato una maggiore protezione di questi lavoratori invisibili e vulnerabili. I Repubblicani si sono intestati la battaglia sul diritto dell’innovazione a sovvertire lo status quo in nome della benedetta concorrenza (Jeb Bush si fa scarrozzare da autisti Uber di comizio in comizio, a favore di camera).

Il futuro di queste eBay degli umani è insomma al centro dell’agenda politica americana: con questo precariato digitale bisognerà presto farci conti anche da noi. Specie ora che i lavoratori dell’on-demand economy provano ad organizzarsi per vocalizzare il malcontento. Nascono in serie spazi di sindacalizzazione spontanea e coalizioni di non rappresentati pronti a cooperare, gli outsider potrebbero presto far valere il proprio potere contrattuale, sbriciolando il modello di business di Uber e i suoi fratelli. Tocca che si inizi a parlarne anche da queste parti.

Immagini: proteste di tassisti a Berlino contro i nuovi servizi on line (Sean Gallup per Getty Images)
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