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Il futuro passa da qui

L’istruzione, croce e delizia di ogni governo. Chi sta formando la forza lavoro più brillante del Ventunesimo secolo? Tra i due sistemi educativi più ammirati e imitati del momento ci sono quello asiatico e quello finlandese. Che però, a guardarli bene, sono agli antipodi. Che fare?

L’eccellenza nell’istruzione si sposta verso l’Est del mondo. Nelle classifiche che ogni anno segnalano quali sono i paesi che hanno gli studenti migliori, gli insegnanti più preparati e che riescono a investire ottenendo risultati riconoscibili, i paesi del Nord Europa sono sorpassati da quelli del Sud-Est asiatico. La Learning Curve del gruppo Pearson usa i dati raccolti dall’Economist Intelligence Unit per capire chi, nel mondo, sta formando la forza lavoro più brillante del Ventunesimo secolo: incrocia statistiche sulle spese, sui salari degli insegnanti, sui risultati dei test come il Pisa (il Programme for International Student Assessment che valuta le performance degli studenti) ed elabora una classifica annuale che, declinata in tutti i suoi indicatori, è una miniera di informazioni imprescindibile per comprendere il settore. Nel 2014 ai primi quattro posti dell’indice complessivo della Learning Curve ci sono la Corea del Sud, il Giappone, Singapore e Hong Kong (l’Italia è al venticinquesimo posto, l’anno scorso era al ventiquattresimo, si aggira da tempo più o meno a questo livello della classifica). “Soltanto” in quinta posizione arriva la Finlandia, il cui sistema educativo è stato a lungo discusso in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto dopo che si scoprì che le attività scolastiche dei ragazzini, in Finlandia, comprendono anche gli abbracci agli alberi. La città di Shanghai, in Cina, è considerata dagli esperti un punto di riferimento nella preparazione degli studenti: secondo il centro studi Asian Society, Shanghai rappresenta il punto di arrivo del sontuoso programma di riforme dell’istruzione messo in campo dal governo di Pechino che sarà operativo in tutto il paese entro il 2020 (Shanghai lavora sul suo sistema scolastico già dal 1985).

Nell’istruzione vale il principio “adapt and then adopt”, adatta una formula straniera al tuo sistema e, solo dopo averla testata, adottala – ma in mezzo al guado, si sa, è facile perdersi.

Il passaggio dell’eccellenza da ovest a est è confermato da molti indici, e sottintende un approccio alla questione educativa differente: l’Asia punta sui test, sulla competizione e sull’“accountability”, quel misto di trasparenza e di “rendere conto” che non ha un equivalente nella lingua italiana (e non deve essere un caso); il Nord Europa, con buona parte dei paesi occidentali che cerca con risultati controversi di ispirarsi ai nordici, si concentra su cooperazione, responsabilità e “competenze non cognitive” che servono a stimolare la creatività. Ci sono sfumature diverse e gli esperti si raccomandano di non fare troppe assimilazioni, ogni paese ha la sua storia: è vero, ed è il motivo per cui esportare un sistema educativo da una nazione all’altra è estremamente difficile. Basta vedere quel che accade nel Regno Unito: il ministro dell’Istruzione, Michael Gove, è determinato e brillante, è andato a studiare il sistema svedese, si è lasciato affascinare dalla disciplina di Singapore, ha introdotto le “free school”, un sistema di scuole finanziate dalle comunità (con l’aiuto dello Stato), ha intensificato lo studio delle materie scientifiche, ha dichiarato guerra al sindacato degli insegnanti e ha modificato le tecniche con cui si fanno i test alla fine dei cicli scolastici. Ha messo a frutto il suo slancio liberale, però incontra problemi e resistenze continue. Perché nell’istruzione vale il principio “adapt and then adopt”, adatta una formula straniera al tuo sistema e, solo dopo averla testata, adottala – ma in mezzo al guado, si sa, è facile perdersi.

La geopolitica dell’istruzione ha un che di bizzarro: gli asiatici sono diventati forti ispirandosi ai sistemi occidentali. Oggi l’Occidente va in Asia sperando di poter ritrovare la chiave per riconquistare la leadership nell’istruzione. Vivien Stewart, esperta di sistemi educativi, è andata in Cina a studiare il loro sistema per la prima volta nel 1992, quando al di fuori delle grandi città le scuole non c’erano nemmeno. È lei che ha raccontato a Studio il processo «dell’ispirazione» tra vari modelli, da ovest a est – «Quando il concetto di “prosperità” è entrato nel linguaggio politico cinese, il modello europeo e quello americano erano considerati il meglio: furono presi e adattati» – e ora, al contrario, da est a ovest. Vivien è nata nel Regno Unito, ha studiato negli Stati Uniti, ha passato vent’anni in Cina e tramite l’Asian Society si è dedicata a creare scambi di esperienze nell’istruzione, soprattutto per quel che riguarda gli insegnanti: ha passato giornate in aule straniere a guardare maestri alle prese con le loro lezioni e i loro studenti, ha visto il mondo seduta, da adulta, sui banchi di scuola.

«Le differenze culturali c’entrano, ma fino a un certo punto», ci dice. In Asia la disciplina è determinata dalla tradizione legata al confucianesimo, all’ideale del “junzi”, l’uomo saggio, che con la disciplina, la responsabilità e l’obbedienza riesce a sopravvivere alle prove della sua esistenza e ad aspirare a diventare un leader in grado di garantire l’armonia. Lo “junzi” è un ideale raggiungibile, ma soltanto con il duro lavoro. Non è un caso che la famosa “Tiger Mom” Amy Chua sia cinese: dalle nostre parti una madre che restituisce schifata il biglietto di auguri che una figlia le ha dato dolcemente perché è un orrido scarabocchio che non può entrare nella perfetta “scatola dei biglietti” sarebbe ricercata dai servizi sociali. La Tiger Mom invece lega la figlia al pianoforte perché non deve distrarsi, e se non è capace di suonare quel che conviene a una pianista del suo livello le brucia tutti i peluche. La Tiger Mom dice: «L’infanzia è un periodo di formazione, il momento per costruirsi il carattere e investire nel futuro». Sul futuro, i genitori asiatici sono molto ambiziosi: i ragazzi non possono sbagliare, devono essere sempre eccellenza. Una figlia della Tiger Mom si ribella tagliandosi i capelli a zero e mentre sbatte per terra un bicchiere in un bar davanti a tutti, urla alla mamma, tra le tante cattiverie: «Non sono quella che vuoi tu. Non sono cinese, non voglio essere cinese! ». Ecco: essere cinese – o più generalmente asiatico – significa assecondare le aspirazioni delle famiglie, studiando disperatamente.

Vivien Stewart spiega che le aspettative alte hanno conseguenze, «ma il confucianesimo o questo senso di riscatto generazionale esistevano anche trent’anni fa, quando le scuole non c’erano». Ci deve essere qualcosa di più della tradizione a determinare l’eccellenza – vale anche per noi: Aristotele ci ha resi i migliori al mondo per secoli e poi a un certo punto ha smesso? Pare poco plausibile. Forse spiega di più il fatto che se chiedi a un asiatico quali siano gli elementi che determinano il successo, lui risponde invariabilmente: «Il duro lavoro». Se lo chiedi a un occidentale è più facile che ti risponda: «L’intelligenza». Il sogno cinese si conquista studiando tanto, a scuola, durante i fine settimana, perché alla fine c’è sempre un test da superare, e alla grande, altrimenti anche il mondo del lavoro, nel settore pubblico che in Cina è preponderante, diventa inaccessibile (il test più temuto è il Gaokao, il test d’ingresso all’università, l’equivalente del Sat statunitense).

In Cina i test servono per individuare gli studenti meritevoli, e portarli avanti con premi e riconoscimenti. Gli altri sono abbandonati.

In Italia ci sono rivolte sociali quando s’introducono sistemi di valutazione come l’Invalsi che mostrano quanto sono somari i nostri studenti in matematica, ma in Asia tutto è test. C’è uno standard, alto, che va raggiunto, e per sapere se l’obiettivo è stato centrato ci sono prove scritte standardizzate alle quali sfugge poco o niente, in particolare nel lungo periodo. Tutto è misurabile: gli studi scientifici e matematici sono obbligatori e fino a poco tempo fa erano quasi esclusivi. «In Occidente abbiamo così tante scelte che è facile perdersi», conferma Stewart. «E c’è una maggioranza di studenti che propende per le materie umanistiche. In Cina studi matematica e scienze prima di tutto, poi se hai voglia e tempo ti dedichi ad altro». Il tempo di solito non c’è, come dicono molti genitori occidentali che hanno vissuto a Singapore o a Hong Kong o a Shanghai: se ti avanza un’ora, la impieghi per memorizzare. Qualche mese fa Saga Ringmar, un’opinionista americano-svedese che ha vissuto a lungo a Shanghai, ha scritto un articolo sul Guardian in cui sosteneva che importare il modello cinese in Occidente sarebbe un disastro. È un sistema «medievale», secondo Ringmar, «sembra di tornare ai racconti di mia nonna sulla sua vita a scuola negli anni Quaranta». E tutto viene imparato a memoria, problema e soluzione del problema, «mai memorizzato così tanto come quando ero a Shanghai».

Ma la critica più interessante riguarda l’elitismo: i test servono per individuare gli studenti meritevoli, e portarli avanti con premi e riconoscimenti. Gli altri sono abbandonati. Un preside di una scuola cinese, interrogato sulle politiche educative per i bambini con “bisogni speciali”, aveva risposto: «Gli studenti speciali che fanno bene in classe? Ci assicuriamo di concentrarci molto su di loro». Il bisogno speciale è solo dei geni, gli altri non sono considerati. Vivien Stewart sostiene che questo approccio sta cambiando: l’equità è entrata negli obiettivi delle riforme dell’istruzione, ci sono più studenti che vanno avanti nel percorso educativo, anche se la tendenza ad agevolare soltanto i più bravi resta radicata in molte realtà, soprattutto rurali. Al contrario il cuore dell’eccellenza nordica non è costituito dal duro lavoro, ma dalle “materie non cognitive”, legate alla creatività – gli asiatici dicono con un certo disprezzo che in Europa e negli Stati Uniti «gli studenti giocano sempre». Nel nord Europa quest’attitudine al “non cognitivo” si combina con una qualità della vita alta, un welfare straordinariamente capillare, una popolazione ridotta, e spazi immensi. Un contesto che riduce di molto la possibilità di esportazione. Anche se, come si diceva, la chiave, nelle riforme dell’istruzione, non è copiare un sistema, è adattare un principio al proprio paese.

I valori educativi del Nord sono stati spiegati in un libro, Finnish Lessons, scritto da Pasi Sahlberg, direttore del Centro per la mobilità internazionale del ministero dell’Istruzione di Helsinki e visiting professor ad Harvard. Sahlberg dice che non ci sono scuole private, in Finlandia, nemmeno università, e nessuno ha il potere di introdurre rette per corsi o facoltà. I test non esistono, tranne uno, il National Matriculation Exam, alla fine del liceo, che però non cambia molto i destini scolastici dei ragazzi: ogni semestre i ragazzi ricevono una “report card”, l’equivalente delle nostre pagelle, ma non c’è armonizzazione, ogni card dipende dall’insegnante che l’ha compilata. E come la lingua italiana, nemmeno il finlandese prevede una traduzione della parola “accountability” – spiega Sahlberg con orgoglio.

In Finlandia devi avere un master per diventare insegnante e le scuole professionali che devono frequentare i futuri maestri sono tra le più selettive del paese.

Un cattivo maestro, in Finlandia, non è dato, la comunità lo intercetta e lo esclude. E per cattivo maestro s’intende anche chi introduce qualche elemento di competitività. Sahlberg cita spesso uno scrittore finlandese che dice: «I veri vincitori non competono». Collaborano. La cooperazione è tutto: non c’è eccellenza, c’è equità. E anche gli spazi sono importanti: quelle classi strapiene che sono lo standard in Cina – fino a 60 ragazzini per aula – non sono immaginabili nel Nord Europa. A Stoccolma è stata costruita una scuola – che molti considerano la scuola del futuro – in cui i banchi in fila con la cattedra e la lavagna non ci sono da nessuna parte. Ci sono tavoli scientificamente studiati per favorire l’interazione, punti d’aggregazione ma anche spazi per stare da soli, iPad, serre, giardini: un museo di design. E le classi non sono fatte per età, ma per livello raggiunto: così il principio dell’eguaglianza non viene tradito. Certo, è facile contare gli scoiattoli e farci un diagramma, accomodarsi a tavoli che sembrano nuvole luminose, andare in giro scalzi in un posto in cui si vive alla grande e si è pochi (in Finlandia sono cinque milioni e mezzo in tutto). Ma non si tratta soltanto di specificità locali. Si tratta di approccio. Ed è in questo contrasto tra memorizzazione e cestini pieni di stelle alpine che precipita lo scontro di civiltà nel sistema dell’istruzione. Il ruolo dell’insegnante è decisivo. È un mestiere ambito e remunerato benissimo in Finlandia e in tutto il Nord Europa: fare il maestro è considerato “cool” perché ti è riconosciuta la responsabilità che assumi nel formare dei ragazzini. Devi avere un master per diventare insegnante e le scuole professionali che devono frequentare i futuri maestri sono tra le più selettive del paese. Lo stesso vale anche nel sistema asiatico: devi essere sempre stato nel terzo più alto delle tue classi per poter anche solo provare a fare l’insegnante (è una regola che vale per tutti i dipendenti dell’amministrazione pubblica, in Cina, dove c’è una famosa scuola, il Celap, che è come l’Ena francese: Vivien Stewart ha sottolineato parecchio, nella nostra conversazione, la competenza e la formazione degli insegnanti nel sistema asiatico).

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha pubblicato l’estate scorsa uno studio dal titolo Education at a Glance che fa un confronto dei sistemi educativi tra paese e paese e sulle evoluzioni dell’ultimo decennio. Il salario degli insegnanti della scuola primaria e secondaria, dal 2001 al 2011, è cresciuto di circa il dieci per cento (è una media: in Italia è sceso, ma il nostro paese è anche tra gli unici cinque paesi dell’Ocse che hanno tagliato le spese per l’istruzione tra il 2008 e il 2010). La tendenza a investire di più nelle scuole è confermata a livello Ocse, e la media è del 6,3 per cento del Pil di ogni paese (l’Italia è al di sotto, circa al 5,8 per cento; la Danimarca è all’8 per cento), ma non sempre l’investimento si tramuta in eccellenza. Da anni gli Stati Uniti si tormentano perché sono in assoluto il paese che spende più in istruzione (ogni anno circa 15 mila dollari per studente, la media Ocse è di 9.300), ma non svettano nelle classifiche dell’eccellenza, anzi.

È un problema di qualità degli studi. E allora la domanda è: bisogna concentrarsi sulla scienza – che è sempre più scienza legata alla tecnologia – e insegnare procedure da applicare in ogni contesto o bisogna insistere sulla flessibilità, sulla creatività? Dopo la sbornia di test e disciplina e spietatezza, gli asiatici stanno scoprendo di aver tirato su ragazzi che sanno risolvere problemi standardizzati, ma che di fronte all’imprevisto crollano. «È una formazione molto accademica», dice Stewart. «Molti ragazzi che sono bravissimi a scuola quando escono di lì si trovano a disagio, non eccellono». È quello che spiega parlando con Studio Roberto Gulli, presidente di Pearson Italia, casa editrice leader mondiale nell’istruzione e formazione: «Si chiama “educazione permanente”» dice «e di fatto sintetizza quel che accade quando gli studenti escono dalle scuole e dall’università. In Occidente, in particolare nel Nord Europa, si continua a studiare, a inventare, a trasformare idee in nuovi business. In Asia tutto questo non accade».

I paesi scandinavi sono sopravanzati dagli asiatici nel sistema dell’istruzione nel suo complesso ma sulla “skill retention” continuano a essere i primi, perché incoraggiano anche gli adulti a espandere le loro competenze fornendo strutture a basso costo che si occupano di formazione. Nel momento in cui tutto quel che si è studiato, memorizzato, accumulato deve essere tramutato in intuizione, il modello asiatico mostra grandi debolezze. La consapevolezza di non essere agili al di fuori delle domande “multiple choice” di un test rende gli asiatici refrattari al rischio – non c’è bisogno a questo punto di spiegare che effetto può avere questo circolo vizioso sull’imprenditorialità.

Ora le “materie non cognitive” sono diventate un obiettivo – sperimentale – in molti paesi asiatici, a cominciare da Corea del Sud e Singapore.

Qualcosa sta cambiando. Proprio perché l’eccellenza è estremamente fugace, e non sempre occupare i primi posti nei ranking dell’istruzione significa avere un sistema-paese forte, ora le “materie non cognitive” sono diventate un obiettivo – ancora in via del tutto sperimentale – in molti paesi asiatici, a cominciare dalla Corea del Sud e Singapore. Sono stati introdotti corsi di studi umanistici, la storia e la letteratura, e nei campus – che a vederli non hanno molto di simile ai nostri – sono state introdotte le attività sportive. Come spiega il libro The Second Machine Age di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, i computer possono fare tutto, ma non avere un’idea nuova. Così i ragazzi possono essere dei geni nei test senza essere in grado di avere poi l’intuizione che permette non soltanto di creare business che cambiano il mondo – o che distruggono un mercato, come quel concentrato di spietato darwinismo che è Uber – ma anche solo di negoziare un buon stipendio. Il problema è anche e soprattutto politico: insegnare a pensare equivale a dare la libertà, e i regimi tendono a escludere questa ipotesi. Se inizi a introdurre programmi educativi orientati alle materie non cognitive, alla creatività, all’intuizione, poi non puoi sorprenderti se la rivoluzione arriva per davvero.

 

Dal numero 20 di Studio

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