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I libri del mese

Cosa hanno letto a maggio amici e collaboratori di Studio.

Miriam Toews - I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos)

I-miei-piccoli-dispiaceriMiriam Toews è una scrittrice canadese bravissima. Ha avuto un’infanzia mennonita e bizzarra, che ha raccontato in un libro molto bello, pubblicato in Italia anni fa da Adelphi: Un complicato atto d’amore. I divieti assurdi, la ribellione, l’allegria, il dolore, l’amore per la sua famiglia, la voglia di scappare, Miriam Toews riesce a tenere insieme tutto con una comicità speciale e calda, che commuove. Questo ultimo romanzo, I miei piccoli dispiaceri, caso letterario negli Stati Uniti e in Canada, racconta un immenso dolore, e lo fa con immensa vitalità. Una sorella bellissima e geniale, un’altra squinternata e solida nel proprio caos. La sorella bellissima non sopporta più il tormento di essere viva, nonostante tutto l’amore, il successo, il talento che la riempie. È un libro sul suicidio, ma riesce ad essere molto di più. È il diario affettuoso di una battaglia e di grandissimi, complicati atti d’amore.

(Annalena Benini)

 

Sarah Manguso – Ongoingness: The End of a Diary (Graywolf Press)

Sarah Manguso ha tenuto un diario, come molti. Ma in pochi l’hanno fatto per venticinque anni accumulando ottocentomila parole su 81aIlYK3KLLdecine di quaderni. Poteva farne un format per Real Time (“Malattie imbarazzanti: Grafomania”), poteva – peggio ancora – pubblicarlo. Invece ci ha scritto sopra e ne ha ricavato un distillato purissimo, un libretto di una novantina di pagine, molte delle quali raccolgono una sola frase, un capoverso al massimo. Ongoingness: The End of a Diary  è una sorta di metadiario, un assedio all’idea stessa di tenere un diario, un memoir sul processo della scrittura memorialistica, questo assurdo raddoppiamento del tempo e del sé. Il rischio era ritrovarsi tra le mani un esperimento freddo e astratto… e in alcuni momenti lo è: eppure, il più delle volte, riesce a essere straordinariamente intimo, sincero, profondo pur nella sua laconicità (non viene citata una sola riga del diario originale, che in un certo senso è presente in assenza, sorta di materia oscura intuibile solo per sottrazione). Il risultato è una riflessione elusiva ma non banale sulla scrittura, l’autobiografia, il potere degli archivi; su quella fitta che ci prende quando capiamo che l’esperienza della realtà non è abbastanza senza la sua registrazione. Ma dice anche che tra le tremila pagine di Knausgård e i tremila tweet dell’amico che vuole trasformare ogni sbornia in un aforisma non c’è poi tutta questa differenza.

(Francesco Guglieri)

 

Jenny Offill – Sembrava una felicità (NN Edizioni)

SembravaIl libro che mi ha tenuto più occupata in queste settimane è il romanzo dell’americana Jenny Offill. L’ho letto e l’ho riletto con la voglia di smontarlo tutto per capire cosa lo fa funzionare. Più che una felicità, quella di Offill parrebbe la storia più banale del mondo: una coppia, un matrimonio, una figlia, la quotidianità che logora, le ambizioni frustrate, le corna, il dayafter post-atomico che segue alla loro scoperta. È la forma particolare di questo romanzo a dimostrare che nessun tema è banale quando finisce nelle mani giuste. La voce narrante del romanzo parla attraverso brevi paragrafi che sembrano note scribacchiate in un diario, o pensieri rapsodici che procedono per associazioni apparentemente libere. Brani concatenati si alternano ad altri, solo in apparenza tangenti – in questa costruzione tutto serve, niente è in sovrappiù. Il risultato è una sorta di puntinismo narrativo di un’agilità e un’economia impressionanti. “Rendi tutto così facile”, scrive la protagonista senza nome di questo romanzo in un elenco intitolato Tre cose che nessuno ha mai detto di me. Nel caso di Jenny Offill è proprio così, lo fa sembrare davvero facile, mannaggia a lei.

(Flavia Gasperetti)

 

Frederik Sjöberg – L’arte di collezionare mosche (Iperborea)

20150311172735_242_cover_webL’arte di collezionare mosche è un libro fantastico che si merita il successo che sta avendo, ma ne meriterebbe ancora di più. È la biografia molto informale, un po’ romanzo, un po’ diario, un po’ saggio, di Frederik Sjöberg, un entomologo svedese che vive con la sua famiglia in una minuscola isola di Runmarö. Questo libro è – a detta dello stesso autore – un oggetto non identificato – uno di quelli a cui ci affezioniamo come se fossero una nuova avanguardia, come se il circo più bello del mondo fosse arrivato in città. Qualche giorno fa su New Republic è uscito un pezzo che forse racconta questa sensazione. Ma c’è di più: strampalato, ossessivo, rigoroso ma comico, L’arte di collezionare mosche è un trattato scientifico sui sirfidi (una particolare specie della famiglia delle mosche) tanto quanto la confessione di un disadattato consapevole. Come capita ai libri che uno ama, non è solo una storia che avrei voluto leggere, ma è una vita che avrei voluto avere.

(Christian Raimo)

 

Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi)

c747cc8b56680e90230c05ca62595ee1_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIn questo periodo sto leggendo pochi libri perché sto leggendo moltissima divulgazione scientifica online, dato che il prossimo numero di Berlin Quarterly si occuperà in gran parte di scienza. E infatti anche l’ultimo libro di recente uscita che ho letto è un libricino scientifico comprato a Fiumicino nell’attesa di un volo. Lo ha scritto il fisico Carlo Rovelli, rimaneggiando per l’occasione dei suoi articoli già apparsi su Il Sole 24 Ore, si intitola Sette brevi lezioni di fisica e, oltre a riuscire a offrire un panorama intellegibile al profano senza istupidire la materia, contiene un capitoletto finale che non sfigura al fianco delle migliori pagine di Carl Sagan.

(Cesare Alemanni)

 

Mario Capello – L’appartamento (Tunué)

lappartamento_mario-capello_tunuc3a9_coverAngelo, agente immobiliare con un passato da freelance nell’editoria, si muove nello spazio reale e metaforico dell’appartamento – reale: abitare concretamente l’esistenza (“essere nel posto giusto. Esattamente nel posto in cui sarei dovuto stare”); e metaforico, nella misura in cui scrivere significa costruire uno spazio. Mario Capello dà al personaggio Ferrero il compito di sabotare la distinzione tra i due piani: alla ricerca di un appartamento per il figlio, Ferrero trova in Angelo un interlocutore a cui affidare la propria storia. Una scrittura intelligente, nitida, onesta, che se da un lato racconta, dall’altro si osserva raccontare.

(Emmanuela Carbé)

 

Suzanne Corkin – Prigioniero del presente (Adelphi)

909e461e2888fe8f8b92788de7244dad_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMi sono avvicinato al recente entusiasmo per la letteratura (saggistica) scientifica con molta prudenza. I motivi sono principalmente due: il primo è la fiducia che continuo a nutrire nella fiction e in questo grande privilegio umano sulle altre specie animali che è l’invenzione (tranne i gatti: possono giocare un’ora con un dito che si muove sotto un lenzuolo, chissà che storie si costruiscono, altro che Borges, altro che Calvino); il secondo è Oliver Sacks, la cui scrittura trovo respingente come poche altre. Tuttavia, ho vinto le mie diffidenze e con cautela mi sono avvicinato. Spillover di David Quammen mi aveva convinto definitivamente. E allora con pochi dubbi mi sono messo a leggere questo Prigioniero del presente di Suzanne Corkin. La storia è affascinante come poche (e, in realtà, molto letteraria), ed è quella di Henry Molaison. H.M. (le sue generalità furono diffuse soltanto dopo la sua morte, nel 2008) nasce nel 1926 a Brooklyn, e soffre fin da piccolo di una forma di epilessia che va peggiorando e si rivela farmaco-resistente. Viene operato, all’età di 27 anni, da William Scoville, eminente neurochirurgo. Scoville, secondo le sperimentali teorie dell’epoca, gli asporta l’ippocampo attraverso un foro nel cranio. L’epilessia di Henry migliora enormemente, ma c’è un problema: ha perso la capacità di accumulare ricordi. Significa che vivrà altri 55 anni senza poter ricordare nulla di ciò che gli è appena capitato. Ad esempio, ogni giorno non riconoscerà la dottoressa che ogni giorno lo incontra in ospedale. Gli studi sul suo cervello, tuttavia, saranno fondamentali per l’evoluzione delle neuroscienze. Insomma, di roba per riempire 350 pagine ce n’è. Oltre alla storia di H.M., ci sono altri motivi per cui Prigioniero del presente è un libro da leggere: si imparano un sacco di cose sul funzionamento del nostro cervello; si imparano un sacco di cose sull’evoluzione scientifica degli studi sul nostro cervello dall’Ottocento fino a oggi; i dialoghi di Henry con Suzanne Corkin rivelano un carattere simpatico e direi “buontempone”; si imparano un sacco di cose (anzi, meglio: ci si accorge di un sacco di cose) sulla fallibilità della scienza, sulla sua eterna condizione di esperimento, tentativo, l’impossibilità di una sintesi definitiva. Questa è una cosa positiva, perché la scienza contemporanea si fonda sul dubbio. È anche una cosa che personalmente mi inquieta molto, perché mi fa sentire, banalmente, il minuscolo tassello di una minuscola epoca che nell’enorme calendario della storia verrà un giorno descritto come preistoria. È una cosa che mi rattrista molto. D’altronde uno mica legge libri per essere felice.

(Davide Coppo)

 

Alejandro Zambra – I miei documenti (Sellerio)

5200-3I miei documenti è il terzo libro pubblicato in Italia del quarantenne cileno Alejandro Zambra. Dopo Bonsai uscito per Neri Pozza e Modi di tornare a casa, con cui l’ho conosciuto grazie a Mondadori, sembra che Zambra abbia finalmente trovato il suo posto, che non poteva non essere tra gli scaffali Sellerio. I miei documenti è una raccolta di racconti ma pure un romanzo fatto a pezzi dove ognuna delle parti finisce per rappresentare una prospettiva diversa e sempre in prima persona delle vicende emotive che animano l’esistenza di ogni singolo brano. Lo devo confessare, abbiamo a che fare con qualcosa di così bolañano che viene voglia di non dirlo a nessuno e, al tempo stesso, di gridarlo al mondo, sebbene ancora io non sia riuscita a mettere a fuoco quanto questa derivazione sia merito esclusivo di Zambra e quanto dobbiamo invece, in tal senso, a Maria Nicola, madre naturale e straordinaria di quel Bolaño Sellerio e ora traduttrice anche de I miei documenti. Di una cosa si può essere certi: le prime persone di Zambra sono i chiari atti di un nipote del’Infrarealismo, ragionamenti emotivi sempre schierati con un partito, una classe suprema, superiore, che non ha a che fare con reddito e appartenenze sociali: la classe della letteratura. Zambra ha dunque la voce di un nipotino cileno che la Storia ha necessariamente imborghesito ma che comunque non tradisce mai le proprie radici. Per ogni bolañano e in generale per chiunque ritenga che la letteratura essenziale, inevitabile e totalizzante con cui fare i conti sia quella delle storie che raccontano sopra ogni cosa l’ipnosi, il filtro, il potere profondo e la religione della letteratura, I miei documenti è un libro da leggere immediatamente.

Lo stesso approccio radicale e appassionato sta nella penna di Mircea Cărtărescu, autore romeno noto in Italia per la sua prosa (solo parzialmente tradotta da Voland) e poeta assoluto, sconvolgente, in grado di ricordare a me – trentenne – cosa provavo quando a quindici, diciotto, vent’anni, scoprivo i grandi poeti del mondo andando a caccia di versi che mi turbassero, di raccolta in raccolta, portando con me una lente di ingrandimento che lentamente, col tempo, è andata sempre più alla scoperta del particolare e sempre con maggior fatica è riuscita – com’è naturale che sia – a imbattersi nuovamente nell’imprescindibile. Il mondo della poesia di Mircea Cărtărescu, tradotta in italiano solo per un piccolo ebook Nottetempo, Il poema dell’acquaio,  è quello degli Ottantisti romeni, che negli anni Novanta agirono come dissidenti unicamente attraverso la propria poesia, nascondendosi dal freddo e dal buio della Bucarest del tempo a colpi di gang di letterati accademici e non che si incontravano ogni settimana e insieme cercavano di ristabilire una libertà interiore non concessa alla realtà del loro quotidiano. Ginsberg, Corso, O’Hara, ma pure Lennon e gli AC/DC sono solo alcune tra le schegge letterarie e pop che animano più o meno esplicitamente la poesia-fiume di Cărtărescu, poesia che inventa da sola un mondo dove l’inanimato è corpo e il corpo si sfilaccia aeriforme in tutte le cose.

(Giulia Cavaliere)

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