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I libri del 2014

Dalla redazione e da amici collaboratori di Studio, la classifica (secondo ognuno) dei migliori libri dell’anno, in forma di lista o in forma più narrativa, con qualche eccezione alla regola del 2014. Fiction, molta nonfiction e qualche articolo.

Non c’è bisogno di molti preamboli, visto che dicembre è il mese delle classifiche e da qualche anno anche noi di Studio non ci tiriamo indietro davanti all’abusato – ma pur sempre utile – strumento. Siete ancora in tempo per fare regali a parenti amici fidanzate/i, o a fare un regalo a voi stessi. O a fare una lista dei desideri per farvi fare un regalo. Qui ci sono i libri preferiti della redazione di Studio e di alcuni collaboratori o amici, nel senso di anime affini o persone stimate. Buona lettura.

*

Cristiano de Majo

Ormai l’ho detto pure troppe volte: Ben Lerner è lo scrittore contemporaneo che trovo più interessante in questo momento, forse anche perché è quello che sento più vicino. Ero già impazzito per Un uomo di passaggio (Neri Pozza) e l’impazzimento è stato confermato da 10:04 (Faber & Faber), uscito a settembre negli Stati Uniti, verrà pubblicato da Sellerio agli inizi del 2015, nella traduzione di Martina Testa, che sono curiosissimo di leggere. Singolarmente attraversa temi molto vicini a quelli di cui ho scritto anch’io: malattia, paternità, freccia del tempo.

Il secondo libro che metto nella terna dei tre migliori è Spillover di David Quammen (Adelphi), parla di virus ed è un originalissimo ibrido di science writing, reportage e narrazione. Infine la raccolta di racconti di David Means Il punto(Einaudi), forse neanche la sua migliore, ma comunque un piccolo scrigno ricco di perle e come al solito semplice e al tempo stesso con molti livelli di lettura, potente, umano.

Tra i ripescaggi considero imperdibile la nuova edizione di Democracy di Joan Didion uscita da e/o e la spettacolare biografia orale di Truman Capote scritta da George Plimpton, pubblicata per la prima volta dopo anni in Italia  da Garzanti. Ma anche una cosa piccola, un reportage narrativo, che magari in America sarebbe finito su Harper’s, e che l’ottusa indisponibilità delle riviste italiane al giornalismo lungo ha fatto confluire nella forma libro: è la riedizione di Figli delle stelle di Ivan Carozzi, pubblicato anni fa dalla microscopica Cicorivolta, è stato rifatto da Baldini&Castoldi, ed è un esempio abbastanza raro di new journalism italiano riassumibile nell’abstract: un fan di Houellebecq incontra i raeliani.

Sono usciti anche libri italiani interessanti e belli, alcuni, parecchi, sono libri di amici su cui ovviamente non pretendo di avere lucidità di giudizio. Ma ci tengo a dire che non dimenticherò il debordante, e vero protagonista non dichiarato del romanzo, Gustavo Tullio in Class di Pacifico (Mondadori), così come “Il cielo stellato lontano da noi”, racconto contenuto in Le persone, soltanto le persone di Christian Raimo (minimum fax).

In ultimo, i rimpianti: non sono ancora riuscito a leggere Il posto di Annie Ernaux (L’orma) ma lo farò, e non sono ancora riuscito a farmi piacere, dopo vari tentativi, la quadrilogia di Elena Ferrante (e/o), e nonostante la fascetta iperbolica di Zadie Smith, ma soprattutto il fatto che tutte le circostanze indicassero che si trattava proprio del tipo di libro che avrei amato, mi per il momento sono fermato a pagina 200 de La mia lotta di Knausgård (letto in realtà nella vecchia edizione Ponte alle Grazie e non nella nuova Feltrinelli che lo ha ribattezzato La morte del padre).

Pietro Minto

Superintelligence. Paths, Dangers, Strategies, Nick Bostrom (Oxford University Press)
Mi piace leggere libri senza capirci niente e in questo senso questo trattato sulle intelligenze artificiali di Bostrom – consigliato da Elon Musk con un tweet apocalittico – è una lettura incredibile che contiene la frase migliore dell’anno, riferita a uno dei tanti rischi possibili legati all’intelligenze artificiali (AI). Eccola.

The Yolo Pages, AA. VV. (Boost House)
Questa raccolta di racconti, poesie e image macro è la cosa migliore mai scaturita dall’alt-lit, genere letterario poi scomparso in una nube tossica di accuse di stupri. Una lettura molto piacevole che ora ha il retrogusto amaro di un addio.

No Exit: Struggling to Survive a Modern Gold Rush, Gideon Lewis-Kraus (Kindle Single)
Lewis-Kraus ci racconta l’altro lato – quello vero, triste e povero – della Silicon Valley e delle vite dei suoi lavoratori: sogni infranti, soldi a palate e vite distrutte. Da accompagnarsi alla visione della prima stagione di Silicon Valley.

The Humor Code: A Global Search for What Makes Things Funny, Peter McGraw e Joel Warner (Simon & Schuster)
Due signori diversissimi che girano il mondo cercando di capire perché ridiamo, come ridiamo e quando ridiamo. Un PhD che si diverte a fare stand up. Un viaggio nel cuore dell’Africa alla ricerca del LOL esotico. Impredibile.

What If?: Serious Scientific Answers to Absurd Hypothetical Questions, Randall Munroe (Houghton Mifflin)
Randall Munroe è l’autore di XKCD, notissimo blog di fumetti per gente che capisce di programmazione, fisica e scienza, ed è in dotazione di quel sarcasmo geek che io odio e apprezzo. Lo scorso anno ha inaugurato una rubrica settimanale, “What if?” (https://whatif.xkcd.com ), subito trasformata in libro: domande assurde a cui vengono date risposte complete, informate e scioccanti. Tipo: cosa succederebbe se qualcuno lanciasse una palla da baseball a quasi la velocità della luce? Succederebbe un bel casino, ecco cosa. Ci sono anche i disegnini.

Vincenzo Latronico

Per me il 2014 è legato a quest’idea che sia più importante/interessante/azzeccato scrivere della realtà anziché di cose che non esistono: che il secolo ventesimo primo non è epoca di romanzi ma di nonfiction, perché la letteratura o forse il pubblico o forse l’Occidente stanno andando da un’altra parte. È un’idea condivisa, oggi, da tanti scrittori che stimo (alcuni scrivono anche su Studio). All’inizio dell’anno ci credevo anche io. Ora meno.

Mi piacerebbe fare la mia storia personale di quest’idea attraverso i libri che mi hanno portato, rispettivamente: a pensarci sul serio, a coccolarla e a disamorarmene. Sono tutti usciti nel 2014.

Comincio con Il corpo non dimentica, in cui Violetta Bellocchio parla di alcolismo e di donne in Italia e di una donna in particolare (lei). Erano anni che non leggevo un memoir italiano con una visione letteraria così forte, che non è concepito con l’unico scopo di far piangere un certo tipo di lettrice. Ma dico “visione letteraria” e mi annoio da solo, e invece è un libro profondo e agghiacciante e divertente e per nulla noioso. Mi ha anche colpito come parlando di realtà la sua scrittura sia fiorita; certi tratti di stile che mi parevano un po’ fuori bersaglio nella sua narrativa, un po’ sopra o sotto le righe, qui acquistano una potenza e una pertinenza molto maggiori, sembrano fatti apposta. Ah, mi sono detto, è la realtà.

Poi c’è The Empathy Exams, di Leslie Jamison, che mi ha sconvolto innanzitutto come saggio sul Believer. Racconta di quando l’autrice impersonava una donna malata per valutare la capacità empatica di una serie di studenti di medicina; e quindi parla (fra le altre, molte cose) di cosa significa capire davvero l’altro, e farlo attraverso la falsità; e quindi parla (anche) di verità e finzione. Ma anche qui, lo fa con una grazia e una forza cui nessun “romanzo metaletterario” (horresco referens) potrebbe aspirare. Anche perché non è un romanzo metaletterario, è la storia di un aborto.

E poi c’è Le Royaume, di Emmanuel Carrère; in cui i piani si aprono a telescopio, ma è un telescopio sfondato. Il libro si apre come un memoir in cui Carrère ripercorre la sua conversione al cattolicesimo integralista a trentaequalche anni: la crisi letteraria e personale che l’ha scatenata, l’insicurezza da cui ha pescato, la fine ipotetica e mai irreversibile cui è giunta dopo due anni. E lo fa come lo fa Carrère: con brio e intelligenza, con la capacità di portarti a una vertigine di introspezione dopo descrizioni pacate e indolenti, descrizioni da domenica pomeriggio. Questa è la prima parte del libro. Le altre sono un lungo reportage in cui cerca di ricostruire la storia (non la Storia, proprio la narrazione) dietro il mito dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli, tratteggiando psicologie e tragitti, descrivendo gli ambienti, con grandissima attenzione di narratore e un po’ di pedanteria da neoconvertito. Quelle sezioni, come è ovvio, scorrono che è un incanto, e peraltro gettano una luce nuova su molte cose che Carrère ha già scritto. Non è questo il punto. Il punto è che così facendo Carrère scrive un testo “di nonfiction” (il reportage) a proposito di un testo “finzionale” (il mito), che però al lettore pare un testo “finzionale” (la narrazione di Carrère) a proposito di un testo “di nonfiction” (i Vangeli). E quindi da lettore incantato ti dici che indubbiamente Le Royaume è un grande libro: ma lo è perché è vero, o perché è falso?

Questo testo doveva essere molto più breve di così, ma mi sono fatto prendere la mano: però in teoria doveva andare avanti ancora parecchio, concludendo l’arco che ora lasciamo nella sezione discendente della cuspide, quando le nozze dei protagonisti (la scrittura e la realtà) vengono interrotte dalla chiamata alle armi. In una vita in cui i lettori di Studio non hanno altro da fare sarei andato avanti, parlando di Michele Mari e Andrew O’Hagan e Cristiano de Majo e Leonardo Colombati e Margaret Atwood, in quest’ordine: scivolando dal vero al falso. Buon 2015.

Cesare Alemanni

Jeff Hobbs, The short and tragic life of Robert Peace
Mentre scrivo non ho ancora finito questo libro, che ho scoperto come qualche lettore lo sta scoprendo ora: in un “best of” del 2014. Siccome sono pigro non ho mandato una mail al compilatore per ringraziarlo ma voi, eventualmente, fatelo che ci tengo. A proposito di “racconto della realtà”, Ferguson, Serial etc…

Michele Mari, Roderick Duddle (Einaudi)
Michele Mari. Non credo serva aggiungere altro. Come tutti i libri di Mari (molti dei quali li ho letti quest’anno), anche RD è divertente e godibilissimo, baciato da una scrittura strepitosa che trasuda intelligenza e devozione per il racconto. Unica pecca: a un certo punto il gioco a incastrare situazioni e personaggi nella trama diventa un po’ stucchevole e qualche decina di pagine in meno non avrebbe fatto male.

Denis Johnson, The Laughing Monsters (Farrar, Straus and Giroux)
Il fatto che lo includa dice tutto del mio amore per DJ ma anche del fatto che ho letto troppi pochi grandi libri del 2014 per avere sufficienti alternative a quello che, comunque, non è certo uno dei romanzi migliori di Johnson.

David Quammen, Spillover (Adelphi)
È uno dei testi di divulgazione più interessanti che abbia mai letto e sono contento che Adelphi l’abbia portato in Italia. Dato che quest’anno ho trascorso molto tempo con diversi tomi divulgativi mi sento di consigliarne almeno altri tre, anche se non sono usciti quest’anno: The Great Mortality di John Kelly, Pale Blue Dot di Carl Sagan e Storm Kings di Lee Sandlin.

Menzioni d’onore: Cristiano de Majo – Guarigione; Giorgio Falco – La Gemella H; Conor Jack Creighton – Saint Frank; Michael Punke – Revenant; Richard Flanagan – The narrow road to the deep North.

Davide Coppo

Il 2014, per me, poteva essere un annus horribilis librescamente parlando: poco concentrato, orfano di una vera monomania, ora lo posso ammettere, che colonizzò il mio splendido 2013 e che si chiama Roberto Bolaño, incapace di ritrovare quella voracità e quel godimento puro che avevo provato divorando tutta l’opera tradotta in italiano (e pure qualche raccolta di racconti in spagnolo) mi hanno fatto sentire al capolinea della letteratura. Poi Einaudi, nel centenario della nascita, ha ripubblicato quasi tutta l’opera di Julio Cortázar: Tutti i fuochi il fuocoOttaedroLezioni di letteraturaBestiarioStorie di cronopios e di famas. Alcuni li avevo già letti, altri li ho letti per la prima volta, e per alcuni mesi estivi sono felicemente vissuto nella dimensione parallela dell’immaginario dei racconti di Cortázar.

La parola d’ordine del 2014 (ma anche del 2013, e forse pure del 2012 e del 2015) è nonfiction, e anche io, inizialmente scettico (ma non scettico-scettico: solo un po’ bastian contrario), mi sono fatto travolgere dall’onda. E quindi ho comprato e letto il mio bravo Spillover di David Quammen (Adelphi), e dirò solo che è un libro meraviglioso e apocalittico come pochi, ma non dirò di più perché già molti ne parleranno a lungo e forse meglio di me. E quindi potrei consigliare un libro non uscito nel 2014, ma ri-edito sì, precisamente un mese fa, sempre da Adelphi. È di un autore di cui potreste già aver sentito parlare, si chiama Joseph Conrad, e il libro è Un avamposto del progresso. L’ho (ri)letto poco dopo aver letto Spillover, e alcune atmosfere sono simili: c’è ancora un “cuore di tenebra” africano, di epidemie, superstizioni, civilizzazione trasformata in distruzione, morte, paura, c’è ancora nel 2014 ed è lo spettro dell’ebola nelle viscere dei gorilla morti e poi mangiati dagli ignari abitanti. Quello di Conrad, beh, c’è davvero bisogno di consigliarlo e spiegarlo? La solitudine che diventa pazzia, la presunzione colonialista che diventa prima sconfitta e poi dramma. E poi dei libri è importante anche la copertina, e Un avamposto del progresso ha una splendida fotografia a tutta pagina di Richard Mosse, perfetta per la trama, che si chiama, anche qui con discreta perfezione, “Of lillies and remains“.

Un libretto molto bello e che ho letto molto di recente è ’14 di Jean Echenoz, scrittore francese classe 1947 che avevo scoperto anni fa con l’altrettanto breve Ravel’14 (Adelphi) è un libro sulla Prima Guerra Mondiale – di cui è caduto il centenario – e di come viene vissuta da un gruppo di ragazzi che, ignari come molti, sono mandati al fronte (francese) sicuri di tornare a casa dopo due settimane. È molto potente il contrasto tra la scrittura compassata e ben cadenzata di Echenoz e le immagini cruente che descrive: le granate in trincea, i corpi dilaniati, crani, mandibole, vomito, topi.

Ultimo: Thirty-One Nil: on the road with football’s outsiders, un libro-reportage (firmato James Montague) che ha seguito le Nazionali di calcio più scarse del pianeta nelle loro qualificazioni a Brasile 2014.

Altre menzioni speciali: Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli (Adelphi), per capire meglio Interstellar e compagnia; Prendila così di Joan Didion (Il Saggiatore), perché va letto tutto quello che ha scritto Didion.

Menzione articolo longread: The Secret Casualties of Iraq’s Abandoned Chemical Weapons del New York Times: come l’America ha coperto il caso di armi chimiche effettivamente trovate (ma non quelle utilizzate come pretesto per la guerra) e i gravi danni alla salute dei soldati coinvolti.

Veronica Raimo

Prendila così, Joan Didion (Il Saggiatore)
Un libro che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere.

John Cassavetes. Un’autobiografia postuma, Ray Carney (minimum fax)
Non so se un non appassionato di Cassavetes possa amare questo libro. Forse no. Ma credo che la bellezza del libro sia anche in questo. Come al funerale di qualcuno, è giusto che ci vada la gente che ha veramente voluto bene a quel qualcuno, altrimenti le parole del prete, o di chi per lui, suoneranno solo distanti e retoriche. I riti funzionano così, e allora devi aver amato la follia, le ossessioni, le ingenuità, l’utopia, e certo il cinema di Cassavetes. Poi vuoi sentire che in questo amore non eri solo, anche se al tempo stesso vuoi che resti un amore privato.

Hidden Islam, Niccolò Degiorgis (Rorhof)
Un piccolo caso editoriale nel mondo della fotografia. Un libro autoprodotto che ha vinto il Prix de livre d’auteur di Arles, ottenuto riconoscimenti più o meno ovunque e esaurito le prime due edizioni. Uno dei rari casi dove l’oggetto-libro riesce non solo a rispecchiare il bellissimo e intelligente lavoro fotografico (una mappatura dei luoghi di culto islamici “clandestini” sparsi nel nord-est italiano), ma anche a trovargli una forma che aggiunge un ulteriore livello di senso. Se comprate il libro, capite subito il perché.

Anna Momigliano

Il dolore è adesso, Mauro Zucconi (Amazon Digital)
Racconto lungo, romanzo breve o novella, chiamatelo un po’ come vi pare. La semplice storia di undici ragazzini delle elementari che giocano a calcio diventa un ritratto, crudissimo e senza vie di scampo, dell’aggressività e della paure umane, degli istinti animali e degli aneliti di gloria, che fa un po’ Il Signore delle Mosche e un po’ Ragazzi della via Paal.

La fine di Gerusalemme, Lion Feuchtwanger (Tiqqun)
Romanzo storico pubblicato in Germania negli anni Trenta, per anni rimasto fuori catalogo in Italia, ora è disponibile in formato ebook con una nuova traduzione. Ambientato tra la Roma e la Gerusalemme di Nerone e Tito, sembra molto più attuale oggi che nella Berlino prenazista. È un’epica da scontro di civiltà, tra Oriente e Occidente, tra razionale e irrazionale, tra fede e techné, tra l’assoluto e il compromesso. Chi vince, alla lunga, non è poi così chiaro.

Dataclysm: Who We Are (When We Think No One’s Looking), Christopher Rudder (Crown)
L’umanità fa schifo e per farsene un’idea basta dare un’occhiata alle tracce che lasciamo online. Razzismo, misoginia, pregiudizi vari e ignoranza crassa: sono tutte cose che nell’era del politicamente corretto abbiamo imparato ad auto-censurare in pubblico, ma che riemergono quando siamo convinti di essere soli davanti alla tastiera. In realtà non siamo mai soli, quando abbiamo una connessione Internet: c’è gente come Rudder che analizza ogni dato disponibile e ne trae le debite conclusioni.

Mattia Carzaniga

Karoo, Steve Tesich (Adelphi)
Il romanzo dell’ultimo anno, anzi degli ultimi venti. Negli Stati Uniti è uscito (postumo) nel ’98, da noi solo adesso. A voler sbattere la faccia contro La Metafora, è la storia di un riscrittore di sceneggiature altrui che non sa scrivere il copione della sua vita (argh). In realtà è zeppo di humour, cinismo, verità spiccia e brutale. Il finale omerico è un mezzo passo falso: ma avercene di romanzi perfetti che sanno essere umanamente imperfetti alle ultime battute.

Il figlio, Philipp Meyer (Einaudi)
La Storia non è Downton Abbey. È carne, sangue, scalpi, mosche sui cadaveri. Almeno quella americana. Meyer scrive il capolavoro dell’anno giocando agli indiani e ai cowboy, ma raccontandoli per quello che sono stati davvero: brutti, sporchi e cattivi senza distinzione, avidi di terra e denari. Siamo dalle parti del cinema di Elia Kazan, tra mélo ed economia di mercato: fosse ancora vivo, lo farebbe diventare un film altrettanto meraviglioso.

Il cardellino, Donna Tartt (Rizzoli)
Da noi faceva molto figo dire che in realtà è brutto. Poi capisci perché la Cultura (maiuscola) in questo paese va male. Le quasi mille pagine di artificiosissima parabola à la Oliver Twist – tra uccellini fiamminghi, golfini preppy e arte povera – scorrono veloci. Volata finale sulla bellezza, ma detto meglio di Contarello-Sorrentino. In patria ha vinto il Pulitzer, da noi potrebbe ricevere il premio per la peggior traduzione di sempre, con perle del tipo «Dov’è hai messo il manico di scopa?» (a pagina 276).

Roderick Duddle, Michele Mari (Einaudi)
Il romantico (in senso leopardiano) Mari è stato mio professore all’università. Era già dotto, snob, ostile. E bravissimo. Qui ritorna all’ossessione di sempre: il romanzo inglese d’avventura. Ci sono un orfanello e un medaglione misterioso (di fatto è Il cardellino), ma svoltati in chiave L’isola del tesoro. Il rischio di esercizio letterario ed erudito è alto, ma chi altri in Italia scrive così? E comunque al primo esame mi diede 28, con lui quasi un miracolo: non l’ho mica dimenticato.

Bravi & camboni, Paolo Piras (Egg)
Perché è il primo titolo di un nuovo, piccolo, coraggiosissimo editore. E perché l’ha scritto un amico mio, giornalista che va in giro per il Tg3 raccontando di immigrati e cassintegrati con l’improvvisa fregola di scrivere (benissimo) di calcio. Anzi no, perché anche chi non è un cultore della materia – eccomi! – troverà irresistibili questi ritratti di uomini sardi più brocchi che campioni. È l’epica, a suo modo gloriosa, degli ultimi. E, scusate, fa molto ridere.

Davide Piacenza

Sidewalks, Valeria Luiselli (Coffee House Press)
Per me il 2014 è stato senz’altro l’anno della nonfiction. E, tra i migliori intrepreti del genere, da quest’anno personalmente annovero anche questa scrittrice messicana, autrice di un’incantevole raccolta di saggi brevi. Luiselli parte dai suoi giri in bicicletta a Città del Messico, dalle sue passeggiate a New York, da una visita alla tomba del poeta Iosif Brodskij a Venezia per tessere una tela di difficile definizione: è un memoir, ciò che ha scritto? Una serie di saggi di architettura, urbanistica e cartografia? Un quaderno di viaggio introspettivo? Qualunque sia la dizione più corretta, alla fine state pur certi che Sidewalks lo rileggerete.

Il caso non esiste, David Hand (Rizzoli)
Vi siete mai chiesti perché le cose più improbabili accadono, o se davvero esistono casi in cui non si può parlare di “coincidenza”? David Hand, professore di matematica all’Imperial College di Londra, ha deciso di spiegarci tutto per bene in un testo scientifico che si rivela subito dinamico e inaspettatamente gradevole. Tra le altre cose, Il caso non esiste è anche il libro che vi permetterà di sapere di più dello sfortunato record di Roy Sullivan, un guardiacaccia della Virginia colpito da un fulmine in ben sette (7) occasioni diverse.

Il giovane Holden, J. D. Salinger (Einaudi)
Sì, Il giovane Holden. Sì, avete letto bene. Fino a febbraio di quest’anno non avevo mai letto uno dei libri più longevi e onnipresenti. (“Mamma, un redattore di Studio ha inserito Holden nel post sui libri del 2014″. Povero bambino, è come se lo vedessi, devo avergli rovinato il Natale). Il punto è un altro, però: leggerlo, prendere sotto braccio Holden Caulfield o affidarsi al suo, di braccio, vedere il mondo coi suoi occhi, mi ha cambiato. E – cosa forse ancora più importante – sono sicuro che l’avrebbe fatto anche se avessi preso in mano il libro a un’età diversa. Lo consiglierei, l’avete già letto tutti: rileggetelo, tornate a camminare con Holden, rifatevi cambiare. La nuova traduzione Einaudi, in più, merita.

 

Claudia Durastanti

Bark, Lorrie Moore (Knopf)
La più brava scrittrice di racconti in America. La raccolta ruota attorno agli anni guerrafondai di Bush da un punto di vista intimo e domestico, rievocando il recente passato in cui per essere democratico ci voleva non solo coraggio, ma anche una certa dose di spregiudicatezza sociale. Moore parla del mondo non necessariamente deprimente del dating tra gente di mezza età o al quarto divorzio. Come Schiavi di New York di Tama Janowitz (che diavolo di fine ha fatto?), Bark è pieno di humor, di riflessi sociali condizionati e di uomini e di donne che si incastrano ma non si sigillano come dovrebbero. Così musicale e così precisa, per il lettore è una gioia. A uno scrittore invece fa venire i nervi come solo Malamud: quanto diavolo deve faticare per ottenere la stessa triste leggerezza?

Prelude to Bruise, Saeed Jones (Coffee House Press)
Le poesie più belle che ho letto quest’anno. Lo avrei detto a prescindere da Ferguson, ma scorrere versi che parlano di corpi neri che bruciano senza pensarci sarebbe stato impossibile. Jones, che si occupa della sezione LGBT di Buzzfeed, parla di razza, gender e cultura southern con una grazia che vuole essere  selvaggia. Per chi decanta il successo di una (immaginaria) società post-razziale o post-identitaria in cui nessuno viene davvero perseguitato per l’orientamento sessuale o l’appartenenza etnica, è uno schiaffo ben assestato. Come disse il regista di 12 Anni Schiavo a Kanye West in una bellissima conversazione su Interview, «Hollywood accetta più facilmente un regista nero che fa un film sull’oppressione della propria razza che non un regista nero che parla di sesso e perversioni». Le poesie di Saeed, per fortuna, vanno nella stessa direzione rimpianta da McQueen. Il rogo, qui, è sentimentale quanto politico.

Love Me Back, Merritt Tierce (Doubleday)
Nell’anno della decantata forth wave of feminism in cui attrici vanno all’Onu a dire ovvietà come «dovremmo essere pagate quanto i maschi» in una rassegnata dimostrazione di quanto l’asticella delle rivendicazioni sia ancora bassa e in cui Lena Dunham scrive un memoir mediocre dove non si cita esplicitamente l’aborto (non che fosse un obbligo o un merito, ma nella sua accezione di femminismo che abbraccia tutto l’omissione mi è puzzata di calcolo), una sconosciuta texana piazza un bel romanzo che si occupa di tutto ciò che affossa una ragazza che resta incinta a sedici anni ma allo stesso tempo vuole emanciparsi dalle afflizioni di genere. Love Me Back è un po’ The Dark Side of Juno e racconta come può essere diventare madre così presto, fare la cameriera, non avere alcun tipo di aspirazione al miglioramento e scegliere l’annichilimento sessuale e una condizione di degrado senza che questi siano propedeutici a chissà quale rivelazione spirituale (con uno stile martellante, secco e implacabile, che resta il suo vanto a prescindere dall’argomento). Ecco quant’è brava Merritt Tierce: così tanto da fregarsene di fingere che ci sia una luce nell’abisso.

Giuseppe Rizzo

Col tempo ho imparato che i lettori medi non esistono, ma esistono i critici medi. Il critico medio italiano si riconosce a dicembre, quando i giornali stilano le classifiche dei migliori libri dell’anno e gli chiedono di tirare fuori qualche titolo. Nella sua lista non compaiono quasi mai libri di autori italiani: fa troppo provincia. Io in provincia ci sono nato e cresciuto, la letteratura l’ho filtrata dallo sprofondo meridione e questi sono i miei titoli: Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio, Guarigione di Cristiano de Majo. Sono due libri di nonfiction, che per ora si porta molto; ma per me sono storie che hanno a che fare con il dolore, la fragilità, il tempo, l’amore, e quindi con la letteratura, e quindi con la vita. Cristiano de Majo è una delle firme di Studio e ho pensato che per questo motivo nessuno lo avrebbe citato. Magari mi sbaglio, ma comunque mi piglio la vergogna di farlo.

Violetta Bellocchio racconta i suoi anni da alcolista con ferocia e onestà. Le sue pagine suonano così: «Se stasera mi versassi un bicchiere la foto andrebbe in frantumi, e tutto quanto mi scoppierebbe addosso, dentro, sopra, sotto. E la corsa riprenderebbe di nuovo. La corsa è molto più eccitante della fermata. È per questo che le nostre storie non prevedono un senso duraturo di liberazione; è per questo che le nostre storie non hanno senso. Per dare un buon finale alla nostra carne, dobbiamo sempre fermarci prima del vero finale».

Cristiano de Majo scrive di come ha amato la sua donna, superato un tumore, avuto due figli. Uno dei due è nato con una malattia rara e si è portato appresso abissi di sensi di colpa e gioie furibonde. Le su pagine suonano così: «Avevamo dovuto soffrire molto – non solo l’aborto, ma anche il tumore e tutto il dolore che ci faceva sentire in credito – per essere ricompensati con un surplus di vita. Ma comunque queste consolazioni irrazionali non mi mettevano al riparo dalla paura che, invece, il dolore si potesse di nuovo abbattere su di noi».

Michele Masneri

L’Italia esplode. Diario dell’anno 1952, Irene Brin (Viella editore).
Una volta c’erano dei giornalisti che sapevano scrivere di Borsa ma anche di borsette, di cinema e altezze reali e Pil e politica internazionale. Spesso erano femmine. Ecco dunque una lettura che in un mondo giusto dovrebbe valere dei punti come corso di aggiornamento dell’Ordine: «in certi periodi avrei scritto anche quattro articoli al giorno, sullo stesso argomento, ma usando termini rigorosamente diversi. Diciamo che raccontavo le novità di Christian Dior sulla Gazzetta del Popolo, su Gazzetta-Sera, sul Giornale d’Italia, cioè tre quotidiani; il quarto pezzo era destinato ai settimanali, ai mensili, alle pubblicazioni occasionali. C’erano giorni in cui, scrivendo dalle nove del mattino alle nove della sera senza interrompermi, allestivo diciotto o venti puntate. Per non morire di noia, ricorrevo alla citazione storica, all’aneddoto incongruo, al riferimento classico. Quando, oggi, mi capita di rileggere questi milioni di parole, sono sempre stupita dagli esordi: perché ho citato madame de Montespan, il duca d’Alba, l’Eresia Catara, il Ballo degli Ardenti, Rasputin, la muraglia cinese, quando dovevo semplicemente adattare un testo descrittivo al servizio fotografico sui mantelli di paglia? Semplicemente, cercavo di riabilitarmi ai miei occhi».

Truman Capote, George Plimpton (Garzanti).
Nel novantesimo dalla nascita e trentesimo dalla morte, ecco l’edizione italiana del classico americano; dunque altre voci, altre stanze, tante chiacchiere: qui vecchi amici, vicini di casa, scrittori, a partire da Monroeville, Alabama, luogo di incubazione di tutti i traumi e demoni. Tante feste, sempre, dalla prima, in seconda elementare, con invitati “negri”, causando parapiglia (lo sceriffo: «lei lo sa com’è il Ku Klux Klan, è un bel pezzo che non hanno occasione di mobilitarsi, se non creano un po’ di parapiglia nessuno paga più le quote annuali»), fino a quelle newyorchesi al civico 1453 di Lexington Avenue, poveri ma belli, seduti per terra a bere vino scadente tipo Tavernello però con Marcel Duchamp, Maria Callas, Faulkner e Nureyev e Evelyn Waugh, mentre  ogni tanto passa Marlene Dietrich ad accendere la stufa. Marella Agnelli in Ho coltivato il mio giardino, Adelphi, libro da tavolino dell’anno, ricorda invece di aver rimproverato Truman per le sue Preghiere Esaudite (che però la risparmiano). Lui, nel medesimo libro, è sempre lì in barca con gli Agnelli, e dice che a bordo si mangia troppa pasta e si ingrassa, nonostante gli esercizi sul ponte con Gianni al mattino.

Cara bambina, Lady Mary Wortley Montagu (Adelphi).
Epistolario di una milf inglese settecentesca a Brescia. Quando nel 1747 lady Mary Montagu, moglie di un alto politico, bello spirito, gloriosa socialite, sbarca a Brescia, ha cinquantotto anni e i postumi di una storia andata a finire malissimo con un toy boy padovano scapestrato. Lui è Francesco Algarotti, il cigno di Padova, come lo chiamava Voltaire; ha scritto un bestseller, il Newtonianesimo per le dame, è naturalmente gayssimo, ma lei obnubilata non capisce, molla il marito e lo segue da una corte all’altra in Europa, con lui che le dà appuntamenti a Venezia e poi invece la accanna e le scrive da Parigi, e poi si sistema in Prussia con Federico il Grande, che gli vuole molto bene e lo fa subito Conte. Ma prima dello sbrocco, lady Mary Montagu era stata una delle dame più spiritose di Corte, con cronache e satire di altissimo livello (Lytton Strachey poi scriverà, molti anni dopo, che «è sempre assolutamente franca, assolutamente assennata. Il suo spirito ha quella qualità che è il migliore antidoto contro la piattezza»). Il marito, sir Edward Wortley Montagu, oltre che nipote del primo conte di Sandwich, parente di quello che inventò il panino giusto, era deputato e con l’improvvisa presa del potere del partito Whig nel 1715 stava facendo una rapida carriera al ministero del Tesoro. Poi per qualche rovescio di fortuna la coppia viene mandata a Costantinopoli, e lì lady Mary diventa subito amica di tutte le concubine e frequenta tutti i bagni turchi giusti, esporta a Londra la vaccinazione moderna (il Parini le dedica l’Ode l’Innesto del Vaiuolo), scrive tante lettere, che saranno poi Turkish Embassy Letters, che inaugurano la letteratura esotica e le manie orientali. A Brescia, esiliata dopo la storiaccia con l’Algarotti, finisce vittima dei conti Palazzi, tre maschi alfa della macroregione dediti alla truffa e alla rapina, ma lei si trova abbastanza bene, gioca a carte con dei prevosti, pesca il coregone, scrive tante lettere alla Cara bambina che è poi la figlia, e da lei pretende di sapere tutti i necrologi e le toilette e le scopate delle signore più in vista a Londra. Lamentandosi molto: le poste italiane funzionano già malissimo.

 

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