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Guida minima a Roberto Bolaño / Pt. 1

La prima parte di una guida all'orientamento nell'opera e nel successo dello scrittore cileno. Si parte con i libri più brevi, molti dei quali sono anche i primi.

Il fenomeno letterario Roberto Bolaño si è quasi spento, o meglio: non è più un fuoco che scoppia e accresce e scalda le conferenze, le pagine culturali di carta o di Internet, i discorsi alti con conoscenti e sconosciuti, e via dicendo. Si è canonizzato e secolarizzato: i suoi libri non sono più le farfalle nello stomaco della letteratura, si sono trasformati in una bella fidanzata, una fidanzata che hai imparato a conoscere e che a volte, come è normale, hai voglia di lasciare, tradire, cambiare. Succede: i fenomeni non durano, sono comete che passano, illuminano, vengono osservate con meraviglia dagli esperti telescopi e dai più normali e ingenui esseri umani che guardano il cielo, poi girano l’angolo, spariscono dietro un orizzonte, e rimane la meraviglia per quel passaggio, che poi si appiattirà, e diventerà esperienza, e così i libri-fenomeni torneranno a essere libri, in scaffali già pieni di libri, alcuni anche loro ex-comete. È uscito per Adelphi I detective selvaggi, un libro che Bolaño ha scritto nel 1998, e che è il responsabile principale per la nascita del “fenomeno letterario Roberto Bolaño”, nel 2008. È una storia che fa più o meno così: a metà novembre del 2008, a New York (un novembre molto nevoso, negli ultimi dieci anni secondo soltanto al novembre 2013, l’ho controllato e non so perché) c’è una fila di persone fuori da un bar di Manhattan. La coda sembra ordinata, fa il giro intorno all’angolo dell’edificio. Dentro il bar ci sono le prime copie di un libro scritto, citando le esatte parole dell’Economist che ha descritto la scena in un articolo intitolato “Bolaño-mania. Hymn to a dead chilean”, «da un autore cileno morto da cinque anni». Il libro non è I detective selvaggi, è 2666, opera monumentale (l’edizione italiana consta di 963 pagine) e postuma dello scrittore morto a 50 anni nel 2003. I detective selvaggi, uscito negli Usa un anno prima, ha fatto da apripista. Ha fatto conoscere Bolaño al pubblico statunitense. Dal pubblico statunitense, quella “mania” è arrivata in Europa, e in Italia. I detective è uscito per Sellerio nel 2009, 2666 in versione integrale per Adelphi, lo stesso anno. Del primo ne sono state stampate quattro edizioni, del secondo cinque. Perché Bolaño, a un certo punto, ha fatto innamorare l’America del nord, un’America che è completamente ignorata nei suoi libri, almeno geograficamente?

Un po’ James Dean, un po’ Kerouac, un po’ Rimbaud,  il Sud America facile da vendere.

Un’ipotesi che coinvolge non la pura letteratura, ma il mercato editoriale, i suoi fili, i suoi poteri e le sue menzogne l’ha fatta lo scrittore salvadoreño e vecchio amico di Roberto Bolaño Horacio Castellanos Moya, nel 2009 sulle pagine del quotidiano argentino La Nación. Riprendendo anche un essay di Sarah Pollack, professore di letteratura al City College of New York, intitolato Latin America Translated (Again): Roberto Bolaño’s The Savage Detectives in the United States, Castellanos Moya si chiede, anzi afferma, che il successo dello scrittore cileno sia frutto di un’operazione pianificata attentamente, a tavolino, dall’establishment culturale nordamericano, un establishment che decise di investire sull’immagine di Bolaño come scrittore maudit, un ex tossico fuggito dal Cile in Messico, poi di nuovo in Cile, in prigione, poi fondatore di un movimento poetico avanguardista, poi vagabondo in Europa, in Spagna, infine morto prematuramente a cinquant’anni, per una grave malattia al fegato. Il problema, scrive Castellanos Moya, è che Bolaño non è mai stato un maledetto. E che la sua opera è stata scritta negli ultimi dieci anni di vita, e gli ultimi dieci anni di Roberto Bolaño erano gli ultimi dieci anni di un uomo borghese, un ottimo marito, un ottimo padre. E che la morte è arrivata a causa di una pancreatite trascurata per troppi anni, non per una maledetta cirrosi epatica da consumo di alcol. Castellanos Moya nota anche come nella prima edizione de I detective selvaggi uscita negli Stati Uniti la fotografia dello scrittore inserita nella nota biografica sia una fotografia degli anni ’60, un periodo in cui Bolaño era in Messico, un periodo in cui Bolaño è giovane e ha fondato il movimento infrarealista, un periodo in cui porta i capelli lunghi, ma non il periodo in cui Bolaño ha scritto il libro. È stato creato un nuovo mito, una nuova icona, un po’ James Dean, un po’ Jack Kerouac, un po’ Rimbaud, un po’ Gabriel Garcia Marquez, il Sud America facile da vendere all’Occidente turista della letteratura.

Da quel successo nordamericano Roberto Bolaño è arrivato anche in Italia, dall’Italia sugli scaffali di molti, compresi i miei. Dal primo incontro con 2666, il mio incontro con Bolaño, sono stato piacevolmente travolto dalla “mania”, e credo di aver imparato a conoscere sia la parte letteraria di questa (i libri, la poetica, il loro valore) sia la parte più politica: come succede per altri scrittori (mi vengono in mente David Foster Wallace o Bret Easton Ellis) l’opera di Bolaño ha creato una noiosa frattura tra i lettori: da un lato gli amici, o meglio gli amanti, i fanatici, i mujaheddin, dall’altra i nemici. Considerato che, come scriveva Martin Amis su unNew Yorker del 2011, «[w]hen we say that we love a writer’s work, we are always stretching the truth: what we really mean is that we love about half of it», questa è una piccola guida estremamente parziale all’orientamento nell’opera (o forse all’introduzione all’opera) di Roberto Bolaño, che è un’opera quasi completamente legata, libro per libro, personaggio per personaggio. La divisione (parziale: manca purtroppo o per fortuna qualcosa) tra le opere sarà fatta secondo un criterio banale e strano: la lunghezza del libro (si potrebbe anche ipotizzare una via temporale, maI detective appartiene alla prima fase della produzione, e andrebbe quindi a contraddire il piano). Si inizia, quindi, con “quelli brevi”, per poi andare verso quelli lunghi, per poi andare verso i racconti, o le raccolte di articoli, le interviste, gli interventi pubblici.

 

Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce

Non è un libro sui consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, ma è un libro – il primo scritto da Bolaño, oppure il primo a essere pubblicato, nel 1984, e scritto a quattro mani con il catalano A. G. Porta – sulla violenza. Potrebbe essere un’affermazione mia, un po’ sbrigativa ma a effetto, eppure «questo libro parla di violenza» è una frase dello stesso Bolaño. Non essendo stato il mio primo “suo” libro ero preoccupato, prima di iniziare la lettura, che l’espediente delle quattro mani potesse togliere potenza e libertà alla scrittura di Bolaño, a cui mi ero avvicinato e stretto proprio perché potente e straordinariamente libera, quasi anarchica, quasi paradossalmente amatoriale. Invece Consigli è un libro molto bolañesco, e lo è per il suo estremamente marcato lato pulp: le uccisioni, la violenza continua, la quasi totale impossibilità di avere un sentimento empatico duraturo con un personaggio – va a finire che, prima o poi, anche lui farà qualcosa di orribile e disgustoso.

È la storia di due giovani rapinatori che agiscono a Barcellona, ammazzano in modo banale ma cruento, litigano e fanno sesso e si promettono di smetterla di uccidere e poi uccidono ancora. La parte che di solito deve entrare dalla porta sul retro in queste narrazioni, e cioè la polizia, l’ansia, la fuga, la tensione per la salvezza, una specie di senso del bene che arriverà a fermare la violenza, in questo libro è ridotta al minimo, a qualche notizia ascoltata alla radio, a un telegiornale. L’effetto è una concentrazione estremamente intima sulla dissolutezza maligna di Ana e di Angel, un male che rimane da solo sulla scena e costantemente al centro dell’obiettivo. È un libro che mi ha fatto stare, a tratti, abbastanza male.

– Perché abbiamo ammazzato la vecchia?
– Era una vecchia schifosa, non valeva la pensa di lasciarla vivere, avrebbe gridato.
– Io non la conoscevo, dimmi tu com’era.
– Non so, era una schifosa, sempre lì a lamentarsi, non so neppure che età avesse.
– Ma com’era?
– Una che rompeva sempre… e molto vecchia.
– Viveva da sola, non aveva parenti?
– Che io sappia, no. Era sola al mondo.
– Come l’hai ammazzata?
– Siamo arrivati al suo negozio all’ora in cui io cominciavo a lavorare, le sette del mattino. Hai suonato tu il campanello e poco dopo lei ci ha aperto. Siamo entrati insieme anche se tu sei rimasto dietro, alle mie spalle, mentre io le annunciavo che non sarei più andata a lavorare. Poi tu hai detto che ci desse i soldi, che eravamo andati lì per derubarla. Sembrava non avesse capito, ha detto che non aveva niente e allora io le ho detto di non preoccuparsi e l’ho trascinata nel retro del negozio, in una stanza che usava come sala da pranzo e le ho sparato un colpo nel petto.
– Così, di brutto, senza dirle niente?
– Mi sono assicurata che cadesse su una poltrona, la poltrona su cui a volte si sedeva per prendere un caffelatte e un croissant, e che non mi macchiasse i vestiti col suo sangue.

Monsieur Pain

È un libro strano ed è una pecora nera in un gregge di pecore bianche, e con questo non vuol dire che sia un libro “brutto”, ma un libro estremamente diverso da tutti gli altri libri che lo circondano. Ha un altro respiro, un altro ritmo, e stando alla divisione di cui parlava Martin Amis, sta decisamente nella parte “non amata” dell’opera di Bolaño. Fu il suo primo libro pubblicato a due mani, le sue sole, ed è ambientato, ed è questo uno dei dettagli stranianti rispetto agli altri suoi romanzi o racconti, a Parigi negli anni Trenta. Non c’è traccia di Sud America o di Centro America se non nella figura del poeta César Vallejo, che incontriamo in quanto interruttore per l’inizio delle avventure di Monsieur Pain: Vallejo sta morendo, in ospedale e a Parigi. La moglie, come un’ultima spiaggia per trovare una cura al marito, chiede l’aiuto di Pierre Pain, un medico dell’occulto, un mesmerista. La Parigi del libro è buia, cupa e piena di minacce di delitto. Pierre Pain deve incontrare il malato Vallejo, ma c’è qualcosa o qualcuno che glielo impedisce. Sta tutto qui, e non è che non sia avvincente. Probabilmente sono soltanto io ad avere un problema con Parigi, con i romanzi ambientati a Parigi, con un cognome così brutto come Pain, negli anni Trenta di Parigi.

«Si faccia coraggio». «Il coraggio è possibile quando si sa da cosa occorre difendersi e questo non è il mio caso. I miei nemici sono nell’aria. Peggio ancora: sotto l’aria. Strisciano nel territorio della colpa». «Comunque, non si lascia schiacciare dai suoi stessi incubi, Michel, gli incubi sono vuoti, se lo ricordi». «L’incubo è il passato, la memoria; per dimenticare dovrei essere un altro».

La letteratura nazista in America

Sembra una piccola enciclopedia biografica di intellettuali, scrittori, velleitari poeti, ultras letterati, uomini e donne, vecchi e giovani, statunitensi, cileni, messicani, americani del sud, nord e centro. Tutti nazisti, o simpatizzanti nazisti, o impegnati per tutta la vita in uno stretto ballo con le ideologie dell’estrema destra. Alcuni uccidono, altri simpatizzano. È il libro più borgesiano di tutti i libri di Bolaño, e lo stile è semplice e per la sua semplicità sfocia nell’assurdo: il primo racconto, o la prima biografia, è quella di Edelmira Thompson de Mendiluce (Buenos Aires, 1894 – Buenos Aires, 1993) e dice, ad esempio: «Visita Lourdes e le grandi cattedrali. La riceve il papa. Costeggia le isole dell’Egeo a bordo di uno yacht e approda a Creta in un mezzogiorno di primavera». L’assurdo si realizza nell’impressione che si ha leggendo delle vite dei letterati nazisti in America: sparisce il nazismo, sparisce la crudeltà, il male (perché anche in questo libro il male è il protagonista, ma ce lo si dimentica quasi subito) viene così banalizzato dalla freddezza della scrittura da nascondersi completamente. Lo dai per scontato: «Un po’ come il comune denominatore di un libro sui pirati è fatto di isole selvagge e forzieri colmi di dobloni» ha scritto Vincenzo Latronico in un breve saggio sull’invenzione e l’autofiction in Bolaño, Borges e Bioy Casares. Fino all’ultimo personaggio: Carlos Ramirez Hoffman, l’infame. Qui dalla più pura e puramente letteraria invenzione si insinua il dubbio della realtà: per la prima volte compare un io, ed è un io che poi si palesa in quanto, beh, Roberto Bolaño. E anche la scrittura, rispetto alle 194 pagine che avete appena letto, cambia e si fa emotiva, si fa reale. E allora vi rendete conto che avete letto 194 pagine dimenticando il male, l’omicidio e la crudeltà:

e quella notte Emilio Stevens si alza come un sonnambulo, forse ha dormito con Maria Venegas, forse no, ma sta di fatto che si alza con la sicurezza dei sonnambuli e si dirige verso la camera della zia mentre ascolta il rumore di un’auto che si avvicina alla casa, e poi sgozza la zia, anzi no, le pianta un coltello nel cuore, più pulito, più rapido, le tappa la bocca e le affonda il coltello nel cuore e poi scende e apre la porta ed entrano due uomini nella casa delle stelle del laboratorio di poesia di Juan Cherniakovski e la fottuta notte entra nella casa e ne esce quasi subito, è un attimo, la notte entra, la notte esce, efficiente e veloce.

Stella distante

È lo spin-off dell’ultimo racconto di La letteratura nazista in America: la nascita, il successo e la fine di Carlos Ramirez Hoffman, l’infame. Poeta e pilota d’aerei, e quindi poeta volante, scrittore nell’aria, uno dei più malvagi personaggi letterari che ho mai incontrato, probabilmente, in un libro. Anche qui, il confine tra fiction e non-fiction è confuso e questa confusione mette, ed è raro dirlo di un libro, un disagio estremo, una paura che è forse una paura di complicità, forse un orrore per la malvagità umana. Bolaño disse che Stella distante provava a essere «un’approssimazione, molto modesta, al male assoluto».

Amuleto

bolano1Nelle bibliografie spiegate, o nelle discografie, di solito c’è sempre una voce che recita qualcosa come: “Solo per appassionati”. È il caso di Amuleto, un libro che parla, o inizia parlando, di Auxilio Lacouture, una poetessa uruguaiana, sorella e madre di un’intera generazione di poeti messicani, o sudamericani, chiusa nei bagni della facoltà di Lettere e Filosofia di Città del Messico durante e dopo l’irruzione della polizia per sedare le proteste degli studenti messicani. Tutto questo è realmente avvenuto: i reparti speciali del presidente Gustavo Diaz Ordaz sgomberarono e occuparono il campus il 18 settembre 1968, e pochi giorni dopo si resero responsabili del Massacro di Tlatelolco, a Città del Messico, in cui morirono 300 persone tra le migliaia di manifestanti che protestavano a causa del fuoco, aperto sulla folla disarmata, da parte dei veicoli blindati governativi. Allora Amuleto inizia parlando di, e con la voce di, Auxilio Lacouture, ma non parla soltanto delle violenze e del Sessantotto messicano o sudamericano, parla di poesia e di poeti, di serate passate al bar, di aneddotica apparentemente “riempitiva”, di Storia, di sogni, di «profezie idiote» («Virginia Woolf si reincarnerà in una narratrice argentina nel 2076 / Franz Kafka sarà di nuovo letto in tutti i tunnel dell’America latina nel 2101 / Giorgio Bassani uscirà dalla tomba nel 2167»), un continuum che non riuscirei a descrivere in breve se non come un’esperienza onirica ai confini del delirio in cui la scrittura di Bolaño, stilisticamente, è spinta al limite estremo.

Questa sarà una storia del terrore. Sarà una storia poliziesca, un noir, un racconto dell’orrore. Ma non sembrerà. Non sembrerà perché sono io quella che la racconta. Sono io a parlare e quindi non sembrerà. Ma in fondo è la storia di un crimine atroce. Io sono l’amica di tutti i messicani. Potrei dire: sono la madre della poesia messicana, ma è meglio che non lo dica. Io conosco tutti i poeti e tutti i poeti mi conoscono. Perciò potrei dirlo. Potrei dire: sono la madre e qui soffia da secolo uno zefiro del cazzo, ma è meglio che non lo dica. Potrei dire, per esempio: ho conosciuto Arturito Belano quando aveva diciassette anni ed era un ragazzino timido che scriveva opere di teatro e poesie e non sapeva bere, ma sarebbe in qualche modo una divagazione e mi hanno insegnato (con la frusta me l’hanno insegnato, con una bacchetta di ferro) che bisogna evitare le ridondanze e restare in tema.
Quello che invece posso dire è il mio nome.
Mi chiamo Auxilio Lacouture e sono uruguaiana…

Un romanzetto canaglia

Altrimenti detto Un romanzetto lumpen nella traduzione di Adelphi (io ho letto quella di Sellerio), è l’ultimo libro pubblicato da Bolaño in vita, e quindi l’ultimo libro non postumo. È un romanzo brevissimo (92 pagine nell’edizione Sellerio) ambientato a Roma, dove Roberto Bolaño fu mandato dal suo nuovo editore di allora Random House Mondadori (oggi Penguin Random House Grupo Editorial). Bianca è rimasta, con il fratello, orfana. Vivono alla giornata, Bianca lavora come parrucchiera, il fratello frequenta amici che stazionano perennemente a casa loro e sembrano tipi non del tutto a posto, si chiamano il libico e il bolognese. Bianca inizia anche a prostituirsi, scopa con un ex culturista che si fa chiamare Maciste, è in disgrazia e cieco, e vive in una villa abbandonata a se stessa in atmosfere da film quasi horror alla periferia di Roma, e tutto sta qui, in una vita e una crescita, quella dei due orfani, squallida e balorda, al fianco di personaggi squallidi e balordi, fino al delitto finale, un delitto che porta, un po’ paradossalmente un po’ no, un finale di pace.

– Guidavi tu l’auto quando sono morti i tuoi genitori?
Mi infastidì che mi avesse fatto quella domanda. Gli dissi che non sapevo guidare e che quando erano morti i miei genitori io mi trovavo a Roma, in casa, con mio fratello.
– Strano – disse Maciste. – E a partire da allora riesci a vedere al buio?
– Sì, a partire da allora, o dal secondo giorno o dal terzo.
– Ossia, una faccenda nervosa – disse Maciste.
– Non so se è nervosa o soprannaturale, e non mi interessa – dissi io.
Poi, mentre camminavo verso la sua sedia, notai che un raggio di luna, grosso come un’onda, entrava nella palestra. Maciste mi spogliò, Mi palpò il viso e i fianchi e le gambe. Poi si alzò e andò a prendere le confezioni di crema per il corpo e il linimento.

Il Terzo Reich

È uno dei libri pubblicati postumi, fu scritto nel 1989 e trascritto soltanto in parte al computer, una cosa che fa pensare che Bolaño, dopo una lunga pausa, intendesse pubblicarlo. Ritengo che sia, come Amuleto, uno di quei libri per “i più navigati”. Oltre a essere, per motivi diversi da quelli di Monsieur Pain, un’altra anomalia nella sua produzione. L’anomalia sta principalmente nello stile, che nel Terzo Reich si mantiene sobrio, contenuto in frasi brevi, che non cedono alla visionarietà, all’ipertesto, alla libertà di subordinate. Mi sono accorto ora, scrivendo e sfogliando le sue 325 pagine, che non ho sottolineato nemmeno una parte del libro. Forse la sua colpa o la sua causa è la forma: un diario che copre un arco di tempo di un anno sconosciuto che va dal 20 agosto al 30 settembre. In questo mese Udo Berger, che tiene il diario, e la giovane moglie Ingeborg sono in vacanza sulla Costa Brava spagnola, in un resort amministrato da Frau Else. Il Terzo Reich a cui si fa riferimento è un complicato wargame da tavola di cui Udo è teorico e campione, in cui si ricreano alcuni avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale in modo essenzialmente strategico: questa visione essenzialmente strategica, fatta soltanto di spostamenti di truppe, accerchiamenti, piatte vittorie e incruente sconfitte, è un elemento molto straniante. Gli altri personaggi sono due tedeschi conosciuti in spiaggia, Charly e Hanna, due ragazzi piuttosto loschi chiamati il Lupo e l’Agnello, e un bagnino chiamato il Bruciato. Charly un giorno scompare, dopo essersi allontanato al largo, di notte e ubriaco: forse è morto. Il Lupo e l’Agnello sembrano essere portatori di cattivi presagi, presagi mai esplicitati ma sempre presenti come un’aura, una nuvola di minaccia. Il Bruciato, uno sfigurato di poche parole e molti anni, impara a giocare al Terzo Reich e sfida Udo Berger in una partita che sembra infinita, avvincente e, ancora una volta, estremamente e misteriosamente minacciosa. Anche nel Terzo Reich il male è l’elemento fondamentale, ma è un male invisibile, come un male agli infrarossi, non è la violenza e la crudezza spettacolare di libri come 2666Stella distante.

Questa è la parte aneddotica del romanzo. Una seconda lettura più valida e interessante della sinossi di queste poche righe l’ha data il critico Carolyn Wolfenzon: «[i]l racconto drammatizza l’assunto della parzialità della storia, o la parzialità della scrittura della storia (…). Questo romanzo vuole mostrare come la finzione (la letteratura, rappresentata nella sua controparte ludica attraverso il gioco da tavolo) contamina la realtà e influisce su di essa irreversibilmente».

 

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