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Ma i droni sognano civili elettrici?

Uno sguardo alla "nuova" warfare fatta di droni, joystick e monitor. La guerra diventa un videogioco e stravolge leggi e norme internazionali.

Per quanto terribile, il concetto di guerra è semplice: prendere degli esseri umani e mandarli in un posto più o meno lontano – dal quale potrebbero non tornare – ad uccidere dei loro simili. È sempre stato così. È cambiata la tecnologia e la tecnica (dalla clava alla bomba atomica) ma l’impianto si è sempre basato su un assunto chiaro: due eserciti, per combattersi, devono essere presenti nello stesso terreno di guerra. Ma cosa succede quando i suddetti umani costruiscono velivoli e mezzi da terra comandati remotamente, diciamo da migliaia di chilometri di distanza, in grado di colpire un bersaglio con precisione? Non è un romanzo di Asimov, né un incubo di Philip K. Dick. È la moderna warfare. È cronaca quotidiana ai tempi dei droni.

Non lontano dai luccichii e dai sogni ubriachi di Las Vegas, in Nevada, c’è una base militare dell’esercito statunitense. Qui, ogni giorno, l’archetipo del soldato muscoloso e pronto a tutto deve fare i conti con l’immagine di uomini in giacca e cravatta, davanti a monitor lampeggianti. Sembra una scena del fumetto Dilbert, in realtà è la Creech Air Force Base e quelli che sembrano semplici impiegati stanno manovrando droni militari (tra tutti, i Predator) carichi di missili Hellfire pronti a cadere dall’altra parte del globo. La cosiddetta drone war sta cambiando tutto. Nati come aerei spia senza munizioni a bordo, i droni sono un vecchio pallino del settore bellico: il primo velivolo senza pilota è firmato Charles Kettering e risale alla Prima guerra mondiale ma alcuni velivoli-spia furono utilizzati anche durante la Guerra civile americana. Dagli anni ’90 del XX secolo l’esercito Usa ha puntato tutto sui veicoli a pilotaggio remoto (ce ne sono di due tipi: gli UAV solcano i cieli, mentre gli UGV corrono a terra); la guerra al terrorismo post-Undici settembre ha fatto il resto.

Oggi i droni sono ovunque. Usa e Israele li utilizzano massicciamente, Cina e India stanno recuperando terreno e anche l’Iran sta investendo nel settore, che oggi vale circa 6 miliardi di dollari. I talebani rifugiati nel Waziristan, una regione pakistana al confine con l’Afghanistan, li chiamanobhungana (termine dialettale che significa “quella cosa che fa un rumore simile al ronzio di un’ape”) e hanno inventato nuovi modi di dire tra il macabro e lo scherzoso, come: “I will drone you” e “I’m looking for you like a drone, my love!”, a riprova di come le innovazioni tecnologiche siano in grado di entrare prepotentemente nella cultura di un popolo.

 

Comodamente da casa


Dal 2008, con la vittoria di Barack Obama, gli attacchi di questo tipo sono aumentati esponenzialmente. L’esempio del Pakistan è esemplare: dal 2004 la repubblica islamica ha subìto 290 attacchi, così distribuiti: 10 bombardamenti dal 2004 al 2007 e 280 dal 2008 ad oggi, con 117 attacchi solo nel 2010 (fonte: The Long War Journal). Una sproporzione che dice tutto sul ruolo dei droni nella dottrina Obama – basti pensare che il primo attacco UAV del presidente democratico è datato 23 gennaio 2008, tre giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.

Portando l’idea di questi apparecchi all’estremo, potremmo dipingere uno scenario utopistico in cui si può uccidere il nemico senza spargimenti di sangue innocente. In realtà, gli innocenti continuano a cadere (negli ultimi anni, secondo alcune organizzazioni umanitarie, le “vittime collaterali” sarebbero state 800) e a preoccupare è soprattutto l’azione della CIA, il cui programma corre parallelo e sotterraneo rispetto quello del Pentagono. Un lungo reportage pubblicato dal New Yorker nell’ottobre del 2009, ha spiegato come «le zone rurali del Pakistan sono diventate territorio severamente proibito ai media. Di conseguenza, non c’è nessun video che testimoni un attacco di droni e sono state pubblicate solo poche fotografie delle loro conseguenze immediate». Anche se censurate, però, le ferite rimangono. Chi ha perso un familiare o un proprio caro in un attacco di questo tipo, reagisce in modo nuovo, diverso, perché non vede carri armati sulle strade, né soldati in pattuglia: a colpire è stato un ronzante bhungana dal cielo. Di notte, nello Waziristan, è tutto un ronzio.

Talat Massod è un generale pakistano. Ha servito il proprio Paese per 39 anni e ne conosce bene la situazione attuale. Sostiene che questa “guerra distante” si basi su una tecnologia incredibile ma in grado di provocare enorme rabbia e frustrazione tra la popolazione. La non-presenza dei militari Usa nel territorio colpito, infatti, rappresenta paradossalmente un’aggravante: i civili muoiono spesso per uno stupido errore di comunicazione tra il drone e la base da cui viene telecomandato; il confine tra nemico e alleato si fa più sottile, ambiguo; e, accusa Massod, «gli Usa hanno difficoltà a comprendere la realtà umana» presente sul suolo. È questo il principale pericolo della dottrina shock and awe (letteralmente: colpisci e terrorizza, detta anche “dottrina del dominio rapido”) che mira ad attaccare il nemico con tecnologie all’avanguardia al fine di annichilirlo e costringerlo alla resa senza reazioni. Un concetto che, secondo l’ex militare pakistano, «potrebbe spingere [l’Islam] moderato e neutrale verso sentimenti anti-americani». Noah Schachtman è un giornalista dell’edizione statunitense di Wired specializzato in tecnologie belliche. Se si parla di droni e di come possono cambiare il rapporto di una superpotenza con gli altri Paesi, cita Star Wars: «Le conseguenze, dal punto di vista della percezione esterna, potrebbero essere davvero pessime. È una situazione che fa sembrare noi l’Impero galattico e gli altri l’Alleanza Ribelle, costretta a difendersi dalle invasioni dei robot». Insomma: sono più i terroristi che stiamo creando o quelli che riusciamo a colpire?

 

Guerra e Playstation


Per migliaia di anni la frase “andare in guerra” ha avuto un significato preciso. Oggi si rivela quasi un ossimoro. Gli operatori dei droni non vanno in guerra: vanno in ufficio. Davanti a loro, schermi, tastiere e comandi con i quali osservano le riprese trasmesse dai Predator e le informazioni riguardo la loro posizione. Alla sera si alzano e tornano a casa. Ancora una volta, l’universo di Dilbert(colleghi, capi, scrivanie scomode, mug piene di caffè bollente per i giorni-no) incontra la guerra. Ma la rivoluzione è più profonda e l’ha spiegata a Studio Guglielmo Tamburrini, professore di Logica e Filosofia della scienza all’Università Federico II di Napoli, parlando del “paradosso della guerra senza rischi”: «Qual è l’unica giustificazione morale di un confitto? Quella secondo cui se io non ti uccido, tu uccidi me». Ma in un ipotetico mondo popolato da eserciti robotici e non umani, verrebbe meno l’unica giustificazione morale per la guerra. La situazione sarebbe stravolta e la guerra stessa ci sembrerebbe un lontano tintinnìo di spade, faccenda spinosa da lasciare ai non-umani governabili a distanza.

Perché l’essere umano in tutto questo esiste ancora, per quanto in un cantuccio lontano migliaia di chilometri dallo scontro. E a preoccupare è anche la vita di chi questi droni li guida, di chi tiene tra le mani le leve della nuova guerra. Mary Cummings, docente di robotica all’MIT, sottolinea come la routine abbia conquistato le vite di questi soldati. Il che è strano, perché noia e guerra sembrerebbero due mondi tragicamente distanti. E invece ecco la giornata-tipo di questi soldati, descritta dalla professoressa: «Spari un missile, uccidi un po’ di persone e poi, come se non fosse niente, torni a casa. Il tuo turno è finito». Una pacchia? Non proprio. Tra di loro, infatti, si registrano molti casi di sindrome da stress post-traumatico e altri problemi psicologici tipici di chi rimbalza continuamente tra terrore, eccitazione e noia. La chiamano playstation war: è un fenomeno denunciato da molti militari per cui quanto di turpe e drammatico avviene nell’altra parte del mondo finisce per sembrare solo una scena televisiva. L’ultimo attacco andato a segno diventa uno spettacolo. Morboso, terribile. Ma lontano. La distanza geografica tra la base di comando e il teatro di guerra può tradursi anche in distacco emotivo. La morte non è un qualcosa a cui si assiste dal vivo o che si procura direttamente; è meno reale, non fa rumore. È su schermo. È live.

Il tutto non porta solo un’anomala e inedita routine bellica. Lo psicologo militare Dave Grossman ha condotto alcuni studi per il suo libro On Killing (1995) che hanno dimostrato come il distacco geografico renda più probabili abusi e violenze da parte dei militari. Una tesi sostenuta anche D. Keith Shurtleff, istruttore di etica militare della South Carolina, preoccupato dai possibili risvolti della cosidettaYoutube war: «Man mano che la guerra diventa più sicura e facile, che i soldati vengono allontanati dagli orrori della guerra e che il nemico non viene visto come un essere umano ma come un puntino su uno schermo, c’è il forte rischio di perdere il deterrente che tale orrore in grado di dare». Peter Singer, ex consulente del Pentagono e della CIA, ha spiegato il fenomeno nel suo fondamentale libro su questo tema, Wired for War (2009), raccontando l’evoluzione dell’esperienza bellica in un’epoca in cui i soldati non sono a contatto con il nemico ma in un pigro sobborgo americano. In cui possono fare una cosa che nessun loro collega ha mai potuto fare nel corso della Storia: alzarsi dalla sedia e smettere di essere al fronte per un po’, per poi risedersi e tornare a combattere.

 

La nuova guerra politica


Il progresso tecnologico e il rapporto tra armi, esercito e civili non sono tuttavia questioni nuove. Possiamo dire che sono nate con l’idea stessa di conflitto e che i droni sono stati in grado di renderle incredibilmente urgenti e inquietanti. L’aspetto davvero rivoluzionario e inedito del fenomeno è invece quello morale-politico. E qui torniamo alla Casa Bianca.

Nel 1973 gli Stati Uniti decisero di regolamentare il potere militare del Presidente. Fino ad allora, infatti, gli Usa erano entrati in guerra circa 200 volte, ma solo cinque di queste operazioni erano state autorizzate dal Congresso: la Guerra del 1812 contro l’Impero Britannico, quella ispano-americana (1898), la messicano-americana (1846-48) e i due conflitti mondiali. Negli anni del pantano vietnamita, si decise perciò di correre ai ripari con una nuova legge, il War Powers Act. In base ad essa, al Presidente resta il potere di ordinare operazioni di guerra ma entro 60 giorni deve renderne conto al Congresso, che può decidere di non avvallarle e richiamare le truppe in Patria. Una legge controversa e spesso aggirata, la cui ultima e più inquietante puntata risale al maggio del 2011, durante il recente conflitto in Libia, quando il Congresso fece notare a Obama che era giunto il momento di decidere se autorizzare la permanenza delle forze armate sul suolo straniero. Un attimo, però: quali forze armate? Gli Usa stavano partecipando alla missione internazionale contro Gheddafi utilizzando droni. Nessun essere umano si era mosso dagli States. E infatti il presidente democratico rispose picche, precisando che «le operazioni non prevedono combattimenti prolungati o scontri con forze ostili, né l’invio di truppe». Carte alla mano, entrambe le parti avevano ragione. Un vuoto legislativo, insomma, ma anche qualcosa di più. SecondoMarc Galasco della Ong Human Rights Watch, il problema è il gap tecnologico che ci divide dalle varie Convenzioni e Leggi internazionali che regolano lo ius bellis. In pratica «stiamo cercando di applicare leggi scritte dopo la Seconda guerra mondiale a una tecnologia che sembra uscita da Star Trek».

I droni sono in effetti una cosa strana. In pochi anni sono stati in grado di «prefigurare un’interpretazione restrittiva del controllo democratico sulla decisione di entrare in guerra», come avverte Guglielmo Tamburrini. Stanno rendendo i conflitti più veloci e facili da portare avanti per i governi. Guerre leggere, di cui non ci si accorge perché il ronzio dei bhungana è sì forte ma non arriva alla nostre case. «Bring the boys back home», cantavano i Pink Floyd pensando ai militari di tutto il mondo: riportate i ragazzi a casa. Ecco, ce l’abbiamo fatta. Ora sono qui con noi, al sicuro in qualche ufficio. Ma forse ci è sfuggito qualcosa.

 

(Immagini: 1 e 2, piloti di droni; 3, la Creech Air Force Base, in Nevada, e in rosso le zone adibite al pilotaggio di droni militari. )

 

(Da Studio 9, maggio-giugno 2012)

 

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