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Giornali di guerra

Come si stanno schierando alcuni fra i principali quotidiani mondiali sull'ipotesi di un conflitto internazionale contro lo Stato Islamico.

A una settimana dagli attacchi che hanno segnato Parigi e l’Europa, il dibattito pubblico sulla minaccia rappresentata dal sedicente Stato islamico è stato monopolizzato dai discorsi inerenti alla formazione di un “fronte anti-Isis” internazionale con cui affrontarlo nei suoi territori. I media mondiali si sono espressi variamente sull’ipotetica guerra, ospitando uno spettro di opinioni molto ampio. Per quanto i raid contro lo Stato islamico vengano condotti dagli Stati Uniti e i loro alleati già da ormai un anno, l’inizio di ciò che il presidente Hollande ha definito «una guerra senza pietà» implicherebbe un cambio di passo significativo.

La Francia è già impegnata militarmente contro lo Stato islamico, molto più di altre nazioni. Quindi gran parte del dibattito sui media francesi non è stato incentrato sul fare o non fare la guerra all’Isis in Siria, ma sul come farla. Una delle questioni è come comportarsi nei confronti di Putin e Assad, con cui la Francia ha molti conti in sospeso. Fino a poco tempo fa la Francia aveva concentrato i suoi raid aerei sul territorio dell’Isis in Iraq, proprio per non rafforzare Assad e Putin, ma da settembre ha iniziato a colpire l’Isis anche in Siria. Gli attentati di Parigi hanno spinto alcuni a invocare una convergenza maggiore con Putin.

Shiite al-Sadr Supporters Rally in Baghdad

Le Monde per esempio ha pubblicato un editoriale non firmato, dunque attribuibile al direttore, in cui si invocava un avvicinamento con Mosca in nome della realpolitik: «La Russia si è imposta come un attore imprescindibile nella crisi. Il presidente Hollande diffidava dell’intervento russo in Medio Oriente, ma gli attentati del 13 novembre hanno cambiato tutto. Hollande si è reso conto di ciò che in molti, e non soltanto tra i fan di Putin, sostenevano da tempo: è il momento di una svolta». Ben venga il realismo, prosegue il quotidiano francese, ma senza fidarsi troppo di Putin, e senza sacrificare in nome della lotta comune all’Isis la contrapposizione alla politica russa in Ucraina.

Su Libération invece il politologo Gilles Dorronsoro si schiera contro l’intervento militare in Siria, sostenendo che gli attentati di Parigi fossero il risultato dei bombardamenti precedenti contro l’Isis: «Lo Stato islamico ha colpito il 13 novembre in risposta ai bombardamenti francesi in Siria e in Iraq. L’idea che la Francia possa intervenire militarmente in Medio Oriente senza subire conseguenze sul proprio territorio oramai è un’illusione.» Proseguire o intensificare i raid non farà che peggiorare le cose, prosegue l’autore: «La continuazione delle operazioni renderà sempre più ineludibili nuovi attentati nei prossimi mesi».

Syrian Monastery Devotes Itself To Muslim-Christian Dialogue

Il New York Times ha pubblicato un editoriale non firmato, e quindi attribuibile al direttore, in cui si sostiene che il dibattito sull’intervento militare contro lo Stato islamico, specie così com’è posto negli Usa, è una questione mal posta, perché la guerra all’Isis è già un fatto e non è ben chiaro come e se occorra cambiare la strategia. «Le reazioni secondo cui gli Stati Uniti devono “dichiarare guerra all’Isis” sono soltanto parole vacue dettate dal panico», si legge. Inoltre, prosegue l’editoriale, «l’America non deve ripetere gli errori del passato», ovvero il modello Iraq: se un impiego massiccio di boots on the ground si rivelerà necessario, «è importante che il contingente arriva dai Paesi delle regione mediorientale, con il sostegno aereo, di intelligence e logistico da parte degli Stati Uniti, Francia, Russia e altre nazioni».

Sul quotidiano Guardian, il giornalista Paul Farrell ammette che le multiple stragi di Parigi sono effettivamente «un atto di guerra», ma eventuali ritorsioni potrebbero andare contro la legge internazionale. «Il problema che rimane è costituito dal fatto che l’Isis non è tecnicamente considerato uno Stato», scrive Farrell. E in passato è già successo che una rappresaglia contro un attore non-statale sia stata considerata illegale dal diritto internazionale: solo l’aggressione subita da parte di uno Stato rende lecita la rappresaglia e il relativo diritto all’autodifesa. Per tornare alle parole dell’autore dell’articolo, «gli attacchi di Parigi sono indubbiamente orribili. Ma che possano essere usati per giustificare legalmente una guerra totale all’Isis è tutt’altro che chiaro».

Un commento apparso sullo Spiegel si focalizza invece sui possibili effetti finali di un conflitto sul campo in Siria e Iraq, e soprattutto su quanto riuscirebbero a risolvere il problema-Stato islamico una volta per tutte. «La forza militare può molto, ma in situazioni come questa non così tanto», si legge sul sito del giornale tedesco, che sostiene che il terrorismo nell’area abbia raggiunto le forme e le dimensioni di una guerra civile; cosa che complicherebbe, e sensibilmente, un intervento armato che si prefigge di sradicarlo una volta per tutte.

 «La forza militare può molto, ma in situazioni come questa non così tanto», si legge sul sito dello Spiegel

Il possibile conflitto, come capita regolarmente in questi casi, ha avuto tra i suoi primi effetti quello di riversarsi nel dibattito politico nazionale e internazionale. Nelle pagine politiche di El País, il candidato di Podemos alle prossime elezioni spagnole Julio Rodríguez firma un articolo dove si posiziona contro il possibile intervento, motivando la sua opinione come segue: «Il sedicente Stato islamico è un problema reale, ma la soluzione non può essere solo militare. Nessuna politica di sicurezza può, da sola, ridurre a zero il rischio di ulteriori attacchi. Quello che possiamo fare è iniziare a correggere la direzione, smettere di alimentare un mostro [come Isis] che, senza essere capace di cancellarli, ha però messo in discussione i valori fondativi dell’Europa: la pace, la democrazia e la garanzia dei diritti umani».

Di tutt’altro avviso è invece Dan Tehan, membro della Camera dei rappresentanti australiana a capo del comitato parlamentare che si occupa di questioni di spionaggio e sicurezza. Sul Daily Telegraph il politico del Partito liberale ha sostenuto che «l’Occidente e il Consiglio di sicurezza dell’Onu non possono più ritardare la decisione di come e quando occuparsi dello Stato islamico». Ulteriori ritardi, spiega Tehan, non farebbero altro che regalare al gruppo di stampo terrorista più tempo per cementare le fondamenta del loro Califfato, permettendogli di organizzarsi meglio e massimizzare il loro controllo in Medio Oriente.

Una particolare importanza, in questo momento, rivestono le voci provenienti dalla Russia di Putin, il quale, sosteneva il Guardian qualche giorno fa, è passato da paria a vertice del potere internazionale nel giro di appena un anno. The Moscow Times, un settimanale storicamente avverso alla linea del Cremlino, ha pubblicato un op-ed, firmato da un esperto di sicurezza di Harvard, Sven-Eric Fikenscher, che chiede al Presidente russo di rompere l’alleanza con Bashar al-Assad, il suo omologo siriano, per combattere lo Stato Islamico. «I tentativi di Putin di ritrarre il Presidente della Siria come l’unica alternativa al terrorismo islamico sono un errore». Al contrario, sostiene l’autore del pezzo, la presenza di Assad all’inizio della guerra civile siriana è stata una delle motivazioni principali della nascita e il rafforzamento di gruppi come l’Isis. Parte della soluzione, quindi, in quest’ottica dovrebbe necessariamente passare per la destituzione di Assad e la formazione di un nuovo governo.

Remote Afghan Outpost Serves As Temporary Home To U.S. Soldiers

La questione di un coinvolgimento maggiore di truppe dai Paesi arabi sollevata dal New York Times è affrontata anche da Al Monitor, testata online panaraba di lingua inglese. «Dopo gli attacchi dell’Isis a Parigi, a Beirut e nel Sinai, è urgente mobilitare più risorse, specie dal mondo arabo, per combattere questa minaccia», scrive Bruce Riedel, editorialista di Al Monitor e direttore del progetto di studi sull’intelligence alla Brookings Institution. Il problema, sostiene, è che i Paesi sunniti del Golfo sembrano più interessati a concentrare i loro sforzi, economici e militari, sullo Yemen, piuttosto che in Siria e Iraq, dove si estende il territorio controllato dall’Isis: «La guerra in Yemen sta prosciugando le aviazioni arabe». Il risultato è che, nonostante il sostegno politico e verbale da parte di molti leader arabi alla lotta contro l’Isis, alla coalizione internazionale «manca ancora una risposta musulmana al sedicente Califfato».

Per restare in Medio Oriente, il quotidiano israeliano progressista Haaretz pubblica un editoriale di una firma esterna, Merav Michaeli, che si schiera a favore di un intervento via terra per sottrarre all’Isis il controllo dei pozzi di petrolio con cui si finanzia, ma sostiene anche che la battaglia principale deve essere sul piano ideologico: «Il termine deterrenza militare non ha alcun significato per l’Isis, visto che non deve spiegazioni a nessuno», a differenza di un governo tradizionale. «Questo non significa che non sia giusto affrontarlo militarmente. In particolare bisogna prendere la decisione, per quanto difficile, di lanciare un’operazione via terra che sottragga al gruppo il controllo dei pozzi di petrolio». Tuttavia, «se è vero che ogni guerra è anche una guerra per i cuori e le menti, lo è ancora di più in questo caso».

 

Nell’immagine in evidenza e testata, un giornale anglofono a Kandahar, Afghanistan (Chris Hondros/Getty Images); nel testo, un edicolante a Baghdad nell’ottobre 2006 (Wathiq Khuzaie/Getty Images); un monaco del monastero Deir Mar Musa el-Habashi, Siria, legge un quotidiano nel giugno 2015 (Ghaith Abdul-Ahad/Getty Images); un soldato statunitense in Afghanistan nell’ottobre 2008 (John Moore/Getty Images)
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