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Fuga di un ragazzo di campagna

«Il trafficante più potente del mondo» è scappato di nuovo, stavolta dal carcere più sicuro del Messico. Vita di el Chapo, signore della droga.

Se ti chiami Joaquín Guzmán Loera – per tutti “el Chapo”, il Tarchiato – fuggire ti viene naturale, è parte del mestiere, l’equivalente di ciò che per un pescatore è preparare un’esca. Nel caso di Loera il mestiere è quello di narcotrafficante, portato avanti con risultati soddisfacenti nei decenni passati come temuto e riverito capo del cartello di Sinaloa, un’organizzazione criminale che deve il suo successo economico (3 miliardi di euro annui secondo una stima di qualche anno fa del New York Times, gli stessi ricavi di Facebook o Netflix, solo un po’ meno legali) a una fortunosa vicinanza geografica: il paese che è il maggior produttore mondiale di stupefacenti (il Messico) confina a nord col maggior consumatore di queste sostanze (gli Stati Uniti). Non per niente, el Chapo è stato definito dal Dipartimento del Tesoro americano «il trafficante più potente del mondo». E non per niente, con la morte di bin Laden, Guzmán è diventato con ogni probabilità il criminale più ricercato del globo. Quando in una mattina di febbraio dell’anno scorso è stato catturato in un hotel con vista sul Pacifico a Mazatlán, Stato di Sinaloa, il Messico ha trattenuto il respiro: erano passati tredici anni da quando Loera era evaso dalla prigione di Puente Grande, e da allora aveva consolidato il suo status di leggenda. El Chapo nelle immagini dell’arresto aveva una camicia chiara e lo sguardo mansueto di chi accetta il suo destino. Probabilmente perché sapeva che sarebbe stato un destino temporaneo.

Nato il giorno di Natale del 1954 nel paesino di La Tuna, nel mezzo dell’accidentato e poverissimo Messico nord-occidentale, el Chapo è il primogenito di un contadino prestato, come tanti altri, al business della droga. In una parte di mondo dove i bambini vengono frequentemente tenuti a casa a coltivare papaveri da oppio, Guzman Loera abbandonò le scuole elementari ad appena otto anni, entrando nell’orbita di due nomi importanti del commercio di stupefacenti: Miguel Ángel Félix Gallardo, un ex poliziotto diventato vertice del cartello di Guadalajara, e Amado Carrillo Fuentes, detto «Signore dei cieli» in quanto proprietario di una flotta di aeroplani, furono quelli che gli insegnarono il mestiere e i suoi trucchi.

Iniziò al controllo delle spedizioni aeree dalla Colombia, ma la sua voglia di primeggiare e le sue capacità di comando divennero presto evidenti a chiunque. Nell’autunno del 1992 mandò un gruppo di sicari a uccidere sei persone in una discoteca di Puerto Vallarta. Erano spacciatori di Tijuana, ovvero la concorrenza, e andavano fermati con ogni mezzo. Quando il gruppo di questi ultimi tentò di vendicarsi, il giovane Chapo riuscì a fuggire. Venne tuttavia arrestato in Guatemala e riportato entro i confini messicani, dove un giudice lo spedì nello Stato centrale di Jalisco, proprio in quella Puente Grande che era considerata una delle prigioni più sicure di tutto il Messico.

Fuggì nascosto in un carrello della lavanderia, ma «avrebbe potuto benissimo uscire a piedi dall’entrata principale»

Da una delle prigioni più sicure di tutto il Messico Joaquín Guzmán Loera fuggì il 19 gennaio 2001 nascosto in un carrello della lavanderia, ma – scrisse Patrick Radden Keefe sul New Yorker – «avrebbe potuto benissimo uscire a piedi dall’entrata principale», tanto incontrastato e capillare era il suo controllo della struttura. El Chapo era solito dare feste, fare favori ai suoi detenuti preferiti, invitare prostitute e, non ultimo, organizzare al telefono le operazioni del cartello di Sinaloa, nel mentre cresciuto fino a diventare un’al Qaeda della cocaina. Quella di Guzman è la storia di una celebrità del crimine. In Messico è il soggetto di decine di narcocorridos, le ballate popolari che cantano le lodi delle truculente gesta dei signori della droga, e viene spesso rappresentato come un ragazzo di campagna diventato ricco e potente senza aver perso il suo senso di appartenenza; e forse non l’ha perso davvero, considerando i volumi degli investimenti che il cartello di Sinaloa fa sulla sua zona d’origine per riciclare denaro illecito.

Fino allo scorso 11 luglio nessun detenuto era mai scappato da Altiplano, unanimemente riconosciuto come il carcere di massima sicurezza più inviolabile di tutto il Messico. Costruita nel 1990, in questa prigione sono passati molti nomi conosciuti del traffico di droga internazionale, e dal febbraio dello scorso anno poteva vantare anche il soggiorno forzato del Chapo. Dopo l’ultimo arresto, il presidente del Messico Enrique Peña Nieto disse che perderlo di nuovo sarebbe stato «imperdonabile». Dal suo insediamento, nel 2012, i rapporti tra Washington e Città del Messico in tema di lotta al traffico di droga sono radicalmente mutati: alla guerra totale ai cartelli dell’ex presidente Felipe Calderón Hinojosa, che impiegò decine di migliaia di truppe dell’esercito regolare, spesso lasciando letteralmente i cadaveri nelle strade, si è sostituita una linea più attendista e votata al controllo. La collaborazione con la Drug Enforcement Administration, l’agenzia federale antidroga americana, è diventata meno simbiotica. Dopo l’arresto di Mazatlan, alla richiesta statunitense di estradizione del Chapo, avanzata per le comprensibili preoccupazioni dovute alla precedente fuga, il procuratore generale del Messico ha ironizzato che il suo Paese avrebbe consegnato il criminale, sì, ma magari fra tre o quattrocento anni.

Il narcotrafficante, presenza fissa nella lista di Forbes delle persone più ricche e potenti del globo, ad Altiplano risiedeva in una cella modesta, con un letto, un lavandino e una doccia. È qui che qualche minuto dopo le 20:50 dell’11 luglio Chapo si attarda un po’ – come rivela il video della telecamera a circuito chiuso della prigione – per poi tornare sul suo letto, sedersi e ridirigersi verso la doccia, l’ultimo luogo in cui è attestata la sua presenza nella struttura. Sotto il detenuto in isolamento giaceva silenzioso un tunnel lungo quasi due chilometri e mezzo e più alto dei suoi 167 centimetri. Mentre el Chapo passava le sue giornate in prigione, qualcuno sotto di lui costruiva quello che molti media mondiali hanno già definito un gioiello dell’ingegneria, un condotto illuminato e dotato di aria condizionata, dove il criminale è saltato in sella a una moto modificata per viaggiare su binari che l’ha portato al di là delle mura di Altipiano, in una casa sicura. Poi, ovviamente, è sparito.

Com’è stato possibile permettere un’altra evasione al narcotrafficante più ricercato sulla faccia della terra? Come hanno fatto i suoi collaboratori a scavare un tunnel enorme sotto a un carcere di massima sicurezza? E perché nessuno ha pensato a questa eventualità, dato che uno dei segni distintivi di Loera e i Sinaloa sono le decine di condotti sotterranei scavati negli anni al confine tra Messico e Arizona/California per agevolare il traffico di stupefacenti? Si tratta di domande a cui è difficile rispondere, e sulle quali ora è anche più difficile sentire un pronunciamento di el Chapo. Quando, nel 1993, all’epoca del primo arresto in Guatemala, la stampa messicana gli chiese come si guadagnasse da vivere, lui rispose con quel suo tono vagamente timido: «Faccio il contadino».

Nell’immagine in evidenza: el Chapo Guzmán al momento dell’arresto a Mazatlán nel febbraio 2014. (Alfredo Estrella/AFP/Getty Images)
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