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Troppo amore per pochi figli

Gli italiani e la natalità in calo: dipende dagli asili, dalle prospettive di lavoro o dalla mentalità? Forse il problema è la nostra idea di genitorialità.

È da qualche tempo che seguo con un certo imbarazzo la discussione sulla bassa natalità in Italia. In questi giorni s’è parlato molto della campagna sul Fertility Day, ma è soltanto l’ultimo capitolo di un dibattito che si trascina da molto, e davanti al quale fatico a capire quale sia il problema, ammesso che un problema esista. Con un’infelice strategia comunicativa, il ministero della Salute s’è messo a dire alle donne di fare figli prima, perché l’orologio biologico ticchetta, e agli uomini di fumare meno onde scongiurare la pigrizia degli spermatozoi. Roberto Saviano e altri si sono indignati, sostenendo che i giovani non mettono su famiglia perché sono precari; Renzi s’è dissociato, spiegando che la genitorialità si aiuta aprendo asili, non con questo genere di campagne. Ma il problema è che gli italiani provano a fare figli e non ci riescono, oppure che non ci provano proprio? Perché è evidente che si tratta di due questioni separate: da un lato chi fatica a concepire, dall’altro chi – che sia per gli asili che non ci sono, per ragioni economiche o per scelta personale – continua a usare anticoncezionali. Inoltre, siamo sicuri che fare pochi figli sia un male?

In fondo, le nazioni dove si procrea di meno sono quelle più sviluppate, sono quelle dove le donne studiano, lavorano, escono e si divertono come gli uomini, sono individui a tutti gli effetti e non esemplari votati alla riproduzione. E sono anche Paesi dove gli anticoncezionali sono più facilmente reperibili e dove la pressione sociale a generare infanti, quando c’è, non è affatto schiacciante. Non sarà forse che facciamo meno figli perché ci stiamo godendo la vita?

natalità italia

Negli ultimi anni quello del calo della nascite nei Paesi sviluppati è stato uno dei cavalli di battaglia dei commentatori conservatori. L’Europa, dicono, sta andando incontro a un “suicidio demografico”: gli occidentali fanno sempre meno figli, mentre l’Africa e il mondo islamico continuano a riprodursi a ritmi serrati, e in questo scontro di civiltà vinceranno loro. Ne ha scritto a più riprese Giulio Meotti sul Foglio. Bisognerebbe fare studiare meno le donne, come avviene nel mondo arabo, che ha alti tassi di natalità perché le femmine stanno a casa, aveva proposto qualche tempo fa Camillo Langone su Libero. Il non detto, in questo genere di analisi, è che l’Occidente rischia di estinguersi proprio per il suo essere Occidente, cioè moderno; dunque per “salvarci” dovremmo diventare più simili agli altri, godercela tutti un po’ meno e rimettere le donne al loro posto.

Se guardiamo la macro-tendenza, la questione sembra piuttosto semplice, anzi una non-questione. Se nell’Europa di oggi facciamo meno figli – non solo rispetto ai Paesi in via di sviluppo, ma anche rispetto ai nostri nonni – è grazie a cose di cui siamo orgogliosi come la rivoluzione sessuale e l’emancipazione femminile. Dunque non si capisce perché il ministero abbia lanciato questa campagna, né convince più di tanto chi se la prende con il precariato: in Uganda ogni donna fa in media sei figli, ma di certo i giovani ugandesi non se la passano meglio da un punto di vista lavorativo. Niger, Mali, Somalia e Afghanistan, oltre al sopracitato Uganda: i Paesi dove il tasso di fertilità è più alta sono anche quelli dove l’economia è più disastrata e dove la condizione femminile è meno invidiabile. Viene quasi da pensare che, se facciamo meno figli, è una cosa di cui andare fieri. Quando però si restringe il campo, la prospettiva cambia drasticamente. In questa fase la bassa natalità è in effetti un problema per l’Europa, anche se di natura economica, più che esistenziale. E all’interno dell’Europa l’Italia è uno dei Paesi messi peggio, né mancano esempi di demografia meno negativa della nostra. Dunque la questione c’è, si tratta solo di capire come risolverla.

natalità italia

La criticità, nota Giorgio Arfaras, direttore della lettera economica del Centro Einaudi ed editorialista della Stampa, sta nel sistema pensionistico: «A causa della bassa natalità e dell’innalzamento dell’aspettativa della vita, ci sono sempre meno persone in età lavorativa e sempre più pensionati. Se questo trend demografico andrà avanti, il sistema pensionistico diventerà sempre più gravoso per chi lavora. Nel 2050 ci saranno circa 1,5 persone in età di lavoro per ogni persona anziana, questo significa che il peso di una pensione andrà a gravare su meno di due lavoratori. Negli anni Cinquanta invece era diviso su otto persone», dice l’economista in una conversazione telefonica con Studio. «Bisogna trovare il modo di rendere sostenibili le pensioni del futuro, ma come? Partendo dal presupposto che non possiamo certo “eliminare” gli anziani, restano due opzioni: o aumentiamo la produttività del singolo lavoratore in modo tale che possa sostenere i costi delle pensioni dei più anziani, o aumentiamo il numero di lavoratori. Purtroppo però la produttività del mondo occidentale è in calo, quindi la prima soluzione è difficilmente praticabile. Resta l’opzione di fare più figli. Che però ha dei caveat. Primo, pensare che riprodursi di più risolva automaticamente la questione delle pensioni è ingenuo, perché con l’automazione c’è il rischio che molti di questi figli diventino disoccupati. Secondo, anche se altri sembrano suggerire il contrario, pensare di costringere le donne a smettere di studiare e di lavorare per fare figli è semplicemente ridicolo, una cosa non fattibile in una democrazia occidentale».

Più che confrontare l’Italia a Paesi con stili di vita per noi inconcepibili, come l’Afghanistan o la Somalia, ha fore maggiore senso paragonarci a contesti molto vicini a noi. Un dato interessante infatti è che, se è vero che in tutta Europa si fanno meno figli che nel sud del mondo, esistono nazioni dove la demografia è meno negativa che in altri. I membri della Ue dove il tasso di natalità è più basso sono Polonia, Bulgaria, Germania e Italia (tra gli 1,4 e gli 1,2 figli per donna, secondo i dati della Banca Mondiale pubblicati nel 2014). Quelli dove il tasso di natalità è più alto sono: Francia, Regno Unito, Finlandia e Svezia (circa due figli per donna). Ora, riesce difficile pensare che Francia e Svezia siano Paesi meno moderni, dove le donne sono più sottomesse e i giovani si godono meno la vita, rispetto a Polonia e Bulgaria. Dunque come fanno a fare più figli? Sarà forse perché ci sono più asili? Per ragioni economiche? Oppure per questioni culturali? Molti studi prendono in esame la correlazione statistica tra tassi di natalità e fattori come la partecipazione delle donne al mondo del lavoro e politiche governative pro-famiglia, come la presenza di asili e congedi parentali. Ma «vanno presi con le pinze, perché confrontare Paesi molto simili fra loro è per paradosso più difficile, e poi non sempre una correlazione statistica implica un rapporto di causa-effetto», dice Arfaras.

Perché in Italia si fanno pochi figli

Nel 2012 l’economista austriaca Sonja Blum ha fatto uno studio comparato di varie ricerche (solitamente gli studi comparati sono più affidabili, almeno nelle scienze sociali). Quello che ha trovato è che la maggior parte dei dati dimostrano «una correlazione positiva tra partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e la fertilità». Infatti in Italia e in Polonia le donne lavorano meno rispetto a quanto avviene in Francia e Svezia. Blum nota come in passato fosse vero il contrario: negli anni Settanta, quando le donne sono entrate in massa nel mercato del lavoro, la natalità è crollata; adesso però questa tendenza è invertita, e dove le donne stanno a casa le culle sono più vuote. Quanto all’impatto delle politiche pro-famiglia però, nota la studiosa austriaca, i vari studi sono contraddittori. «In Francia per esempio gli assegni familiari sono stati efficaci: è passata da essere una delle nazioni con la natalità più bassa a essere quella con la natalità più alta», commenta Arfaras. «In Germania però c’è uno Stato sociale efficientissimo e la natalità è bassa tanto quanto in Italia. Dunque trarre conclusioni è difficile. Non esiste una ricetta cerca. Ben vengano gli asili, insomma, ma non è detto che cambino automaticamente le cose».

Mi chiedo se in questa differenza tra contesti relativamente simili – quello che separa Francia e Svezia, con le loro culle un po’ meno vuote, dal Bel Paese – non sia anche in parte culturale. In pochi altri posti ho visto un’importanza data alla maternità come quella che le diamo in Italia. Peccato però che si tratti di una maternità perfetta e idealizzata: «La mamma è sempre la mamma», amiamo dire, ma da una mamma ci si aspetta che sacrifichi tutto per i figli, la carriera, certo, ma anche il divertimento, l’individualità. Un discorso simile, ma meno estremo, vale anche per i padri. In Italia se molli tuo figlio per farti un viaggio o anche solo per prenderti un aperitivo sei un mostro, in altri Paesi è normale. Da noi l’inserimento alla scuola materna dura una settimana, e uno dei genitori deve essere presente, se no sei un degenerato, ma non esiste un corrispettivo all’estero. Forse se non vogliamo più fare i genitori, è anche perché fare i genitori sta diventando un’esperienza assurda. Gli italiani non amano i bambini, dice qualcuno. E se il problema invece fosse che li amiamo troppo?

Nelle immagini: un corso di nuoto per bambini genitori, Australia (Getty)
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