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Ebola: come gli antropologi aiutano a combatterla

Come si ferma un'epidemia in paesi dove c'è chi è convinto che le epidemie siano causate dalle streghe, non dai virus? Per questo a fianco dei medici alcune organizzazioni internazionali hanno voluto anche antropologi.

Si racconta che, a chi gli chiedeva di spiegare il significato della stregoneria in alcune culture africane, Edward Evans-Pritchard, uno dei mostri sacri dell’antropologia che per necessità di sintesi potremmo definire “il fondatore dell’antropologia sociale”, raccontasse questo aneddoto. Nel corso delle sue ricerche in Africa centrale, in quello che oggi è il Sudan meridionale, che avrebbero portato alla stesura di Stregoneria, Oracoli e Magia tra gli Azande (edito in Italia da Raffaello Cortina), gli capitò di scambiare due chiacchiere con un tizio di etnia Azande che, pur essendo istruito, condivideva le credenze del suo popolo in materia di stregoneria: sono le streghe e gli stregoni che provocano le malattie. Lo scambio di battute somigliava a questo: «suvvia, sai benissimo che le malattie sono causate da germi, che se tuo figlio dovesse ammalarsi sarebbe perché ha contratto un virus, oppure un batterio, non perché uno stregone glie l’ha tirata»; «è vero, la scienza spiega come si contrae un’infezione, perché si muore, ma non riesce a spiegare perché proprio mio figlio».

Tutto questo per dire che il rapporto tra cultura e malattia è piuttosto complesso. Che le credenze popolari possono convivere con la conoscenza della medicina moderna, perché si basano su convincimenti profondi che vanno al di là della mera superstizione, talvolta radicati là dove la razionalità da sola non riesce a fornire tutte le spiegazioni (la scienza può spiegare perché ci si ammala, ma può spiegare perché a morire è mio figlio e non quello di un altro? no, non può. In Occidente lo chiamiamo fato o sfortuna, altrove la chiamano stregoneria). Che il perdurare di queste credenze popolari, anche nel bel mezzo di un’epidemia di ebola e con tutto ciò che comporta, non può essere liquidato come semplice ignoranza, come un qualcosa da estirpare, così, in nome della modernità. Le culture locali – e in particolare gli aspetti legati alla gestione della malattia, della morte, e di conseguenza dell’igiene – sono una faccenda seria. È necessario conoscerle a fondo, se si vuole ottenere risultati concreti, la collaborazione della popolazione. È vero, esistono alcune usanze che non possono convivere con il tentativo di fermare un’epidemia gravissima. Ma proprio perché è necessario ed urgente cambiarle, diventa ancora più importante conoscerle a fondo e trattarle con rispetto.

È per questo che, oltre allo staff medico-sanitario, alcune organizzazioni internazionali presenti nei paesi più colpiti dall’epidemia di ebola hanno deciso di chiamare sul campo degli antropologi. Ed è per questo che alcuni sostengono che ce ne vorrebbero di più.

In alcuni villaggi la popolazione s’era convinta che fossero gli stessi medici a diffondere il virus.

La Guinea è stato il primo paese colpito da questa epidemia, già nel dicembre del 2013: da oggi lì si sono verificati più di 1400 casi e più di ottocento morti. Immediatamente si erano precipitate sul campo due importanti organizzazioni mediche: Medici Senza Frontiere (Médecins Sans Frontières) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (spesso noto con l’acronimo anglosassone WHO, World Health Organization). Nella prima fase dell’intervento, che poi è quello più cruciale nel tentativo di fermare la diffusione del virus, però la popolazione si rifiutò di collaborare con gli operatori sanitari: «In alcuni villaggi le persone hanno nascosto i loro malati, hanno opposto resistenza impedendo alle organizzazioni umanitarie di fare il loro lavoro», ha raccontato un biologo di Msf. «La [mancata] cooperazione da parte della popolazione è stato uno dei principali problemi», ha confermato, Amadou Sall, il direttore scientifico della divisione africana dell’istituto Pasteur. Il risultato è stato che il virus si è diffuso più velocemente di quanto non sarebbe avvenuto se la popolazione locale si fosse “fidata” dei medici

Che alcune epidemie generino il panico, e che il panico si traduca in una mancata collaborazione col personale medico è purtroppo piuttosto comune. Nel caso specifico della Giunea però s’erano aggiunte incomprensioni culturali che sarebbero state evitabili, con la presenza di una squadra di antropologi. In alcuni villaggi la popolazione s’era convinta che fossero gli stessi medici a diffondere il virus. Il risultato, come riporta il New York Times, è che in alcuni casi medici e infermieri sono stati accolti a colpi di machete.

La convinzione nasceva dalla credenza nella stregoneria come causa principale dell’epidemia, ma si è potuta diffondere anche a causa di un modo di comunicare, da parte de medici occidentali o “occidentalizzati”, che non teneva conto della cultura locale. Il fatto che le strutture per i contagiati fossero chiamate “centri di isolamento” (anziché, per dire, “centri di cura”) ha rafforzato la convinzione che fossero luoghi dove gli “stregoni” finivano il loro lavoro, ossia uccidere i malcapitati. Vedendo che chi entrava in quei centri poi spesso non usciva, la gente ha rafforzato ulteriormente questo suo convincimento.

Il fatto poi che la popolazione fosse restia a condurre i malati in questi centri ha non solo facilitato diffusione del virus, ma anche aumentato la mortalità tra i contagiati: si stima infatti che l’ebola abbia una mortalità del 64% per chi riceve cure adeguate, che però sale del 71% per chi non viene trasportato nei centri appositi. Poi s’è deciso di coinvolgere alcuni antropologi. Che hanno suggerito di cambiare il nome alle strutture e spiegare bene alla popolazione che chi entrava in quei centri aveva più possibilità di sopravvivere rispetto a chi restava a casa: insomma, di concentrare la comunicazione sulla cura dei malati, più che sulla sicurezza degli altri e il contenimento dell’epidemia. I rapporti tra popolazione locale e staff internazionale sono migliorati. Paradossalmente, almeno da un punto di vista occidentale, incentrare la comunicazione sull’aspetto della cura al malato – piuttosto che sul rischio di contagio – ha funzionato.

Il problema è che in alcune culture della Guinea il contatto fisico col defunto è considerato importantissimo.

Un altro problema riguarda poi la sepoltura dei morti. Data la virulenza dell’ebola, seppellire le vittime immediatamente ed evitare di toccare i cadaveri è fondamentale. Il problema è che in alcune culture della Guinea il contatto fisico col defunto è considerato importantissimo. Da un lato, è evidente che evitare nuove morti e contenere il contagio è la priorità. Dall’altro, tuttavia, bisogna stare attenti a non offendere le culture locali, proprio per evitare una rivolta da parte della popolazione contro i medici. Alcuni antropologi hanno proposto una soluzione di compromesso: permettere ai parenti non di toccare i loro morti, ma almeno di vederli. E, se possibile, di lanciare oggetti nella loro tomba onde cercare di ricreare qualche contatto fisico, intimo. Per il momento pare stia funzionando.

Si sono verificati problemi simili in alcune zone della Sierra Leone, altro paese molto colpito. La difficoltà principale sta nella sepoltura… delle donne sposate. Nella cultura del popolo Mende, una delle due principali etnie del paese, è infatti costume diffuso seppellire i morti nel loro villaggio d’appartenenza.

Per tradizione gli uomini vivono nel loro villaggio natale, mentre le donne, che in più di metà dei casi sposano persone di altri villaggi, si trasferiscono in quello del marito. Affinché una moglie venga considerato a pieno titolo membro del villaggio del marito, il matrimonio deve essere finalizzato. Nella cultura Mende il matrimonio infatti è visto più come un lungo processo che una cerimonia: affinché le nozze siano considerate “finalizzate” il marito deve adempire a una serie di obblighi nei confronti della famiglia della moglie, insomma pagare una specie di “dote a rate”, che può richiedere anni, se non una vita intera. Il risultato è che molte donne, anche sposate da anni se non addirittura da decenni, si trovano in uno stato di “matrimonio incompleto”… e di conseguenza non sono membri del villaggio. Se una di loro muore, il suo cadavere deve essere trasportato nella sua comunità di origine.

Tutto questo, ovviamente, è incompatibile con il contenimento dell’epidemia di ebola e le esigenze sanitarie che ne derivano. I cadaveri sono infetti e vanno seppelliti subito: trasportarli – spesso su mezzi di fortuna, e con dei viaggi che durano giorni interi – equivale diffondere il virus. Anche qui, come nel caso del contatto fisico coi defunti nella Guinea, la risposta non può essere mantenere una tradizione a discapito della salute pubblica, ma piuttosto trovare se possibile una soluzione di compromesso. O se non altro tentare di convincere i locali ad abbandonare la tradizione utilizzando le parole giuste e rispettose. Conoscere le tradizioni, per quanto apparentemente irrazionali e incompatibili con la medicina moderna, è importante proprio per diffondere meglio la medicina moderna.

 

Nelle immagini, una dimostrazione dell’ospedale di Middelmore (Auckland, Nuova Zelanda) in occasione della visita del primo ministro. Hannah Peters / Getty

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