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E tu questo lo chiami amore?

Che cos'è l'alessitimia, il disturbo che rende chi ne soffre incapace di riconoscere e parlare delle proprie emozioni, raccontato da chi la vive.

Una parte significativa delle nostre vite ruota attorno alle emozioni, e soprattutto ai ricordi a esse collegati: allegrie di giovinezza, soddisfazioni appaganti per conquiste professionali nell’età adulta, gioie legate a matrimoni, nascite, viaggi. Quando Caleb parla alla BBC del giorno delle sue nozze, invece, descrive soltanto una sensazione di pesantezza ai piedi e vampate di calore al viso dopo aver visto la sua futura moglie col vestito nuziale. Una persona normale userebbe termini come “felicità”, “gioia”; “amore”, “dolcezza”; parole che, tra le altre cose, hanno fatto la fortuna di generazioni di poeti e cantautori. Per Caleb, però, è stato soltanto piedi pesanti e viso caldo. Null’altro. Se la manifestazione fisica di ciò che provava internamente è inconfondibile, l’uomo, quella volta come altre, non era in grado di elaborare mentalmente ciò che gli stava succedendo. La particolarità di Caleb sta nel soffrire di alessitimia, un disturbo paragonabile a un «daltonismo emozionale» che lo rende incapace di conoscere e parlare della sua sfera emotiva.

L’etimologia di “alessitimia” è greca: l’a- privativa, lexis, “parola”, e thymos, “emozione” indicano letteralmente la “mancanza di parole per le emozioni”, qualcosa di assimilabile a un analfabetismo emotivo che rende chi ne è affetto cognitivamente sordo al suo stesso sentire. La definizione della malattia, scoperta nei primi anni Settanta da due psicanalisti che operavano a Boston, John Nemiah e Peter Sifneos, era stata coniata inizialmente per indicare «un disturbo specifico nelle funzioni affettive e simboliche» nei pazienti cosiddetti psicosomatici (quelli in cui la presenza di una patologia somatica può essere collegato a un aspetto psicologico). Gli studi sull’alessitimia, per quanto ancora non troppo lontani dai loro primi passi accademici, sono concordi nel ritenerla legata a tre caratteristiche: la difficoltà nell’isolare i sentimenti dalle sensazioni somatico-corporee, quella nel descriverli a parole e riconoscerli negli altri, e un pensiero orientato quasi esclusivamente all’esterno. La mente di un alessitimico, perlomeno nella sua parte deputata alla concettualizzazione delle emozioni, è un luogo inesplorato.

Caleb, la fonte primaria dell’articolo di BBC, è un frequentatore di Alexithymia Exchange, un forum aperto dove chi soffre del disturbo si ritrova per discuterne online. La pubblicazione del pezzo non ha convinto tutti i suoi iscritti; l’utente B. Angele lamenta che l’autore ha dimenticato di documentare gli aspetti connessi alla “produzione artificiale di emozioni”, ossia i meccanismi che lui e altri alessitimici mettono in atto per dare l’impressione di avere un’emozionalità naturale, ad esempio comportandosi da persone entusiaste quando la situazione lo richiede. «Quando sono felice ho preso la decisione logica di essere felice, quando sono triste quella di essere triste», spiega, applicando la razionalità a ciò che dovrebbe essere irrazionale per definizione.

(Keystone/Getty Images)
(Keystone/Getty Images)

La vita di una persona affetta da alessitimia non è facile. Chi ne soffre spesso manca di quella consapevolezza che di norma è un caposaldo dello sviluppo interiore di sé. L’alessitimico non può scacciare la tristezza col dolceamaro di un ricordo malinconico, perché non è in grado di immaginarlo (al limite, Caleb può ricordare la pesantezza ai piedi e il calore del volto, ma non il concetto emotivo che rappresentavano). Perciò, non potendo mitigare le emozioni negative, somatizza, spesso causando a sé stesso dolori fisici alla cui origine non riesce a risalire.

Andrea – il nome è di fantasia, su sua richiesta – è romano, ha attorno ai 35 anni e mi parla di questo disturbo, che ha scoperto di avere solo in età adulta. Mi racconta di non essere mai stato in grado, durante l’infanzia, di collegare all’ansia le nausee e i mal di pancia prima di andare a scuola. Dice che quando gli chiedevano se si trattasse di un bruciore di stomaco o di una manifestazione di un’emozione negativa lui non era in grado di rispondere, «e credo che avrei difficoltà a replicare con sicurezza anche adesso».

Affidarsi agli altri per migliorare le proprie condizioni è altrettanto difficile, se non impossibile: magari essi non sono «l’inferno» di Sartre, ma di certo vivono al di là di una barriera invisibile e invalicabile. L’alessitimico si trova in un eremo autoimposto dalla sua malattia: chi gli sta intorno non è conoscibile e risulta sostanzialmente inutile ai fini della guarigione, perché inconoscibile è l’effetto che ha sulle emozioni del malato. A un certo punto della sua vita, Andrea si è trovato a lasciare la sua fidanzata storica «senza darle spiegazioni, dall’oggi al domani» per un’altra donna, da cui si è fatto a sua volta lasciare pochi mesi dopo «restando immobile sul divano mentre lei mi chiedeva di spiegarle cosa stava succedendo e perché, e piangeva». Solo allora ha deciso di rivolgersi allo specialista che gli ha diagnosticato l’alessitimia. Oggi sostiene che «dalla difficoltà di individuare un’emozione pur provandola discende quella di riconoscerne le cause. E ciò si riverbera sulle scelte. Così se, per esempio, riesci a collegare il piacere fisico allo stare insieme a una persona ma non riesci a collegare la rabbia o la frustrazione che derivano da quello stesso rapporto, puoi finire per infilarti in un vicolo cieco».

«Dalla difficoltà di individuare un’emozione pur provandola discende quella di riconoscerne le cause»

La terapia seguita da Andrea consiste in sedute trascorse a compilare una tabella che chi lo segue chiama ABC, composta da tre colonne: nella prima va descritto l’evento accaduto o la circostanza (ad esempio, una brusca frenata per evitare un incidente); nella seconda le sensazioni fisiche registrate (la tensione muscolare e il brivido dell’adrenalina entrata in circolo); nella terza, infine, i pensieri o gli stati mentali associati (la paura di distruggere la macchina). Quello che sembra un esercizio fin troppo elementare, per lui è quasi probitivo: «A volte, moltissime volte, mettere in relazione questi tre aspetti mi è costato una fatica davvero immane».

Se consolare un amico per un alessitimico passa inevitabilmente per la domanda “come stai?”, anche quando l’evidenza dovrebbe rendere superfluo porla, nella vita di coppia le complessità aumentano esponenzialmente («non so cosa provo per te» è una frase che in questi casi assume tutto un altro significato). Andrea e la sua «fidanzata storica», mi dice, alla fine si sono sposati. Nell’introduzione ai suoi Sillabari nel 1982, Goffredo Parise scrisse: «La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. […] Un poco come la vita, soprattutto come l’amore». Ma parlare d’amore non è cosa per tutti, pare. Vincendo l’imbarazzo – freddo improvviso alle mani, stretta allo stomaco: è imbarazzo – alla fine chiedo ad Andrea di descrivermi che cos’è per lui l’ambìto sentimento più alto. «A questa domanda, adesso, non mi va di rispondere. Non me ne volere».

E non gliene voglio.

Nell’immagine in evidenza: la Plaster Saint Factory di Biagiotti, New York (George Pickow/Getty Images).
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