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Due parole con Jonathan Glazer

Dopo dieci anni il regista autore di Sexy Beast ritorna nelle sale con Under the Skin, un adattamento del romanzo di Michel Faber con Scarlett Johansson. L'abbiamo intervistato per capire il suo cinema e cosa rende unica la sua ultima fatica.

Non sono tanti i registi che sono riusciti a imprimere la propria cifra stilistica nel mare magnum dei commercial e dei videoclip, al punto da essere riconoscibili e godere della prestigiosa, seppur ormai un po’ troppo inflazionata, onorificenza di “autore”. Qualche hanno fa era uscito per il distributore Palm Pictures, ed è tuttora in circolazione, una serie di dvd che raccoglieva i lavori dei più rappresentativi tra questi artisti: Anton Corbijn, Spike Jonze, Chris Cunningham, Michel Gondry, Mark Romanek, Stéphane Sednaoui. E Jonathan Glazer, il protagonista dell’intervista che segue. Come ognuno di loro, anche Glazer, dopo una lunga carriera votata alla creazione di mondi e immagini al servizio di musicisti come Massive Attack, Radiohead e Jamiroquai e brand che guardano ai loro prodotti in modo innovativo (Levi’s, Motorola, Guinness, Nike) ha finito inevitabilmente con lo sconfinare nel cinema. Con ottimi risultati e un talento visionario in costante evoluzione.

Il 2001 è stato l’anno di Sexy Beast, originale noir in salsa British con un immenso Ray Winstone capace di allontanarsi dalle fin troppo ovvie rotte tracciate da Quentin Tarantino. È ancora un cult. Meno apprezzato da pubblico e critica Birth, suggestivo e morboso ritratto di un interno famigliare che vede un’affascinante Nicole Kidman alle prese con un bambino che sostiene di essere la reincarnazione del marito defunto. Da riscoprire. Allora lo scotto da pagare per l’insuccesso di Birth fu grande e Glazer preferì tornare a dirigere video e commercial. Passano dieci lunghi anni durante i quali finalmente il talentuoso regista riesce a finalizzare Under the Skin da un romanzo di fantascienza di Michel Faber. È proprio questo film, un vero e proprio capolavoro in grado di evocare pietre miliari come 2001: Odissea nello spazio e L’uomo che cadde sulla Terra per puntare a qualcosa che non è mai stato visto prima, (un po’ come Leos Carax e il suo Holy Motors) il pretesto per dialogare e meglio conoscere uno dei registi più interessanti e unici degli ultimi vent’anni.

Quanto ha influito per Under the Skin la tua esperienza pregressa come regista di video musicali e commercial sperimentali? E se sì ci sono dei tuoi videoclip che sono serviti da banco di prova per alcune soluzioni visive di Under the Skin?

Videoclip e commercial sono sempre stati per me una grande opportunità. Ho sempre evitato di considerarli come esperienze a se stanti. E come tutte le cose che uno reputa importanti ho sempre cercato di farli al meglio. Mi hanno dato la possibilità di sperimentare e, facendomi confrontare con situazioni variegate, di acquisire nuove conoscenze. Quando con un background come il mio arrivi poi a fare un film è impossibile non rimanere influenzati da simili esperienze. Sono diventate i miei strumenti di lavoro, molti dei quali si sono rivelati utili per Under the Skin che necessitava di un linguaggio molto visivo. Non c’è dubbio quindi che la mia attività nel campo dei videoclip e della pubblicità abbia influenzato le mie scelte. E non penso mai “quello è un videoclip e questo è un film”. Ciò che facevo allora lo sto facendo ancora. È tutta una questione di continuazione e di competenze che stai cercando di conseguire. La cosa veramente insolita di Under the Skin è che abbiamo dovuto creare dal nulla un sistema di ripresa particolare che ci ha poi permesso di fotografare il film nel modo più consono alla storia. Lo abbiamo deciso molto prima, in modo da dare credibilità a un alieno che si muove sotto mentite spoglie in un mondo che non è il mondo dei film ma quello vero e vedere come influisce su di lei e la disturba. La troupe doveva essere invisibile e non potevano esserci luci cinematografiche o telecamere ingombranti. Dovevamo essere invisibili. Così abbiamo dovuto costruire un dispositivo di ripresa apposta visto che il nostro prototipo non era mai esistito prima. Spero almeno di essere riusciti a infondere al film un tessuto snervante, la sensazione inquietante che lei è davvero immersa nella realtà. Non ci si poteva entrare in contatto in modo convenzionale, per una sfida del genere bisognava operare in modo anticonvenzionale.

La troupe doveva essere invisibile e non potevano esserci luci cinematografiche o telecamere ingombranti. Dovevamo essere invisibili.

In anni dove la tendenza generale è raccontare per immagini storie sempre più facilmente accessibili, tu hai deciso di adottare uno stile dove tutto è un’incognita e niente è spiegato, destabilizzando lo spettatore. Perché?

Under the Skin è la storia di un alieno. Un aspetto della sfida di fare questo film era riuscire a comunicare la storia attraverso le immagini mostrando le differenze tra noi e lei calandola in situazioni dove noi avremmo avuto per lo meno una reazione emotiva. Nel suo caso la osserviamo per capire chi è, ma lei non è niente. Ci rendiamo conto della distanza tra lei e noi grazie alla nostra esperienza personale. Fare ciò è stato molto complicato perché abbiamo dovuto utilizzare una strumentazione apposita che ci permettesse di comunicare un simile effetto. Non potevo certo inserire da un momento all’altro una scena dove la protagonista e un suo “socio alieno” avessero una conversazione sul fatto di essere degli alieni. Era impensabile spiegare attraverso l’uso dei dialoghi visto che la storia è raccontata dal suo punto di vista. Bisognava creare una forma di linguaggio con cui far capire quel che l’alieno provava. In questo modo si sarebbe capito anche quello che stava succedendo nella storia. È un po’ come inghiottire un farmaco. Se lo inghiotti hai un effetto, altrimenti non succede niente. Seguendo lo stesso principio spero di essere riuscito a fare un film che è prima di tutto un’esperienza immersiva per lo spettatore che decida di lasciarsi andare e farsi travolgere dal fluttuare dell’alieno nelle sensazioni, nei suoni, nella vista di cui fa esperienza e con cui cambia.

Cosa ti ha colpito maggiormente del libro di Michel Faber da spingerti a farne un film?

Senza dubbio il personaggio principale, l’alieno, che nel film è interpretato da Scarlett Joahnsson. È un libro molto interessante che in realtà racconta una storia completamente diversa e tocca anche altri temi. Molti di questi aspetti mi hanno divertito mentre lo leggevo, ma non rappresentando una sfida per me non mi interessava riproporli, al contrario del personaggio di Scarlett che mi ha incoraggiato ad andare oltre. Fondamentalmente volevo fare un film su di lei attraverso i suoi occhi. E questa decisione si è rivelata un terreno molto fertile ed eccitante, anche se tortuoso. La sfida maggiore era fare un film che dall’inizio mostra un personaggio non identificabile e non decifrabile, la cui coscienza aumenta di pari passo con quella dello spettatore. Crede che ciò che ha visto corrisponda a ciò che è stato, una prova visiva. Ciò che era le fa credere di essere stata un individuo con una sua identità. Ma per un processo quasi osmotico la sua identità inizia a evolvere attraverso l’esperienza della delusione. E questo aspetto era fantastico.

Guardando il tuo film non ho potuto non pensare all’Uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg con David Bowie. È stato fonte di ispirazione per caso?

L’alieno interpretato da David Bowie è un alieno che prova emozioni. Ha una famiglia, no? Ha un cuore, un’anima. Il personaggio di Scarlett, invece, è privo di identità, di una sua individualità, non ha né cuore né anima. Non è niente. È come una goccia di mercurio che si separa da una bolla più grande. Fa parte di un gruppo, ma non c’è individualità alcuna. Il fatto che Scarlett interpreti il personaggio di un alieno sulla Terra porta a una similitudine fin troppo facile con L’uomo che cadde sulla Terra. Ma la mia intenzione era di fare un film come nessun altro prima. Quindi se c’è una somiglianza è puramente casuale. Non mi sono basato su niente per  conseguire questo obiettivo. Anzi, personalmente è proprio il contrario, ho come l’impressione che Under the Skin si allontani da qualsiasi altro film fatto finora. Proprio perché il punto di vista è quello di un alieno. È il suo punto di vista. Se fosse stato un alieno su un’astronave sarebbe stato un altro film.

Il personaggio di Scarlett, invece, è privo di identità, di una sua individualità, non ha né cuore né anima. Non è niente. È come una goccia di mercurio che si separa da una bolla più grande.

Hai detto che il tuo alieno è senz’anima, non manifesta emozioni, ma quando incontra l’uomo deforme, un alieno lui stesso in qualche modo, è come se finalmente iniziasse a scoprire una sua forma di umanità, anche se inconsapevolmente.

Hai ragione. È una sorta di interpretazione morale. In lui vede un’anima comune, uno scarto, un membro periferico della società, c’è qualcosa in cui identificarsi con questa persona. Quando sale in macchina lei non nota la sua differenza. Noi sì, ma lei no. Come quando abbandona il bambino sulla spiaggia, noi non lo avremmo fatto. Lei lo abbandona. Noi ci basiamo su quello che siamo abituati a provare in determinate circostanze al contrario di lei che non sente nulla. Fino a quando, grazie a una mosca, un’intuizione morale non prende il sopravvento su di lei. Mentre guarda se stessa, crede in ciò che vede nello specchio, crede in quella realtà e si illude che quella riflessa sia lei. Vede una mosca ed è una mosca, vede una finestra ed è una mosca che cerca di scappare. Vede una porta e vede la libertà, si vede fuori. Capisce che l’uomo deforme e la sua libertà dipendono da lei. E lo lascia andare. È un po’ come se la sua mente, diversa dalla nostra, funzionasse per associazioni di idee. È una coesione di addendi, il che porta a pensare che in fondo ci sia un pizzico di logica nascosto in lei da qualche parte.

Parliamo della componente sessuale del film? Mi sembra che l’unico modo in cui riesce a esprimersi sia attraverso la sessualità, anche se quando finalmente inizia a fare l’amore con l’uomo dell’hotel deve bloccarsi perché realizza di non disporre di un organo sessuale.

La sua sessualità non è altro che una performance. Quando indulge in questa sensazione, quando permette alle idee di sessualità, intimità e amore di entrare a far parte della sua esperienza, perché vuole sperimentarle, si ritrova nella stessa situazione di quando mette in bocca il pezzo di torta. È condannata per l’intensità di questa delusione. Ci crede moltissimo, ma non riesce a essere quella cosa che vede nello specchio. Non può esserlo. Ed è una condanna che coincide con un momento di vera epifania per lei. La sua unica reazione è scappare nella foresta nello stesso modo in cui un topo potrebbe correre nella tana. Cerca di allontanarsi da ogni cosa perché capisce che non può essere lì, non può adempiere al suo compito e soprattutto non potrà mai essere quello che vorrebbe essere o che credeva sarebbe diventata. È delusa da se stessa e il richiamo di quel che ha esperito, la bellezza, il sovraccarico sensoriale, i sentimenti, i colori, gli odori diventano così forti che ne è sopraffatta.

Che differenza c’è in termini di approccio alla materia, di sviluppo della sceneggiatura e costruzione narrativa tra Under the Skin e i tuoi precedenti film Sexy Beast e Birth?

Penso che ogni film abbia una sua individualità e che ogni storia necessiti del linguaggio che la racconti al meglio. Chiaramente tra un film e l’altro ci sono temi e un linguaggio visivo in comune, ma nessuna connessione è pianificata e quel che ti limiti a fare è cercare di conseguire la tua storia. L’unica vera connessione è data dal fatto che sei tu la persona dietro questi film e i tuoi film non fanno altro che riflettere ciò che ti interessa e che vuoi provare a esplorare. Sexy Beast, ad esempio, era un film molto intenso dal punto di vista dei dialoghi. I personaggi erano raccontati in modo brillante attraverso i dialoghi, scritti magnificamente. Ma la sceneggiatura di Sexy Beast non era mia, l’ho solo diretto. Diverso il caso di Birth e Under the Skin che ho scritto o co-scritto. Per cui non v’è dubbio che ci siano delle forti connessioni, ma solo tra Birth e Under the Skin.

Correggimi se sbaglio, ma rispetto a Birth, la cui storia si sviluppa in modo abbastanza diretto e lineare, un po’ come Sexy Beast, un film come Under the Skin comporta il sapersi abbandonare del tutto alle proprie emozioni e sensazioni. È un film onirico. Mi chiedo allora da dove siano nati gli spunti che ti hanno guidato a concepirlo in un modo che ha ben poco di razionale.

Under the Skin non è stato studiato a tavolino, si è forgiato in questo modo perché ho deciso di affrontarlo dal punto di vista di lei. Il resto si è sviluppato a livello inconscio. Prendiamo il caso dei cosiddetti “vuoti neri ”, quello spazio dove le vittime di Scarlett sprofondano. È uno spazio privo di qualsiasi arredo, macchinario o elemento concepito da mente umana. Non avevo intenzione di progettare qualcosa che rimandasse a un immaginario fantascientifico. Ci sono arrivato semplicemente sbarazzandomi di oggetti, artefatti, macchinari e componenti fantascientifiche. Alla fine cosa è rimasto? Lo schermo vuoto che è diventato il mondo del mio alieno. In quanto mondo alieno deve rimanere tale, non può essere spiegato, altrimenti non sarebbe più alieno. Volevo che rimanesse alieno fino alla fine, uno spazio imperscrutabile, ma con delle proprietà fisiche, motivo per cui si è caricato di sensazioni oniriche. L’unico modo per comprenderlo è lasciarsi andare di fronte a questo linguaggio visivamente onirico.

Parliamo della musica che è un elemento molto importante e contribuisce a trascinarti in questo mondo?

Vero. La colonna sonora è un elemento fondamentale. Non ci sono dialoghi nel film se non quando strettamente necessari. Si è in balia di un personaggio muto reso magnificamente dalle potenzialità di Scarlett che riesce a comunicare solo col suo temperamento, la sua emotività e le sue espressioni, ovvero le uniche caratteristiche che competono al suo personaggio. Ma anche così, non bastava, dovevamo far capire l’andamento della storia e del personaggio attraverso la sua sfera interiore, quello che provava o le sue carenze. È proprio la musica a completare questa esigenza, una musica che ancora una volta deve corrispondere al suo punto di vista, e quindi essere aliena, rispecchiare qualcosa che ascoltiamo, ma non abbiamo mai sentito prima. Ha un che di famigliare, ma allo stesso tempo adotta un punto di vista molto particolare. Mica Levi, il compositore, lo ha capito perfettamente e ha scritto una colonna sonora che in qualche modo rispecchia la sceneggiatura in versione musicale. Non appena lo si sente, il suono dell’alieno ricrea la sua dimensione, i rumori e la melodia della sua natura contorta, così come le sue mentalità e sessualità e il suo processo di presa di coscienza, il suo cuore. La colonna sonora è stata concepita in modo stratificato, una specie di complesso emotivo che permette allo spettatore di capire dove si trova. Capendo quello che l’alieno sente allora si può comprendere quel che sta succedendo nella storia.

Dovevamo far capire l’andamento della storia e del personaggio attraverso la sua sfera interiore, quello che provava o le sue carenze. È proprio la musica a completare questa esigenza.

In effetti Under the Skin mi ha procurato la stessa, piacevole sensazione di disorientamento che mi aveva trasmesso Holy Motors di Leos Carax. L’hai visto per caso?

Non ancora, ma adoro Leos Carax, è un regista straordinario, un vero artista. Sono uno di quei registi che prima di iniziare a girare un film smette di guardare quelli degli altri. Per cui non ho visto film per almeno due anni. Più precisamente, continuo a guardare i film di cinquanta anni fa, ma non quelli contemporanei. Non voglio subire alcuna influenza.

A che punto siamo arrivati secondo te col cinema e i videoclip? Pensi che abbiano ancora senso oppure siano un modello di narrazione obsoleto?

Rispetto ai videoclip sono stato molto fortunato ad aver cominciato a lavorare in anni in cui i videoclip non erano ancora stati istituzionalizzati. Era ancora un linguaggio da affinare e venivano ancora concepiti dalle persone coinvolte nella loro realizzazione. Musicisti e artisti volevano rischiare. Non c’erano troupe, tutto era fatto in modo anarchico e il termine videoclip non era ancora sinonimo di medium o forma d’arte, a seconda di cosa voglia dire. Il punto è che non ha ancora saputo reinventarsi. Succederà, anche perché il legame tra suono e immagine è perfetto e non potrà mai diventare obsoleto. È in costante mutamento. Ci sta mettendo più del dovuto, ma tra una decina d’anni ci guarderemo indietro e ci renderemo conto di aver attraversato una nuova rivoluzione. Chris Milk ha fatto dei video molto interessanti per gli Arcade Fire, due o tre anni fa. Dal mio punto di vista molto rivoluzionari. Uno di questi era interattivo e funzionava alla grande. Mi ha fatto pensare che forse ci stavamo per spingere oltre, in una nuova era del videoclip. Alla fine si è rivelato nuovamente un passo indietro. È come se il videoclip avesse smesso di essere vitale come un tempo. Offre comunque ancora grandi opportunità a giovani filmmaker di venire alla luce. Le difficoltà non sono poi così diverse da quelle che incontravo io quando ho cominciato. Ma oggi è più dura. È tutta una proliferazione, e mancano delle vetrine di lancio. Quando facevo io i video per MTV avevo a disposizione un palcoscenico. Esisteva il concetto di hit, e di videoclip si parlava di più.

E per quanto riguarda il cinema? Ripenso spesso all’affermazione di David Lynch secondo cui il cinema è morto tanto che dopo Inland Empire ha deciso di smettere di fare film.

Non lo so, può essere che il cinema sia morto per David Lynch e lui è il migliore. Però secondo me le cose sono in continuo movimento. Anch’io penso che il cinema commerciale spesso miri molto in basso. E questo diminuisce le opportunità di finanziamento e di fiducia per progetti più audaci. Ma non mi preoccuperei più di tanto. Bisogna amare quello che si fa e per cui si ha speso tanti anni della propria vita. Per me fare cinema ha ancora un senso, lo adoro e voglio ancora correre dei rischi in suo nome. Per me il cinema è ancora questo e se ogni tanto vengono fuori ancora film nuovi e insolite è grandioso. Bisogna perseverare. Se siamo nel bel mezzo di una rivoluzione non lo so. E non ho ancora visto Holy Motors. Ma lo farò!
 

Nell’immagine in evidenza: Jonathan Glazer alla premiere losangelena di Under The Skin (Angela Weiss/Getty Images).

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