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Doppio standard?

Stephen Hawking e l'adesione al boicottaggio contro una conferenza israeliana. Lo hanno accusato di applicare due pesi e due misure (e l'Iran e la Cina?).

Prima di tutto, i fatti: Stephen Hawking, il fisico britannico di fama internazionale, ha deciso di non partecipare a una importanza conferenza in Israele (non si tratta, propriamente, di un “evento accademico”, ma su questo torneremo dopo), per cui aveva inizialmente accettato l’invito. Una scelta, a quanto pare, effettuata in solidarietà ai palestinesi. Se vi sentite molto preparati, potete saltare i prossimi due paragrafi.

La vicenda è stata accompagnata da qualche cortocircuito mediatico. Non tanto sulla cancellazione della partecipazione all’evento, quanto sul perché: un boicottaggio vero e proprio? Oppure i classici “motivi di salute” (espressione che spesso nasconde altro, ma che, nel caso di specifico di Hawking, risulterebbero piuttosto credibile). Inizialmente lo scoop è stato dato dal Guardian, che riferiva di una dichiarazione ufficiale, rilasciata «con l’approvazione di» Hawking, in cui si parlava di una «decisione di rispettare il boicottaggio». Poco dopo però è arrivata una smentita da parte di un portavoce dell’Università di Cambridge, il quale ha dichiarato al sito The Commentator che, invece, Hawking ha sì cancellato la sua partecipazione, ma solo «per motivi di salute», dal momento che «i suoi medici gli hanno sconsigliato di viaggiare in aereo».

Dunque, quale delle due versioni era corretta? Nel giro di poco tempo il portavoce di Cambridge Tim Colt ha controsmentito la smentita da egli stesso diffusa: in effetti Hawking aveva scelto di boicottare l’evento. Non solo: c’era anche una lettera, mandata direttamente dall’ufficio di Hawking agli organizzatori della conferenza israeliana, in cui lo scienziato dichiarava, nero su bianco: «Avevo accettato l’invito da parte della Conferenza del Presidente con il convincimento che questo mi avrebbe permesso di esprimere la mia opinione sulle prospettive di un accordo di pace, ma anche perché mi avrebbe permesso di tenere una lezione nella Cisgiordania. Tuttavia ho ricevuto diverse email da docenti palestinesi. Sono unanimi nel [concludere che] dovrei rispettare il boicottaggio. Alla luce di tutto ciò, devo ritirarmi dalla conferenza».

Tutto questo recap per dirvi che di versioni ne sono circolate più di una. Ma che, alla fine, la situazione pare chiarita: Hawking ha aderito al boicottaggio anti-israeliano. Si può essere d’accordo oppure no (io, personalmente, qualche problema ce l’ho), ma resta il fatto che è una sua scelta.

E ora veniamo al dibattito che ne è scaturito.

Ho seguito un interessante scambio di battute tra Carlo Strenger, editorialista di Haaretz, e Noam Sheifaz di +972magazine. A questo punto, due precisazioni. Innanzi tutto, c’è da spiegare che è un dibattito tutto interno alla sinistra israeliana: Haaretz è il quotidiano di riferimento di un certo mondo progressista che un tempo era quasi mainstream ma ora lo è un po’ meno; +972mag è una rivista online indipendente che si rivolge a un pubblico più giovane e, sotto alcuni aspetti, incazzato. Poi, devo ammettere, davanti a questo scambio di battute mi trova un po’ coinvolta, perché di Carlo Strenger ho una stima umana e professionale piuttosto alta (lo trovate intervistato sul numero 13 di Studio, ancora per poco in edicola) mentre su +972mag mi è capitato di scrivere.

Carlo Strenger dice che violazioni dei diritti umani da parte di Israele esistono, ma sono «trascurabili» quando le si paragona a quelle di  Iran e Cina.

Partiamo da Strenger. Con una lettera aperta ad Hawking, definisce la scelta del boicottaggio «moralmente deplorevole e indifendibile da un punto di vista morale». Le argomentazioni che usa sono due. In primo luogo nota un «doppio standard» applicato a Israele: Strenger, che è un oppositore dell’Occupazione dei Territori palestinesi, riconosce che ci sono state delle violazioni in materia di diritti umani da parte di Israele; ma fa anche notare che queste violazioni, parole sue, sono «trascurabili» quando le si paragona a quelle di altre nazioni con scheletri ben più grossi negli armadi (Iran e Cina, per dirne due). Inoltre alcune pratiche, certamente discutibili, da parte delle autorità israeliane (es. l’incarcerazione di “sospetti terroristi” palestinesi senza accuse formali) non sono diverse da alcune policy americane (vedi: Guantanamo): sono criticabili entrambi, ma perché si boicotta Israele e non gli Stati Uniti?

La seconda argomentazione di Strenger, infine, è che «prendersela con l’accademia israeliana è poco saggio, da un punto di vista pragmatico» perché il modo universitario israeliano «è prevalentemente liberal, e molti docenti si sono opposti per decenni alla politica degli insediamenti».

Noam Sheifaz ha provato a smontare ambedue gli argomenti con una risposta su +972mag – sostenendo, peraltro, che rappresentano «un problema più ampio all’interno della sinistra israeliana». Sheifaz parte sostenendo, che, a differenza di quanto sostiene Strenger, quello di Hawking non può essere considerato un «boicottaggio accademico» perché l’evento cui il fisico ha deciso di non partecipare non è un evento accademico in senso stretto, della Conferenza del Presidente, che si svolge quest’anno tra il 18 e il 20 giugno, in cui “teste pensanti” di diverse estrazioni (scienziati, intellettuali, politici, ecc) si riuniscono in una serie di panel e tavole rotonde, sotto l’egida del capo dello Stato, ossia il Presidente Shimon Peres.

In secondo luogo, Sheifaz concorda con Strenger sul fatto che c’è un doppio standard morale applicato a Israele. Ma, per farla breve, non pensa sia un problema. E fa notare che il ben noto boicottaggio contro il Sud Africa, ai tempi del regime dell’Apartheid, si è sovrapposto, da un punto di vista strettamente temporale, al genocidio della Cambogia: avrebbe avuto senso, si chiede Sheifaz, accusare gli oppositori del regime sudafricano di doppio standard? Avrebbe avuto senso dire loro di occuparsi piuttosto dei Khmer Rossi? Infine, Sheifaz rigetta le argomentazioni di Strenger su un piano strettamente morale: «La nozione secondo cui gli orrori in Siria o in Darfur fanno della fine dell’Occupazione [dei Territori palestinesi] una questione meno urgente», scrive, «rappresenta il tipo peggiore di relativismo morale».

Adesso, quello che ne penso io. Se dovessi schierarmi, probabilmente sceglierei le parti di Strenger. Ma non si tratta di una partita di tennis. E, soprattutto, credo che Sheifaz abbia colto un paio di punti dolenti.

Mi pare evidente (su questo tra l’altro i due sono d’accordo) che spesso si applichi un doppio standard a Israele. Personalmente, trovo più azzeccato il confronto con alcune policy statunitensi, a cominciare da Guantanamo, che con dittature come la Cina o la Repubblica islamica dell’Iran. Stati Uniti e Israele sono due democrazie, entrambi fallibili, che per motivi storici analoghi, seppure differenti, si sono trovate a ricorrere a prassi criticabili.

La si può pensare come si vuole. Sta di fatto che in atto c’è un boicottaggio sistematico e bene organizzato nei confronti di Israele, mentre di boicottaggi simili nei confronti degli Usa non se ne vedono.

Si può obiettare la decisione, da parte di Israele, di detenere per ragioni di sicurezza alcuni palestinesi per un dato periodo anche in mancanza di accuse formali (qui il dossier di un’Ong israeliana sull’argomento); e si può criticare la politica, non dissimile, dell’amministrazione Usa nei confronti dei “nemici combattenti” detenuti a Guantanamo (qui un approfondimento della Cbs), . Oppure si può decidere che, per quanto sgradevoli e problematiche, misure questo di genere sono necessarie per garantire una sicurezza, che, alla fine dei conti, è anche una condizione necessaria alla democrazia. La si può pensare come si vuole. Ma sta di fatto che in atto c’è un boicottaggio sistematico e bene organizzato nei confronti di Israele, mentre di boicottaggi simili nei confronti degli Usa non se ne vedono. E questo dovrebbe dare un po’ da riflettere. Quanto a regimi dittatoriali come la Cina e l’Iran, come si dice in questi casi, don’t get me started

Eppure Sheifaz un po’ di ragione ce l’ha, quando fa notare che c’è qualcosa di inquietante quando si definisce una violazione dei diritti umani «trascurabile».

Non mi rallegro affatto della decisione di Hawking, perché, come già detto, penso sia frutto di un doppio standard ingiustificato. Ma forse – e dico forse – un effetto positivo potrebbe avercelo. Che di queste questioni, che «trascurabili» non sono, si parla.

 

Nella foto: J Stephen Hawking partecipa alla World Science Festival Opening Night Gal, New York City. (Jemal Countess/Getty Images)

 

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