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Dopo le antologie, la febbre

Breve storia delle antologie letterarie in Italia, dai Novissimi all'Età della febbre, con incluso test da sforzo cardiaco della critica.

Da pochi giorni nelle librerie, L’età delle febbre è la nuova antologia under 40 di narrativa italiana di minimum fax, undici anni dopo La qualità dell’aria. Per l’occasione ripercorriamo la storia dell’antologie letterarie italiane giovanili disegnando, parallelamente, una parabola della loro accoglienza critica.

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I Novissimi (1961)

Viene considerata la prima vera antologia di giovani scrittori italiani. In realtà sono cinque poeti:  Sanguineti, Balestrini, Pagliarani, Porta e Giuliani, che ne è anche curatore. Battezzati da Anceschi sulle pagine del Verri e anticipatori della neoavanguardia e del Gruppo 63,  i cinque hanno tra i venticinque e i trentacinque anni e una comune volontà di sperimentazione e di rottura con la letteratura dei padri. L’aggressiva fascetta sulla copertina recita: «La voce violenta della nuovissima poesia italiana». E se violenza, in senso lato, e novità sono le due principali caratteristiche di ogni neonato movimento artistico, con I Novissimi questo naturale meccanismo edipico inizia a mescolarsi impercettibilmente con il marketing editoriale. Le reazioni della critica oppongono una violenza contraria e conservatrice. Per Pasolini sono: «Mosche cocchiere del capitalismo».

Under 25 (1986-1990) Schermata 05-2457156 alle 18.24.06

In una fase in cui «agli editori importava poco investire sui giovani scrittori “made in Italy”, con qualche eccezione: Palandri, De Carlo, Tondelli» (Panzeri), lo stesso Pier Vittorio Tondelli mette in piedi un laboratorio diffuso di scrittura, invitando, attraverso annunci pubblicati su Linus e altre riviste, i giovani fino a 25 anni a mandare i loro testi al grido di «scrivete quello che fate». I giovani rispondono a mucchi e ne escono tre antologie pubblicate dalla casa editrice di Ancona Il lavoro editoriale, poi Transeuropa: Giovani blues, Belli e perversi, Papergang. L’elemento di violenza e di novità, di cui sopra, viene tenuto a freno dallo scopo quasi didattico e di mappatura dell’idea di Tondelli. Eppure basta dare un occhio alla successione delle copertine e dei titoli, da Giovani blues a Papergang per rendersi conto che da un punto di vista editoriale l’idea di rottura e di provocazione prende poi sempre più piede. Le reazioni della critica sono di varia natura. Da un punto di vista letterario, Under 25 viene mediamente considerato un progetto debole. Eppure da quelle pagine escono nomi che più tardi sarebbero diventati punti fermi dell’editoria italiana, come Romagnoli, Culicchia, Canobbio, Ballestra. Molti piuttosto considerano il progetto un interessante spaccato antropologico sulla gioventù italiana di fine anni Ottanta. Per Arbasino: «Né passioni o disperazioni romantiche, né estroversione sperimentale d’avanguardia, né disciplina neoclassica, né ironia, né politica, né desideri, né carriere. Gelati pizze, jeans, stereo, video, che palle, pennarelli, autostop, rock. Lavoretti precari, negli interstizi; nessun programma per il proprio futuro. […] Comportamenti di totale uniformità, di tipicità, di massa; ma senza identificazioni con gruppi».

cannibaliGioventù cannibale (1996)

«Ma poi, non parlerei più di antologia, direi che è stato un laboratorio di scrittura. In cui si è cimentata una generazione di scrittori», dichiara Severino Cesari di Einaudi Stile libero, a proposito di Gioventù cannibale, la più mediaticamente celebre antologia di narrativa italiana, che lui stesso insieme a Paolo Repetti e a Daniele Brolli, mise in piedi. A differenza degli under 25 però, qui ci sono scrittori, magari non famosi, ma già scoperti: Nove, Ammaniti, etc. Dunque ancora l’idea didattica del laboratorio che si fonde con la violenza (della parola cannibale, ma anche del contenuto di quasi tutti i racconti, influenzati dall’assai in voga allora ritorno del pulp attraverso Quentin Tarantino) e con la novità (Gioventù). Tre elementi che concorrono in una riuscitissima “operazione”, e diciamo pure che proprio questo è il caso in cui il termine acquista a livello editoriale il suo significato autentico. Sempre Cesari dichiara: «Noi editori abbiamo teso una trappola ai critici». E molti critici, infatti, vanno nel panico. Ferroni per esempio: «Io temo che questa letteratura sia insidiata da una vera e propria retorica di gruppo, da uno stucchevole nichilismo, da una pedestre mitologia della trasgressione: sotto le sue pretese provocatorie, essa non fa che sottoscrivere la caduta di ogni spazio etico, il dominio di una piatta insignificanza». Oppure Filippo La Porta: «Non basta inzeppare i propri racconti di repertori di articoli di consumo, di figure e oggetti familiari, come in un ipermercato o in una generosa trasmissione-contenitore (…), per ritenere di stare raccontando la contemporaneità. Occorre uno stile personale attraverso cui raccontare le cose, mentre l’ impressione di molti di questi racconti è quella di un’imbarazzante assenza di stile».

qualitàLa qualità dell’aria (2004)

Otto anni più tardi, lo stesso La Porta esprimerà sul’ antologia di minimum fax un giudizio di segno completamente opposto: «Si può parlare di uno stile unitario, insieme svagato e inquieto, spaesato e come attraversato da un nichilismo incerto sul proprio stato (ilare? malinconico? tragico? indifferente?)». E forse perché come si legge nella descrizione del libro «questi scrittori», anche loro aggiungo io, «cresciuti nell’era dei videogiochi e delle televisioni commerciali mettono da parte qualunque tentazione di letteratura-entertainment per raccontare, impietosamente e dolorosamente, i loro anni».

Quindi probabilmente un bisogno di manifestare una distanza dai Cannibali (la letteratura-entertainment?), ma anche il sintomo di un passaggio generazionale. La violenza più che essere prodotta dallo scrittore, cioè rappresentata, viene introiettata, con un’implosione che si trasforma in malinconia, a interpretare le parole dei curatori Lagioia & Raimo. La qualità dell’aria si avvicina all’idea tondelliana di mappatura: raccontare il proprio tempo, anzi «raccontare, impietosamente e dolorosamente, i loro anni». Mentre anche l’attributo della novità viene evidenziato meno, a parte il fatto che gli scrittori scelti sono tutti under 40. Non a caso forse è il primo caso di antologia di narrativa italiana giovane tutto sommato esente da stroncature e resistenze critiche assortite, se si eccettua il famoso pezzo di Langone sul Foglio intitolato “Arriva la prima antologia dell’incularella letteraria”, ma in questo caso più che sui contenuti dei racconti ci si soffermava sui meccanismi di selezione, avvenuti secondo Langone in un ambiente endogamico (da cui la fortuna dell’espressione cricca letteraria). Endogamia che al contrario Raimo quasi rivendica in un suo successivo intervento a commento:  «L’ideale letterario che ci legava agli scrittori nostri coetanei aveva una chiara matrice sentimentale: perché questa è la verità, la scrittura incanala, riassume, incarna le forme del desiderio degli scrittori trentenni/quarantenni – quella congerie di tipi in genere inutilmente sovracculturati, handicappati sociali in varie forme, poveri di quasi ogni tutela (dai soldi all’attenzione critica). Per questo diventava secondo noi essenziale, un valore quasi politico, quello dell’affetto. Quando Langone parlava di incularella letteraria era un buzzurro, mi dicevo, ma – se si fa la tara delle facili battute – non era del tutto insensato».

Resta il fatto che La qualità dell’aria produrrà in quegli anni una proliferazione di altre antologie più o meno dello stesso segno e di altri tentativi di replica da parte della stessa minimum con le tre edizioni del best off (il meglio delle riviste italiane) e il successivo Voi siete qui.

Poi la morte delle antologie per eccesso di offerta.

età della febbreL’età della febbre (2015)

Fino praticamente all’uscita di questa qualità dell’aria 2, sempre per minimum fax. Con Raimo ma senza Lagioia (sostituito da Alessandro Gazoia). La carica di violenza e novità, già molto attutita nella Qualità dell’aria, sembra essersi esaurita del tutto. E sono pronto a scommettere che, al di là della bontà o meno dei racconti, non ci sarà neanche una sola stroncatura. Sono cambiati i tempi, forse, perché la stroncatura è un genere moribondo. Ma forse le stroncature dei critici padri o nonni erano legate anche al modo in cui le precedenti antologie venivano presentate, cioè come qualcosa di dirompente. Oggi si può prendere questo libro di oltre trecento pagine e trovarci delle cose belle – io per esempio ho amato molto i racconti di Latronico e Durastanti e ho trovato interessanti quelli di Carbé e Santoni – ma è difficile sentirsi infastiditi o minacciati o provocati dai contenuti di questi testi o da una sovversione generazionale dello stile. Oppure si potrebbe ipotizzare che il dato generazionale di quest’antologia sia proprio una specie di resa, una sottrazione allo scontro. (E si può trovare conferma simbolica nella splendida immagine utilizzata da Emmanuela Carbé di un palombaro immerso in una piscina per la privazione sensoriale). O ancora: gli scrittori antologizzati qui hanno mediamente rispetto ai loro precursori una maturità editoriale superiore, sia a livello di curriculum che di compiutezza del testo.

Resta da capire se questa mancata chiamata allo scontro sia un fatto positivo oppure no. E non è un dubbio retorico.

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