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Teenager per sempre

Storia della donna che è riuscita ad essere adolescente per più di vent'anni. Finché è stata tradita un capello bianco. «Voleva solo essere amata».

charity

Quando ero in terza elementare mi regalarono una copia di Giovani Mostri, un’antologia di racconti brevi curata da Isaac Asimov, originariamente pubblicata da Harpercollins con il titolo Young Mutants nel 1984, e cioè qualche anno prima della mia terza elementare. Mi aveva colpito molto una storia di Ray Bradbury: raccontava di un tizio, oramai quarantenne, condannato ad avere per sempre l’aspetto di un ragazzo di dodici anni (il titolo italiano è “Salve, addio”. Quello originale era Hail and Farewell). Willie, questo il nome dell’eterno dodicenne, cambiava città ogni tre, quattro, o cinque anni: riusciva sempre a farsi “adottare” da una famiglia, grazie ai suoi modi gentili e ad una posa, studiata sì, ma ma senza malizia, da pulcino bagnato; quando qualcuno cominciava a sospettare qualcosa, a domandare come mai non cresceva («figliolo, sei sicuro di non avere fumato qualche sigaro?», gli chiede un vicino), prendeva il treno e cominciava tutto d’accapo. Trovava sempre qualcuno che si prendesse cura di lui. Willie era un ragazzo molto coccolato e, al contempo, molto solo.

Quando frequentavo la terza elementare, anche Charity Johnson frequentava la terza elementare. Come me Charity Johnson è una donna adulta di 34 anni. Solo che oggi io sono una mamma. Fino a pochi mesi fa, invece, Charity era una figlia adolescente. Lo è stata per più di vent’anni, per molte madri adottive. Come l’eterno dodicenne del racconto di Bradbury, anche Charity non cresceva mai e, quando qualcuno cominciava a sospettare qualcosa, cambiava città e famiglia. Charity Johnson, va da sé, non è una mutante. Il suo corpo invecchiava, forse un po’ meglio di altri, ma lei faceva il possibile per nascondere l’età che avanzava. L’essere obesa deve avere aiutato, ché la pelle tirata nasconde le prime rughe, mentre l’abbigliamento da ragazzina e gli accessori di Hello Kitty hanno fatto il resto. Alla fine l’ha tradita un capello grigio. La sua storia è finita sulla Cnn, nonché su vari giornali. Buzzfeed ha cercato di ricostruire l’intera vicenda in un dettagliato articolo, tra i più letti longread della scorsa settimana.

È in quel periodo che Charity comincia a cambiare, a impersonare una ragazza più piccola della sua età

Charity Johnson è nata nel 1979 nella contea di Trevis, in Texas, poco lontano dalla capitale Austin. Per i primi quattordici anni della sua vita abita con la madre, una donna con gravi problemi psichiatrici che entra ed esce dagli ospedali e abbandonerà definitivamente la figlia nel 1994. Non risulta che Charity abbia altri parenti, dunque la ragazza – in questa fase è davvero un’adolescente – viene trasferita in una casa famiglia per teenager orfani. Salta poi fuori che c’è una sorellastra, Melissa, appena maggiorenne, che vorrebbe prendersi cura di Charity. Ma gli assistenti sociali ritengono Melissa ancora troppo giovane e Charity dovrà aspettare il 1997 per andare a vivere con la sorellastra e il compagno di lei.

È in quel periodo, proprio mentre sta diventando maggiorenne, che Charity comincia a cambiare, a impersonare una ragazza più piccola della sua età: «Non voleva crescere. C’era qualcosa cui cercava ad aggrapparsi», racconterà il cognato Barry a BuzzFeed. Quando ha 18, o forse già 19, anni, Charity finisce in un altro istituto, questa volta per adolescenti problematici. Barry sostiene di averla cacciata di casa a causa del suo comportamento troppo infantile. Charity però dice di essere stata molestata dal cognato. Frequenta il liceo Lanier, ad Austin: dovrebbe essere all’ultimo anno, ma, non è ben chiaro perché, nell’annuario del 1998 risulta come “junior”, studentessa del terzo anno. Charity scappa dall’istituto per teenager problematici. Si trasferisce da una coppia senza figli, che l’adotta informalmente, tanto che lei adotta il loro cognome e dice a tutti di chiamarsi Charity Stevens. Si iscrive a un’altra scuola, la Garza Independent High School, pochi chilometri fuori Austin. Si diploma nel 2003: oramai ha quasi 24 anni, ma dice a tutti di averne 18.

Charity resterà coi Stevens fino al 2009. Fatto strano, la coppia continua a trattarla come un’adolescente ancora anni dopo il diploma – cosa che comincia a destare qualche sospetto perché, anche tenendo conto delle bugie raccontate da Charity, quella comunità comunque sa che è un’adulta. Lei però è contenta, ci tiene molto a fare vedere ai suoi amici che chiede il permesso per ogni piccola cosa.

La donna, oramai ha superato i trenta, capisce che è il momento di andarsene. Come nel racconto di Bradbury: «Quando cominciano le chiacchiere so che è ora di mettermi le scarpe e di comperare il biglietto del treno». Charity comincia a contattare sui social network donne religiose, spesso pastori protestanti, che poi descriverà come “le mie madri di Facebook”.

Racconta di avere 14 o 15 anni e di essere molestata dal patrigno. Chiede di essere adottata, ma questa volta non si riesce: le sue nuove mamme sono soltanto madri virtuali. Charity si trasferisce nell’East Coast, finisce in vari istituti per adolescenti, sempre dimezzandosi l’età. L’ultima tappa è una casa famiglia del Maryland, dove però la direttrice s’insospettisce, anche perché la ragazza si rifiuta di mostrare i documenti.

Nel 2013 si iscrive al liceo cristiano New Life: dice di avere 16 anni, quando oramai ne ha quasi 34

Charity rientra in Texas, ma in un’altra contea, dove non la conosce nessuno. Nel 2011 si fa “adottare” dai Brown. Racconta di essere cresciuta in strada, di non avere nessuno al mondo. Funziona. I Brown sono una coppia molto devota: lui è pastore protestante, lei è di qualche anno più giovane dell’età reale di Charity. Dopo un po’ anche i Brown cominciano a insospettirsi. Così, nel 2012, Charity cambia città: si trasferisce a Longview, sempre in Texas. In un primo momento vive in un istituto, e fa qualche lavoretto al McDonald’s del quartiere. Lì fa amicizia con una dei manager del fastfood, Tamica Lincoln, 30 anni, e la convince a prenderla con sé. Nel 2013 si iscrive al liceo cristiano New Life: dice di avere 16 anni, quando oramai ne ha quasi 34.

Nel frattempo però comincia a contattare, su Facebook, un’altra potenziale madre: Osarieme Obaseki, una quarantenne di origine nigeriana, che a quei tempi lavorava in un ente religioso a Dallas e che posta sul social network status come «Only Jesus Saves» e citazioni dal libro di Isaia. Le due diventano amiche, Charity racconta di avere 14 anni – ne ha 20 in più – e di avere bisogno di una madre. Osarieme, che avrebbe voluto avere figli, dice di essere disposta ad adottarla. Le due si incontrano di persona. Osarieme però capisce fin da subito come stanno le cose: nota qualche capello grigio. I denti poi, non sembravano quelli di una quattordicenne. Anche le mani avevano qualcosa di strano. La donna trova online le altre “mamme di Facebook” con cui la finta adolescente aveva intrattenuto relazioni virtuali molti anni prima: il castello di carte è crollato.

Charity finisce in carcere – fornire generalità false è reato – ma solo per poche settimane: non è poi un reato così grave il suo, a victimless crime, come dicono da quelle parti. «Voleva solo essere amata», dice Osarieme. «Era un’artista della truffa… ma cercava amore, non denaro». In realtà, per oltre vent’anni, Charity ci ha guadagnato non solo l’affetto, ma anche vitto e alloggio. Si era costruita un lavoro, come quel personaggio di Bradbury, che a un certo punto realizza: «Avevo capito che cosa avrei fatto per il resto dei miei giorni. C’era un lavoro adatto a me, dopotutto. Potevo rendere felici le persone sole. Mi avrebbero coccolato, fatto giocare. Sapevo che sarei stato costretto a giocare per sempre».

«Come ci si si sente ad essere bambini per sempre, Willie?», scriveva Bradbury. «Sei felice come sembri?»

 

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