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Messico e Winslow

Mentre esce Il cartello, il suo romanzo migliore, un primo piano dello scrittore che ha trasformato la cronaca nera in grande fiction.

Il confine tra gli Stati Uniti e il Messico è una ferita aperta. Elicotteri che decollano, irruzioni, alleanze tra i cartelli della droga, sosia, imboscate, vedove con rosari in mano e bambini gettati dai ponti. Tutto questo sangue defluisce nei romanzi di Don Winslow. I tremila chilometri che corrono tra Usa e Messico sono la più grande frontiera commerciale del mondo. Decine di migliaia di camion al giorno attraversano il confine a Tijuana, Juárez e Nuevo Laredo. Molti camion trasportano droga. E da quando Usa e Messico hanno stipulato il trattato Nafta per il libero commercio, le «dogane statunitensi non possono neppure pensare di perquisire tutti i camion. Anche solo un tentativo in questo senso azzopperebbe il commercio tra le due nazioni». È appena uscito in Italia il nuovo romanzo di Don Winslow, Il cartello (Einaudi, pp. 896, euro 22). Si svolge tutto intorno a quel taglio nel continente americano, è ispirato a fatti reali e dedicato a decine e decine di giornalisti assassinati o “scomparsi” in Messico, durante gli anni di guerra al narcotraffico. Nel Cartello tornano i protagonisti di un precedente romanzo di Winslow, Il potere del cane: Adán Barrera e Art Keller.

L’infanzia di Winslow era già piena di storie. Il padre, marinaio, era un lettore onnivoro e aveva un talento naturale per la narrazione. La madre era una bibliotecaria. La nonna andava in giro con un revolver nella giarrettiera. Don ha capito presto che la sua vocazione sarebbe stata raccontare storie, ma prima di diventare uno scrittore di genere (e di culto) ha cambiato molti lavori, tra cui l’investigatore privato e la guida per i safari in Africa. Il suo primo romanzo è stato rifiutato da quattordici editori. Ora lavora nell’ufficio di casa, a nord di San Diego, dopo aver scritto ovunque: in aereo, in treno, in autobus, in tenda, nelle camere d’albergo e in macchina. Ogni tanto va a trovare Raymond Chandler, sepolto a San Diego, protettore di tutti gli autori crime.

Funeral Held For American Couple Killed In Juarez

Non è un caso che oggi parli molto bene di lui James Ellroy, da cui Winslow ha appreso l’arte di trasformare la cronaca nera in grande fiction. Ha dichiarato di amare romanzi vari, tra cui Middlemarch, Anna Karenina, Cavalli selvaggi, Per chi suona la campana. In tutti i suoi romanzi compaiono droghe, hippy, surfisti, donne stupende (e spesso l’investigatore Neal Carey). Alcuni suoi libri sono puro intrattenimento, la quintessenza della leggerezza californiana: romanzi assolati, cadenzati dai tonfi delle onde oceaniche, scritti per essere divorati, costruiti con dialoghi rapidi e fiumi di volgarità. Altri sono più lavorati e documentati, strutturati in modo più tradizionale. Per documentarsi e scrivere Il potere del cane – copre circa trentacinque anni di lotta al traffico di droga – ci ha messo cinque anni e mezzo. Il cartello è un volume monumentale e racconta la resa dei conti di quella stessa guerra alla droga. È il suo romanzo più riuscito.

Art Keller si è ritirato in un monastero, fa l’apicoltore. Ha gli occhi tristi, i capelli neri spruzzati di grigio, le spalle da pugile. Nel 2004 è ormai un ex agente della Drug Enforcement Administration. Canta le Lodi con i monaci poi si dedica agli alveari. Il suo grande rivale è Adán Barrera, per anni la figura più potente del traffico di droga del Messico. Nel 2004 Adán è in una cella nel carcere di San Diego. Ha gli occhi dolci nonostante sia stato il mandatario di centinaia di omicidi e «sono in molti a volerlo morto». Quando Adán riceve la notizia della morte della figlia riesce a partecipare al funerale, e poi si fa trasferire in una prigione in Messico. Ora che la figlia è morta non ha nulla da perdere: darà due milioni di dollari per chi ucciderà Art Keller. Dopo trent’anni di guerra, riprende dunque il conflitto tra Keller e Adán Barrera.

Il sole splende sempre e l’aria profuma di fiori. Winslow è l’ultimo grande sacerdote del mito californiano. Nelle sue pagine le palme sono sempre alte e aggraziate, la luna illumina l’oceano e le vecchie torrette dei bagnini. Nel romanzo Le belve (Savages) del 2010, Ben e Chon sono amici e condividono anche la bella Ophelia (una bionda con delfini tatuati sul collo e piercing al naso). Producono marijuana a San Diego finché i cartelli della droga messicani non li minacciano. Lì i dialoghi erano fulminanti, poche parole, capitoli che finivano spesso dopo tre o quattro frasi. Gli emissari del cartello si presentavano con camicie di seta nera aperte sul collo ma i due ragazzoni californiani, Ben e Chon, non volevano rinunciare al loro stile di vita: «Non mi sono messo a coltivare erba per combattere, uccidere e far uccidere, o per vedere gente decapitata. Finora è andato tutto abbastanza liscio ma se dobbiamo ridurci come selvaggi, come delle belve, lasciamo stare», diceva uno di loro. Le pagine erano costruite con tanta cultura pop, riferimenti a presidenti americani, Lady Gaga, talkshow celebri, mentre tutto intorno ai personaggi ronzavano mamme in T-shirt e pantaloncini a spingere passeggini a tre ruote, e tanta gente in camicie hawaiane o addominali perfetti.

I giornalisti fanno quello che possono. Spesso indagano e muoiono. I romanzieri fanno quello che vogliono

Due anni dopo, i protagonisti di Le belve tornano nel romanzo I re del mondo (The Kings of Cool), dove racconta il prequel di quella vicenda. Come si erano conosciuti Ben e Chon? Come avevano deciso di dedicarsi al traffico di erba? Winslow è uno scrittore con uno straordinario talento narrativo ed è un grande generatore di epica contemporanea. I suoi libri sono trame perfette eppure ciò che resta sono soprattutto gli scenari: di solito è estate, a Laguna Beach sfrecciano Mustang decappottabili e vecchi pick-up. I vicini di casa fanno grigliate di bistecche e salmone e si invitano a vicenda da una villetta all’altra.

«Il cosiddetto problema messicano della droga, è in realtà il problema americano della droga. Non esiste un venditore senza un compratore». Il cartello è una storia di faide, di minacce, di uomini incappucciati, è pieno di fucili mitragliatori puntati su convogli in cui passano boss del contrabbando. I corpi vengono lasciati nei canali di scolo, vengono messi uno contro l’altro addosso a un muro e poi qualcuno apre il fuoco. Ai corpi spettano pestaggi,isolamento e docce gelate. A pagina cento del Cartello Adán è tornato in Messico, gestisce di nuovo milioni di dollari, ricicla, investe, controlla trafficanti, agenti, polizia, politici, tutti. Anche Art Keller lascia il monastero e le api: per non essere ucciso è costretto a spostarsi di continuo. Va in Virginia e in Virginia nevica, e la neve scricchiola sotto le sue scarpe, a Natale va alla messa di mezzanotte. Ma di solito la notte la passa in stanze di motel con la pistola in grembo e riparte prima dell’alba. È un solitario, un emarginato. Il motivo è uno solo: «Il passato è un inseguitore tenace, un branco di lupi che non molla la preda».

Mexican Drug War Fuels Violence In Juarez

California vuol dire soprattutto feste in spiaggia con bionde in bikini, tavole da surf e onde da cavalcare. Il capolavoro surf di Don Winsolow è La pattuglia dell’alba, dove una storia legata a una spogliarellista scomparsa si svolge mentre è un arrivo una mareggiata indimenticabile. Ma surfisti si aggirano in quasi tutti i suoi libri. Ne I re del mondo ecco descritti «i tratti tipici della nobiltà locale: abbronzatura intensa, lunghi capelli biondi sbiancati dal sole, muscoli nodosi di uno che può trascorrere tutta la giornata sull’asse da surf, tanto comunque è pieno di soldi». In tutte le interviste Don Winsolw ricorda che nel mondo dei surfisti esiste un adagio che dice: «A volte sei tu a cavalcare l’onda, a volta è l’onda a cavalcare te». Intende dire che a volte è lo scrittore che racconta una storia, altre volte è la storia che racconta te.

Nel Cartello confluiscono le migliori intuizioni di scrittura di Winslow. Velocità sintattica, struttura narrativa salda, personaggi ambigui (assassini e idealisti insieme). Prima dell’evasione dal carcere, Adán Barrera si innamora di una detenuta: Magda. È una miss che ha vinto concorsi di bellezza, alta e con gambe lunghe, ma lui nota i suoi occhi. La corteggia all’interno della prigione. Le manda vestiti di grandi marche, cosmetici, una bottiglia di Merlot, poi un invito a vedere un film nella sua parte di carcere. È un boss ma è timido, quando la vede abbassa lo sguardo: accompagnano la visione del film con popcorn e vino rosso. È un assassino romantico, organizza una festa di Natale in carcere e fa arrivare camion con costolette, aragoste, gamberi, champagne e whisky. Alla festa natalizia Magda è molto attraente, con un vestito di lamé argentato: «Ha capelli lucidi raccolti sulla nuca e tenuti fermi da spille cinesi cloisonné che le danno un tocco esotico». Quando la sorella vede con chi si accompagna Adan, gli dice: «Solo tu sei capace di trovare simili rose in una fogna». Di fatto, mentre lei si stende lo smalto sui piedi lui la inonda di questioni legate al traffico di droga.

Don Winslow si alza tutte le mattine alle cinque e scrive fino alle dieci. Per scrivere Il cartello, ha analizzato giorno per giorno le notizie che riguardavano la guerra al narcotraffico nell’arco dei dodici anni affrontati nel libro. Il romanzo denuncia anche la connivenza degli Stati Uniti nel contrabbando, il ruolo della Casa Bianca e dei poteri militari che agiscono con sottile doppiezza lasciando che il sangue corra lungo la frontiera con il Messico. I giornalisti fanno quello che possono. Spesso indagano e muoiono. I romanzieri fanno quello che vogliono. Spesso arrivano tardi, quando sono morte già troppe persone. Così i loro libri diventano delle preghiere afone in cui tutto si risolve nel portare un po’ di luce e attenzione su storie cupe e luoghi trivellati, tristi come un campo santo. «Il Messico è un cimitero di segreti», si legge nel Cartello.

Le immagini sono tratte da un portfolio realizzato da Spencer Platt a Juarez nel 2010 (Getty Images).
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