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Divorzi musicali

Le boyband sono gruppi ad alto tasso di separazione (e di reunion). Mentre le directioners si disperano, i quarantenni Take That tornano in tour.

«Grazie a tutti coloro che ci hanno sostenuto negli ultimi cinque anni: siete stati assolutamente fantastici. Tuttavia, sfortunatamente, le voci sono fondate: “Our deep is your love” sarà il nostro ultimo singolo insieme e Greatest Hits il nostro ultimo album. E da oggi in poi.. non ce ne saranno più. Grazie».

Se questo annuncio fosse stato fatto ai giorni nostri probabilmente sarebbe stato affidato ai 140 caratteri di Twitter oppure a un’immagine evocativa postata su Instagram. Efficace, puntuale, stop. Invece venne fatto in una saletta spoglia (e un po’ triste) per le conferenze stampa, con l’imbarazzo di chi non può dire “ragazzi, ci siamo stufati” e maschera il sollievo con una smorfia a metà tra un sorriso forzato e un ghigno un po’ confuso. È il 13 febbraio del 1996 e Gary Barlow, leader dei Take That, articola tre frasi striminzite redatte sicuramente in separata sede che, trasmesse dalle tv internazionali, sconvolgeranno milioni di fan: la boyband più famosa d’Inghilterra si scioglie, ognuno va per la sua strada.

Non credo ci sia bisogno di recap: i Take That sono il gruppo pop maschile più noto degli anni Novanta. La loro carta di identità è inconfondibile: cinque componenti – Gary Barlow, Robbie Williams, Mark Owen, Howard Donald, Jason Orange; tre album registrati in studio prima della rottura nel 1996; 25 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. Uno stuolo di fan dislocati in ogni dove e una fama planetaria. Una vicenda iper frammentata, quella del gruppo britannico, terminata per la prima volta quel martedi di febbraio.

Gli One Direction hanno affidato un annuncio non dissimile, forse un po’ meno striminzito, per lasciare aperta una porta a future e non impossibili collaborazioni, a un innominato insider intervistato dal Sun: si prenderebbero un anno sabbatico, dopo cinque passati fianco a fianco tra registrazioni, video e tour mondiali non immuni da scene di isteria collettiva, per coltivare ciascuno la propria carriera. Quello in uscita a Natale sarebbe, per ora, l’ultimo album, il quinto fino ad oggi. Nonostante l’addio di Zayn Malik avvenuto di recente sull’onda del suo desiderio, poco suscettibile a interpretazioni peraltro, di «fare della musica vera», la fonte ha specificato al tabloid britannico che i quattro superstiti «sono tutti convinti della decisione al 100%, tra loro non corre cattivo sangue».

One Direction Performs On ABC's "Good Morning America"
I fan immortalano il concerto degli One Direction

Poco importa alle fan di Harry Styles, Liam Payne, Louis Tomlinson e Niall Horan: la pausa annunciata suona come una catastrofe e le reazioni su Internet – dove gli 1D hanno 24,8 milioni di follower solo su Twitter – sono state immediate e piuttosto allarmate. Si passa dal «mi viene da piangere» al «non sono mai stata così sconvolta nella mia vita. Mai» e «Gli One Direction sono finiti. E così la mia vita». Passando per una serie di parallelismi (molto ironici, per fortuna) con il crollo delle borse avvenuto lunedì.

Nulla è eterno, anche le band finiscono. Perché non hanno più nulla da dire, musicalmente, o troppo da dirsi, internamente e di poco costruttivo. Decisioni prese nel tentativo di lasciare il giusto spazio di crescita ai singoli componenti, artisti affamati di successo individuale e imbrigliati in un contesto che nonostante il boom rimane corale – se all’inizio è un boost invitante, sul lungo periodo rischia di rappresentare una gabbia. Per concedersi un decennio (o più) di tregua salvo arrendersi a improbabili reunion oltre ogni data di scadenza concepibile, attirati da guadagni ancora, dopotutto, gonfiati in memoria degli antichi fasti – di gruppo. O dalla voglia di divertirsi ancora insieme sul palco.

Ci sono poi rari casi in cui la stella, in effetti, nel gruppo c’è e brilla di luce propria, sognandosi di tornare a fare controcanti ai propri colleghi di band e coreografie calibrate sul movimento di cinque persone, indipendentemente dal cachet o dall’occasione. Justin Timberlake, tanto per fare un esempio: frontman degli ‘N Sync, i cinque ragazzi di Orlando, boy band a tutti gli effetti. Si sono detti “Bye Bye Bye” definitivamente tra il 2002 e il 2003, senza ripensamenti vincolanti. E Timberlake è sbocciato per conto suo: la musica prima, il cinema – con Clint Eastwood e i Fratelli Coen, tra gli altri – e i marchi di moda poi. Le fan non hanno ancora metabolizzato questo lutto. Non tutte, almeno: così all’annuncio di questo divorzio sebbene provvisorio di Harry Styles e compagnia, benzina su un fuoco che in un decennio e oltre pare non essersi completamente spento, hanno sfogato il loro dispiacere online supportando le directioner affrante.

Oltre a quello dei Take That e degli ‘N Sync tra gli addii più sconvolgenti della storia delle boyband c’è quello dei Boyzone – al secolo: Keith Duffy, Stephen Gately, Mikey Graham, Ronan Keating e Shane Lynch (quest’ultimo è scomparso nel 2009). Dopo il debutto, nel 1993, l’anno d’oro delle boyband, se non si era capito, il gruppo si è sciolto nel 1999 – Ronan Keating si è dato alla carriera da solista, per esempio – per riunirsi nel 2007. In totale hanno venduto 13 milioni di dischi, solo nel Regno Unito e dopo il tour mondiale quest’anno per la promozione del nuovo disco From Dublin to Detroit, anche loro si prenderanno un periodo di pausa.

Macy's Passport Presents Glamorama - Show
I Backstreet Boys a Los Angeles, 2013

 

Poi ci sono i Backstreet Boys: Nick, Howie, Brian, AJ e Kevin, idoli di un’intera generazione, eterni rivali dei Take That. Non si sono mai sciolti – e infatti continuano, formazione al completo, a battere il mondo in lungo e in largo con le loro performance live. Per il 2016 hanno in programma una lunga lista di concerti in crociera. Eppure hanno vissuto alti e bassi: un primo stop dopo il Greatest Hits del 2001, seguito dal primo disco da solista del biondissimo Nick Cave, Now or Never, e poi l’abbandono di Kevin Richardson, impegnato nel musical Chicago per una breve parentesi. È tornato sui suoi passi sei anni dopo e dal 2012 il gruppo è tornato al completo.

Il mondo delle boyband è fatto di grandi fratture e drammi, ma anche di altrettanto stupefacenti ritorni. Dopo la conferenza stampa in cui Gary Barlow annunciava «there is no more», la reunion dei Take That si è fatta attendere, ma è arrivata: nel 2005 (senza Robbie Williams), nel 2010 (con Robbie Williams), nel 2011 (con l’addio definitivo, fino a questo momento, di Robbie Williams) cui è seguita, nel 2014, l’uscita di Jason Orange. “Back for good”, insomma: da quinquetto a trio, i TT continuano a esibirsi a livello internazionale: il 13 ottobre saranno al Forum di Assago. A un mese e mezzo dall’unica data italiana, siamo lontani dai sold out dei grandi nomi., ma lo zoccolo duro delle fan che si sono strappate i capelli quel 13 febbraio 1996, scommettiamo, ci sarà.

Take That - 'The Circus Live' In London
The Circus Live in London, la prima reunion di quattro Take That nel 2009

I/le directioner, dunque, non temano il peggio: alla crisi dei cinque anni che sembra colpire le formazioni più amate, si sopravvive. E si risorge anche: «Gli One Direction si prendono una pausa. Proprio come i Boyzone, i Take That, i Westlife, i Backstreet Boys: lo hanno fatto tutti. Non vi preoccupate: torneranno tra 20 anni», scrive @dobbymoose su Twitter. Del resto, a rassicurare i fan disperati c’è stato anche Louis Tomlinson, sempre su Twitter: «It’s just a break J we are not going anywhere!!».

Nell’immagine in evidenza: Gli One Direction ai Brit Awards 2014. (Ian Gavan/Getty Images)
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