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Cosa sta succedendo in Medio Oriente

Il punto sull'avanzata dell'ISIS in Siria e Iraq e quello che vuol dire per gli altri paesi della regione. Dove Usa e Iran stanno diventando (quasi) alleati, Arabia Saudita e Qatar si trovano fra l'incudine e il martello, mentre Assad ci guadagna.

17 Giugno 2014

Continua l’avanzata dell’ISIS, il gruppo jihadista sunnita, in Iraq. Gli americani ipotizzano un intervento coi droni; le milizie iraniane potrebbero agire via terra; mentre i Paesi del golfo (soprattutto Arabia saudita e Qatar) danno la colpa di questo caos al governo iracheno. Intanto l’ISIS continua a combattere anche in Siria e c’è chi teme che i territori da esso controllati possano estendersi fino alla Giordania.

Insomma, che cosa sta succedendo in Medio Oriente? La notizia di questi giorni è che l’ISIS (acronimo di “Islamic State of Iraq and Greater Syria”, noto anche come ISIL, “Islamic State of Iraq and the Levant”) ha preso alcune città nel Nord dell’Iraq, e in particolare Tal Afar, vicino al confine con la Turchia e Siria, Mosul, poco più a Est, e Tikrit, la città natale di Saddam, nel centro-Nord del paese. Ma, a ben vedere, è da un anno e mezzo che l’ISIS guadagna terreno: il gruppo, nato nel 2011 in Iraq e attivo anche in Siria dall’inizio del 2013, ha conquistato la città siriana di Raqaa nel maggio del 2013, dopo lunghi combattimenti contro le truppe di Assad e altre milizie ribelli, mentre lo scorso gennaio hanno preso il controllo di Fallujah, la città irachena che era divenuta simbolo della resistenza contro l’invasione americana nel 2003.

Non è questa la sede per ricostruire nel dettaglio le tappe che hanno segnato l’avanzata dell’ISIS in Siria e in Iraq: per chi volesse farlo, comunque, questa mappa interattiva messa a punto dalla radio NPR rende l’idea. Basti sapere che, oggi, il gruppo controlla direttamente e indirettamente una fetta di territorio che si estende tra Siria e Iraq, come si può vedere da questa mappa messa a punto dalla BBC, dove i governi ufficiali non hanno alcun potere. Il loro obiettivo, ossia creare uno Stato islamico tra Iraq e Levante indipendentemente da i confini nazionali, sembra in parte raggiunto.

Infatti l’ISIS – fondato da un iracheno, Abu Bakr al-Baghdadi, ma che tra i suoi ranghi conta anche molti veterani della guerra in Cecenia e volontari dall’Europa – non ragiona in termini di confini nazionali. Ai loro occhi la guerra civile in Siria e la lotta contro il governo iracheno fanno parte della stessa jihad per la costruzione di un unico, vasto Stato islamico che sia basato sulla legge coranica, non sulle identità nazionali.

L’avanzata dell’ISIS, dunque, non riguarda soltanto Siria e Iraq, che pure sono i due paesi più colpiti. Ecco una breve panoramica – certamente parziale – di come questo gruppo jihadista sta cambiando gli equilibri per molti paesi del Medio Oriente.

Iraq. Anche prima dell’avanzata dell’ISIS, l’Iraq era un paese profondamente travagliato, specie (ma non solo) per la cosiddetta “tensione settaria” che divide sunniti e sciiti. L’Iraq è un paese arabo a maggioranza sciita e con una forte minoranza sunnita – poi ci sono i curdi, che praticano la variante sunnita dell’Islam, ma non sono arabi e vivono in due regioni parzialmente autonome. Pur essendo arabi (e dunque non iraniani dal punto di vista etnico e linguistico), gli iracheni sciiti sono considerati molto vicino all’Iran, la più grande nazione sciita al mondo. Ai tempi di Saddam la minoranza sunnita era al potere. Con la caduta del regime, la situazione si è rovesciata. Il primo ministro Nuri al-Maliki, sciita e di fatto considerato un uomo di Teheran, formalmente ha tentato di includere le varie minoranze nel governo, ma di fatto ha contribuito a fare sentire sempre più alienata la popolazione sunnita. Alcuni accusano addirittura alcuni esponenti del governo iracheno di avere coperto i cosiddetti squadroni della morte sciiti, che in alcune zone hanno fatto “pulizia etnica” dei sunniti. In ogni caso, dopo la caduta di Saddam e, forse ancora di più, dopo il ritiro delle truppe americane, le violenze tra sunniti e sciiti sono aumentate da ambedue le parti. Gli attacchi dell’ISIS, probabilmente il gruppo sunnita più violento nei confronti degli sciiti, vanno inseriti in questo contesto: stando alle notizie diffuse, pare che i guerriglieri dell’ISIS abbiano giustiziato molti sciiti nelle città sotto il loro controllo. Esistono anche milizie sciite, che godono del sostegno di Teheran, probabilmente destinato ad aumentare date le vittorie riportate dall’ISIS a Mosul, Tikrit e Fallujah. In questo contesto di guerra permanente tra milizie sciite e sunnite, c’è chi ipotizza una divisione del paese. Gli unici tranquilli, almeno per il momento, sono i curdi delle due province autonome, rimaste relativamente escluse dagli scontri e che godono anche di una discreta situazione economica, per via del petrolio. Le milizie curde (i peshmerga) si sono scontrati con l’ISIS a Kirkuk, città poco lontana dal Kurdistan iracheno, ma pare sia stata raggiunta una tregua.

Siria. Poco più di un anno fa, quando le truppe governative lanciarono un attacco al gas nervino contro un sobborgo di Damasco facendo andare su tutte le furie l’amministrazione Obama, il regime di Bashar al-Assad sembrava avere i giorni contati. Oggi invece la posizione di Assad, che è pure stato “rieletto” a un terzo mandato con delle elezioni-farsa, sembra più solida che mai, almeno nel breve periodo. Per paradosso, l’ISIS ha probabilmente contribuito a consolidare la posizione del regime . Da un lato, infatti, il gruppo combatte contro il regime (e secondo alcuni rappresenterebbe ormai la fazione più forte dei ribelli). Dall’altro però l’ISIS si scontra anche spesso con gli altri gruppi ribelli, inclusi non soltanto i moderati dell’Esercito siriano libero, ma anche i miliziani di al-Nursra, che come l’ISIS sono ispirati ad al-Qaeda. In breve: l’ISIS ha contribuito, e non poco, a trasformare la guerra civile siriana da uno scontro ribelli-contro-Assad a uno scontro (anche) ribelli-contro-ribelli. A questo va aggiunto l’effetto che l’avanzata dell’ISIS, anche in Iraq, sta facendo alla comunità internazionale. Mentre gli islamisti sono visti sempre più come la minaccia principale alla stabilità dell’intera regione, Assad rischia può apparire come il male minore.

Iran. Qualcuno ha fatto notare che l’Iran “sta perdendo in Iraq, e vincendo in Siria.” La repubblica islamica, infatti, è tra i principali sponsor di Assad e del governo iracheno presieduto da al-Maliki. Da un lato, come spiegato sopra, l’avanzata dell’ISIS ha contribuito, paradossalmente, a consolidare la posizione del regime siriano,e dunque l’influenza iraniana in Siria. Dall’altro, in Iraq, il gruppo islamico sta distruggendo il governo di al-Maliki, l’uomo di Teheran. Dunque l’Iran deve correre ai ripari. In parte lo sta già facendo, sostenendo il governo e le milizie sciite. Ma c’è chi si aspetta che il coinvolgimento di Teheran aumenti. Paradossalmente, inoltre, Iran e Stati Uniti si trovano dalla stessa parte della barricata, almeno in Iraq. Qualche analista, stando a quanto riporta il New Yorker, prevede addirittura qualche azione congiunta contro l’ISIS, con i droni americani che offrono copertura aerea alla Guardia rivoluzionaria iraniana, che parrebbe pronta a un intervento via terra.

Sauditi e Qatar. In queste ore Arabia Saudita e Qatar stanno puntando il dito contro il primo ministro iracheno. Il ministro degli esteri del Qatar ha rinfacciato ad al-Maliki di avere “marginalizzato” la minoranza sunnita del suo paese. Anche l’Arabia Saudita ha accusato il governo iracheno di avere contribuito a creare questa situazione con la sua “politica settaria ed escludente” nei confronti dei sunniti. In questa fase i paesi del Golfo si trovano in una posizione estremamente delicata: da un lato temono il consolidamento dell’Iran, loro nemico giurato, dall’altro l’avanzata dell’ISIS ha contribuito a fare saltare i loro piani in Siria. Arabia Saudita e Qatar sono stati i due sponsor principali della rivolta anti-Assad. Ma, come già spiegato, il consolidamento dell’ISIS ha spinto l’Occidente a non sostenere la rivolta. Iti chiuso un occhio davanti ai suoi cittadini che si arruolavano nell’ISIS. Le tensioni con l’Arabia saudita hanno spinto il precedente emiro ad abdicare a favore del figlio, che ha deciso di mantenere un profilo più basso in Siria, cedendo di fatto ai sauditi il “comando” del sostegno ai ribelli. L’Arabia saudita vede sia l’Iran e l’ISIS come una minaccia e si trova tra l’incudine e il martello. Riad si oppone a un intervento straniero (cioè iraniano o americano) in Iraq e chiede la formazione di un governo di unità nazionale. Il problema è che, a Baghdad, il tempo per le larghe intese sembra scaduto da un pezzo.

Libano e Giordania. Parlando ai microfoni della Cbs, la senatrice repubblicana Lindsday Graham ha ipotizzato che l’ISIS avanzi anche in Libano e in Giordania. Tuttavia il Libano, almeno per il momento, sembra un terreno relativamente ostile per la milizia sunnita. Da un lato infatti è un paese profondamente destabilizzato dalle divisioni interne e dall’influsso di profughi siriani, dall’altro però la milizia più forte sul territorio è senza dubbio Hezbollah, gruppi sciita bene armato e bene addestrato legato a doppio filo con Teheran: puntare sul Libano, insomma, significherebbe per l’ISIS andare nella tana del nemico più forte. Diversa è la situazione in Giordania. Il regno sunnita ha sentito poco i contraccolpi delle primavere arabe, ma sarebbe un errore considerarlo un paese stabile. In realtà il governo centrale ha poco controllo sul territorio, di fatto gestito dalle autorità centrali, che in alcuni casi sostengono gruppi e milizie estremisti. Sul territorio sono presenti molti gruppi salafiti e, secondo alcuni analisti, molti dei finanziamenti all’ISIS arriverebbero dalla Giordania. Per il momento il regno si sta preparando all’arrivo di nuovi profughi dall’Iraq. Ma non è affatto escluso che possano arrivare anche gli uomini dell’ISIS.

Nell’immagine: un miliziano curdo dirige il traffico ad un check point, nei pressi di Kalak, mentre i profughi lasciano Mosul dirigendosi verso il Kurdistan iracheno. (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

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