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Cosa c’entra Schengen con il terrorismo?

C'è chi vuole modificare l'accordo per «combattere il terrorismo». Ma cosa c'entra la libera circolazione in Europa con terroristi francesi che hanno colpito Parigi? Una questione complessa, spiegata in 5 punti.

Dopo gli attentati di Parigi – cioè la strage nella redazione del giornale Charlie Hebdo del 7 gennaio e il sequestro nel supermercato kasher di due giorni dopo, che nel complesso hanno fatto 17 vittime – alcuni politici europei hanno ipotizzato la necessità di modificare, o addirittura revocare, il trattato di Schengen, che permette la libera circolazione in Europa dei cittadini europei. Altri hanno replicato che Schengen è un pilastro dell’Unione europea, una libertà fondamentale che non si può toccare.

La mia prima reazione, confesso, è stata di stupore: cosa c’entra la libertà di movimento all’interno dell’Europa con gli attentati di gennaio, o con il timore, comprensibilissimo, che cose del genere si possano verificare nuovamente nel prossimo futuro? Dopotutto, gli attacchi al Charlie Hebdo sono stati effettuati da cittadini Francesi nel loro stesso paese – si tratta insomma, come si dice, di “homegrown jihadis”, e non si capisce cosa c’entri il movimento verso altri paesi europei. Alcuni dei terroristi coinvolti nei fatti di Parigi, è stato fatto notare, hanno ricevuto addestramento militare in paesi mediorientali e avrebbero agito, pare, mantenendosi in contatto con cellule terroristiche attive in questi paesi (risulta che Said Kouachi, uno dei due fratelli responsabili della strage nel giornale satirico, si sia addestrato in Yemen, mentre l’attentato è stato rivendicato proprio da al-Qaeda in Yemen) – ma, appunto, si tratta di Paesi extra-europei che nulla hanno a che vedere con gli accordi di Schengen.

Cosa c’entra, allora, Schengen con il terrorismo? In questi giorni m’è capitato di riflettere molto e fare ricerche sulla questione – anche, lo ammetto per questioni di trasparenza, a causa di un articolo che m’è capitato di scrivere per un giornale straniero – e, dopo essermi documentata un po’, mi sono resa conto che la faccenda è più complessa di quanto non mi fosse sembrata all’inizio.

Il dossier Schengen e le sue possibile modifiche – ché la sospensione/cancellazione, per il momento augurata quasi solo da Lega e Front National, non è in realtà un’opzione – potrebbero essere discusse durante il Consiglio europeo di febbraio. Per chi fosse interessato nella questione, ecco un po’ di dati, considerazioni e cose varie da sapere.

1. Cos’è Schengen –
È un trattato, le cui prime firme risalgono al 1995, che prevede una zona di libera circolazione all’interno dell’Europa: i cittadini dei paesi firmatari possono spostarsi da un paese all’altro senza necessità di passaporto e i controlli alle frontiere sono ridotti. L’aerea Schengen interessa la stragrande maggioranza degli Stati membri dell’Ue, con l’eccezione di Gran Bretagna e Irlanda (che sono rimasti al di fuori di alcuni aspetti del trattato per loro scelta) e di paesi che hanno firmato il trattato ma devono ancora adempire ai requisiti di sicurezza per renderlo effettivo (Croazia, Cipro, Romania e Bulgaria). In più fanno parte dell’aera Schengen quattro paesi europei che non sono membri della Ue: Norvegia, Svizzera, Lichtenstein e Islanda. Oltre alla libera circolazione dei cittadini, gli accordi prevedono un coordinamento dei paesi firmatari su questioni di sicurezza. Per esempio ha istituito un database – lo Schengen Information System – in cui le nazioni coinvolte possono condividere informazioni su individui sospettati di legami con organizzazioni terroristiche o di stampo mafioso.

2. Quando si può sospendere Schengen (e le possibili modifiche future in questo senso) –
Sospendere Schengen è non solo possibile, ma è già stato fatto. I singoli paesi firmatari possono chiudere le loro frontiere – o, meglio, ripristinare i controlli come se non ci fosse il trattato di libera circolazione – per un lasso di tempo limitato, ed adducendo motivazioni. Finora è accaduto prevalentemente per importanti vertici internazionali. La Polonia ha “chiuso le frontiere” nel 2013 per il summit internazionale sui cambiamenti climatici, l’Italia lo ha fatto quando abbiamo ospitato il G8, eccetera. Scelte criticabili e criticate da alcuni, ma comunque in linea con le libertà dei singoli paesi già previste dal trattato. È ipotizzabile – ma si tratta ovviamente di un’ipotesi – che nei prossimi mesi alcuni paesi chiedano modifiche al trattato che aumentino ulteriormente i margini di libertà dei singoli paesi nella decisione di chiudere le frontiere.

3. Gli autori degli attentati di matrice islamica in Europa –
Ok, ma cosa c’entra tutto questo con gli attentati di matrice islamica in Europa? Ovviamente il terrorismo islamico non è l’unico problema di sicurezza per i Paesi europei – qualcuno ricorderà Anders Breivik, il terrorista norvegese che ha ammazzato 77 persone nel 2011 – ma è evidente che era a questo che si riferiva chi in questi giorni chi criticava il trattato o chiedeva modifiche ad esso. Ebbene, se esaminiamo gli attentati di matrice islamica sul suolo europeo dell’ultimo decennio (Madird, Londra, Tolosa, Bruxelles, Parigi) si nota che nella maggior parte dei casi (non tutti, ovviamente) gli autori erano cittadini del paese colpito, “homegrown jihadis”, come si diceva. In alcuni casi si trattava di cittadini di paesi extra-europei, non coinvolti da Schengen. Attentati di Madird (2004): i due responsabili principali erano uno spagnolo, Emilio Trashorras, e due marocchini, Jamal Zougam e Othman el-Gnaoui. Gli attentati alla metropolitana di Londra (2005) sono stati effettuati da quattro cittadini britannici, di cui uno nato in Giamaica. La sparatoria contro la scuola ebraica di Tolosa, in Francia, del 2012 fu opera di un cittadino francese, nato a Tolosa. L’attacco contro il museo ebraico di Bruxelles (2014) fu opera di un cittadino francese residente in Belgio, Mehdi Nemmouche. Gli attentati di gennaio a Parigi sono stati effettuati da tre uomini nati in Francia. Dunque l’unico caso, nel passato recente, di terrorista islamico proveniente dal paese europeo X che ammazza gente nel paese Y è rappresentato dall’attentatore di Bruxelles.

4. Spostamenti verso e da il Medio Oriente –
Sebbene nati e cresciuti in Europa, si diceva prima, alcuni dei terroristi coinvolti negli attacchi degli ultimi anni avevano esperienza militare in Paesi mediorientali con una forte presenza di gruppi jihadisti e dove sono in atto conflitti armati. Said Kouachi, uno degli assassini del Charlie Hebdo, per esempio è stato addestrato in Yemen. Mentre Mohamed Merah, il terrorista che ha attaccato la scuola ebraica di Tolosa, aveva combattuto in Siria. Ok, ma cosa c’entra tutto questo con Schengen? Ebbene, alcuni sostengono che la libertà di movimento all’interno dell’Europa possa facilitare lo spostamento dei jihadisti da e verso il Medio Oriente.

Il numero di giovani europei che stanno combattendo con gruppi estremisti (prevalentemente l’Isis, ma non solo) in Siria ed Iraq (secondo l’Interpol, citata dalla Reuters, solo in Siria ci sarebbero circa 5mila combattenti europei) preoccupa alcuni governi più di altri. Che, tra le altre cose, temono che questi giovani tornino in Europa ulteriormente radicalizzati… e con un addestramento militare che li renda più letali dei “terroristi fai da te”. Mohamed Merah e Said Kouachi sono appunto due esempi concreti. Per evitare che casi del genere si ripetano, Francia e Regno Unito hanno approvato misure di sicurezza, secondo alcuni controverse, che limitano severamente la possibilità di spostamento verso il Medio Oriente di giovani sospettati di simpatie radicali, anche se non hanno commesso alcun reato. Per un aspirante jihadista francese o inglese che desideri raggiungere la Siria (in genere via la Turchia), modo migliore per aggirare queste leggi è imbarcarsi su un volo diretto in Turchia non dal suo paese natale, bensì da una nazione dove i controlli sono meno rigidi. Sembra essere stato il caso di Hayat Boumeddiene, la giovane moglie di Amedy Coulibaly, il terrorista che ha attaccato il supermercato kasher. Boumeddiene, che oggi probabilmente si trova in Siria, si è imbarcata su un volo diretto in Turchia non dalla sua Parigi, bensì da Madrid.

5. Nota finale –
In questo articolo abbiamo analizzato unicamente le questioni di sicurezza. Abbiamo cercato di capire, insomma, se in effetti gli accordi di Schengen possano in qualche modo facilitare il lavoro dei terroristi. Ovviamente, però, questo non è che uno degli elementi nel dibattito pro e contro Schengen. Esiste anche una questione etica e politica. Anche se dovessimo giungere alla conclusione che modificare in senso restrittivo il trattato di libera circolazione possa in qualche modo rendere l’Europa più sicura, infatti, resta sempre da domandarsi se ne valga la pena. Ammesso e non concesso che Schengen rappresenti un fattore di rischio, insomma, è un prezzo che siamo disposti a pagare? Ad ogni nazione, con mille gradazioni diverse, è capitato di sacrificare alcune libertà in nome della sicurezza, nonché di sacrificare alcune sicurezze in nome della libertà. Dove stabilire il punto d’equilibrio è una questione diversa da quella affrontata finora. E altrettanto importante.

 

Nell’immagine: mappa dell’Europa, 1750 ca.

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