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Stampatori di internet

"Library of the Printed Web", quelli che mettono su carta cose prese dalla rete. Quando le macchine incontrano la poesia e non sanno che farsene.

Avete mai stampato un documento da internet? Facile. Basta cliccare su “print” o pigiare ctrl + P in sequenza. Ma avete mai provato a stampare tutto internet? Immagino di no. Principianti. Per questo, comunque, c’è Kenneth Goldsmith. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un poeta e artista concettuale, noto per aver scritto Uncreative Writing: Managing Language in the Digital Age, testo sacro per lo “sfruttamento” della lingua in ambiente digitale col quale ha proposto di mettere in soffitta concetti desueti come “plagio” e abbracciare un nuovo ordine mondiale in cui riprendere&riproporre sono i verbi fondamentali.

(Su Studio abbiamo osservato questo fenomeno dal punto di vista dell’arte figurativa.)

La sua missione iniziale era quella di stampare internet. Tutto-quanto. Col tempo il suo proclama è però variato e ora parla di «stampare più internet possibile» con la partecipazione di chi vorrà dare il suo contributo e spedire il suo plico di web a Città del Messico, dove il 26 luglio esibirà il risultato finale in un’esposizione che si preannuncia succulenta. Si tratta di un’iniziativa dedicata alla memoria di Aaron Swartz, il giovane guru del web libero suicidatosi pochi mesi fa: è un gioco, una provocazione (il sito Tech Hive ha calcolato che per stampare tutto il web servirebbero 4.6 miliardi di fogli A4, ed è un arrotondamento per difetto) ma anche un perfetto esempio di «arte post-internet», concetto coniato dall’artista danese Marisa Olson per riferirsi a quelle opere in cui il web «è più una banalità che una novità» e il concetto d’autore, espressione e supporto sono cambiati profondamente, come vedremo.

E che cosa succede quando internet smette di essere la novità e diventa l’ambiente in cui viviamo? Succede che percepiamo il mondo digitale in modo diverso, riuscendo a guardarlo per la prima volta da lontano; succede che ci ritroviamo immersi nella rete ma abbastanza a nostro agio da permetterci di guardarla con sguardo distaccato. E si può arrivare a pensare che la cosa giusta da fare con questa benedetta Rete sia stamparla. Tutta o in parte, poco importa, perché stampare il web è un’azione apparentemente senza senso, un processo che inevitabilmente snatura e rovina il contenuto scelto e il suo medium. Ed è questo il punto: alienare ciò che ci circonda, la nostra nuova prassi, per ricontestualizzarla e capirla meglio.

Paul Soulellis è un artista di 45 anni che vive e lavora a New York. Recentemente ha aperto una libreria digitale chiamata “Library of the Printed Web” in cui ha cominciato a pubblicare immagini di alcune sue opere, pezzi di internet ingabbiati e messi su carta. Il suo approccio è puramente artistico – non provocatorio e sognatore come quello di Goldsmith – e le sue opere e si dividono in quattro categorie, come ha spiegato in un saggio sul progetto,  che sono divise in due macro gruppi.

- Grabbing e Scrabbing: ovvero, le tecniche “classiche” in cui «gli artisti fanno una ricerca e ne prelevano il risultato», che poi viene stampato. Tra i lavori che si basano sul grabbing ci sono Other People’s Photography di Joachim Schimd, una selezione di foto altrui, prese da profili pubblici di Flickr, mentre sono basati sullo scrabbing i lavori di Stephanie Syjuco, che stampa romanzi liberi da licenza che trova online trasformando l’URL di provenienza nel titolo dell’opera stessa. Oppure McNuggets, volumone in cui Chris Alexander ha raccolto tutti tweet in cui compariva la parola “McNuggets” (qui in Pdf).

- Hunting e Performing: il primo prevede la ricerca di un particolare preciso. Ne è un esempio Postcards From Google Earth, collezione dei classici “fail” del servizio di mappe trovati e archiviati da Clement Valla; il secondo «prevede la messa in atto di un processo»: per esempio la riscrittura di American Psycho di Bret Easton Ellis via Gmail che è confluita nella raccolta delle sole pubblicità che l’algoritmo di Google ha fatto apparire in ogni email.

Ci sono quindi molti modi di stampare internet e Paul Soulellis sembra conoscere l’argomento; così l’ho incontrato a Venezia in occasione della mostra “The Book Affair” organizzata da Automatic Books e abbiamo parlato di copyright, creatività e dello scontro tra macchine ed esseri umani.

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Guardando i lavori della “Library of the Printed Web” mi torna in mente il concetto di «autore ubiquo» di cui scrisse Artie Vienkart, ovvero l’utilizzo di materiale altrui per creare opere nuove. Chi sono gli autori – quelli veri – della sua library e che funzione hanno?

È una questione molto interessante, a cui si possono dare risposte diversi a seconda dell’opera e autore che si prende in esame. Per esempio Other People’s Photographs di Joachim Schmid è una raccolta foto da Flickr di altri utenti e in questo caso l’autore ha strappato creazioni altrui creando un significato nuovo, originale ripubblicando le foto in un altro contesto. Io lo definisco una sorta di ready made. Poi c’è Stephanie Syjuco che ha preso dei libri pubblicati su libri liberi dal diritto d’autore come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Cuore di tenebra di Joseph Conrad, di cui ha trovato testi in diverse forme, che ha poi scaricato e stampato on demand. Così l’oggetto stesso è diventato una cosa molto distante dalle opere dei due scrittori: è contemporaneamente opera di Syjuco ma anche di Bradbury e Conrad. Lei le chiama riedizioni, io le chiamo riscritture (re-writing).

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Ma che ne è del diritto d’autore?

Dal punto di vista del progetto, la questione è complicata e io non sono un esperto di giurisprudenza ma so che in casi simili a questo, spesso la legge difende gli artisti che usano lavoro altrui, ci sono molti esempi e casi che risalgono perfino al Cubismo. C’è poi un’altra prospettiva per la quale il diritto d’autore non esiste più, chiunque può prendere e utilizzare e non ha senso dare limiti. Nel caso del lavoro di Schimd sulle immagini di Flickr, so che alcuni di queste persone sono incazzatissime per questo ma che valore ha un’immagine come questa, pubblicata pubblicamente su internet?

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E che ne è della creazione artistica?

C’è un concetto che spiega molto riguardo la creatività in un mondo in cui ci sono talmente tante foto, immagini e contenuti artistici a cui accedere con comodità, ed è quello dell’«uncreative writing», secondo il quale invece di scattare una nuova foto o fare qualcosa di nuovo, forse è il caso di riutilizzare e rifare cose che esistono già. Sono comunque tutte questioni che fino a qualche anno fa non esistevano, e sono nate con la diffusione sempre più profonda di internet.

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La base del lavoro sono i dati, che sono numeri freddi: questo lavoro è un modo per farli sembrare “umani” oppure i dati non possono mai essere definiti tali?

È una cosa che mi sono domandato anch’io guardando il lavoro di Chris Alexander, McNugget, che pensavo fosse semplice scrabbing, in cui ha estrapolato in modo freddo dei dati senza fare altro. Ma lui mi ha detto che in realtà c’è stata una rilettura e un’analisi dei dati ricavati, una sorta di lavoro manuale. Penso che si possano guardare i dati come qualcosa di freddo ma anche attraverso questi lavori il cui fine è cambiare la loro natura, rendendoli umani, artistici.

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Anche il fattore temporale mi sembra basilare perché sta agli artisti decidere quando stampare un libro o estrapolare un archivio di dati da Twitter, come nel caso di McNugget , in un preciso momento, sapendo che tutto è in continua mutazione. Non trovi siano lavori effimeri, da un certo punto di vista?

C’è un progetto, una serie, chiamata Chancebooks che è una stampa on-demand di articoli casuali da Wikipedia, raccolti in un libro che porta la data di stampa come suo titolo. È un’opera che dura solo in quell’istante, è un’istantanea che appena scattata non è più valida. È come Snapchat, l’applicazione (che consente la creazione e l’invio di brevi clip e fotografie che vengono cancellate automaticamente dopo essere state visualizzate dal destinatario, Nda), solo che si usano i dati di un archivio.

Shaykin, Benjamin. Special Collection.12 books, 2009. (on loan from artist)

A proposito di dati e umani, guardando il progetto di Clement Valla, Postcards from Google Earth, mi chiedo che cosa abbiamo davanti: si tratta di una raccolta raccolta di errori fatti dagli umani – la parte umana di Google, i suoi programmatori – o della macchina?

C’ho pensato anch’io. Secondo Valla nessuno di questi è un errore nel vero senso della parola perché l’algoritmo di Google mappa le superficie seguendo determinati comandi, e le immagini che ne scaturiscono quindi si basano su quelle mappature, che hanno senso. Il problema è che noi non riconosciamo quei luoghi perché non rispecchiano quel che vediamo dal nostro punto di vista. Sembrano degli errori ma sta tutto nella differenza d’approccio al mondo che esiste tra le macchine e noi. Ciò ci porta a un problema molto interessante, quello del rapporto tra umani e macchine e le diverse percezioni del mondo. Se pensi alla New Aestetics e James Bridle, esiste questa confusione tra umano e macchina. Basta pensare ai Google Glasses, che presto potrebbero andare oltre e farci diventare in parte macchina.

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Da un certo punto di vista, quindi, hanno ragione tutti: sia gli uomini sia le macchine.

Sì, è come per le pubblicità di Google nella riscrittura via Gmail di American Psycho: quegli annunci pubblicitari sono assolutamente inerenti al testo originale dal punto di vista dell’algoritmo di Google. Promuovono prodotti che hanno a che vedere con il sesso e la violenza.

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Ora che numerosi artisti hanno cominciato a inviarti i loro lavori, cosa pensi di fare? Quale sarà il prossimo passo, diventare editore?

Non lo sono ancora ma potrebbe succedere, credo. Tutti questi sono lavori autopubblicati e in quasi tutti i casi conosco di persona gli artisti. (…) Ognuno di questi lavori ha una storia incredibile. “Library of the Printed Web” è iniziato come progetto personale e ora è progetto di ricerca collettivo. Sto cercando di capire cosa fare nel futuro: devo iniziare a pubblicare direttamente tutti questi libri? Devo farci un’esposizione?

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Si perdono molte cose ma si guadagna un’affascinante senso di straniamento, a mettere su carta quello che non è fatto per stare su carta. Sono supporti e formati diversi e il risultato è simile a quello che si ottiene convertendo o comprimendo un film audio o video. Sempre per mantenerci borderline rispetto i diversi medium, ricordiamo l’esperimento di Tom Scott, noto esperto di tecnologia statunitense, che ha convertito un testo nel formato per immagini .jpeg. Il testo in questione era Romeo e Giulietta di William Shakespeare, che è stato prima salvato in formato RAW e poi trasformato in immagine con Photoshop. Il risultato è notevole e mette a nudo le “perdite” tipiche di questo tipo di conversioni.

O Romeo, Romeo! wherefore art thou Romeo?
Deny thy father and refuse thy name;
Or, if thou wilt not, be but sworn my love,
And I’ll no longer be a Capulet.

Questo per esempio è un estratto dalla scena del balcone in cui Giulietta sospira «Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?» Molto toccante. Ecco come diventa in formato Jpeg:

O Romep+ Rpldo wiepffnre arr!riov Romep@
Dgoy thz gatggr `me tefusf sgx n`me!

Il lato affascinante di esperimenti come quello di Scott o del gruppo della “Library of the Printed Web” sta nell’inspiegabilità, l’innaturalità che le creazioni umane – specie se eteree e fragili come una poesia – assumono una volta filtrate da una macchina. È l’uncanny valley, il momento in cui un qualcosa che è sempre sembrato umano all’improvviso si rivela essere una macchina, e ci sconvolge; è quel sentimento di disgusto e disorientamento che si può avere di fronte a robot particolarmente simili agli esseri umani, per esempio – quella sensazione di aver scambiato un ammasso di materia senza vita per un proprio simile, per una vita. Come mi ha spiegato Paul Soulellis, «guardiamo queste cose e ci appaiono umane, sempre più umane e ci piacciono molto; ma all’improvviso crolla tutto e ci sentiamo male. Ed è una cosa che penso succeda anche nelle lingue».

 

Immagini: alcune opere di Stephanie Syjuco, parte dell’installazione Phantoms (H__RT _F D_RKN_SS)Other People’s Photographs di Joachim Schmid; David Horvitz, A Wikipedia Reader; dettaglio di un libro di Syjuco; Travis Hallenbeck, Flickr Favs; Chris Alexander, McNugget; Benjamin Shaykin, Special Collection; Clement Valla, Postcards from Google Earth; Jason Huff e Mimi Cabell, American Psycho; particolare del precedente.

 

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