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Come sopravvivere a un’estate a Napoli

Non esiste più la stagione estiva. Ora anche la borghesia di sinistra sceglie la città, tra kayak affittati a Posillipo e pizzerie infestate di blatte.

 
Continua la serie sulle città d’estate che sarà pubblicata lungo tutto il mese d’agosto sul nostro sito e che, oltre a Milano e Roma, tocca Napoli e Torino. Qui la prima puntata, Roma. Qui la seconda, Milano.

Anche quest’estate non sono partito per le vacanze. In questo preciso momento sembra essere la scelta giusta: fuori, nonostante sia un primo pomeriggio di fine luglio, grandina e c’è una luce luciferina che ricorda certi segmenti autunnali e dà l’illusione che tutto sia sotto controllo, medio, quotidiano, lontanissimo da quel sovvertimento che l’estate rappresenta. La mia ex ragazza, con la quale negli ultimi tempi si stava ricreando una narrazione minima, è andata nella campagna senese per un seminario di interactive poetry organizzato da una nota autrice americana, e ritiene più proficuo («per un discorso di mera poiesis») non rispondere alle mie chiamate. Io me ne sto in ammollo sul divano (quello di casa o quello di C), staccandomi nervosamente i peli che mi infestano il torace, davanti alle repliche delle partite di calcio estive, massacrandomi sulle foto dei miei contatti Facebook che lasciano presupporre interminabili cocktail party sulle spiagge pugliesi, pulsioni dionisiache realizzate subitaneamente con minorenni bisessuali che squirtano, bondage, eiaculazioni corpose, il retrogusto salino di pelli lisce. Per di più Napoli, dove sono tornato a vivere da un paio di mesi, è, rispetto alla siccità demografica degli anni passati, affollatissima e priva dell’attrattiva elettrizzante di sentirsi soli e sperduti in un luogo conosciuto: perché un tempo eravamo in pochi a rimanere qui d’estate, a passeggiare di notte in centro ad agosto, a dividerci i gruppi di francesi che si rarefacevano nella città fantasma, ad arrischiarci nelle depresse spiagge urbane, a formare comitive raffazzonate di sopravvissuti.

pisciazz

Nel giro di due anni la situazione si è capovolta, e la scia delle serate primaverili trascolora ormai senza stacco apparente in quella delle notti estive, privandosi della sacralità dell’invertire l’abitudine, dell’incontro fortuito, della turista spaesata, dell’affiliato minorenne di un clan che, fuori controllo, in un incrocio deserto, potrebbe, perché no, anche uccidere. La borghesia napoletana di sinistra, se ne esiste una, ha scelto la città, abbandonandosi solo alla passione di qualche week-end lungo in Cilento o a Procida, affrettandosi, nei pomeriggi infrasettimanali, verso i kayak in affitto a Giuseppone a Mare per circumnavigare la baia di Trentaremi, determinata ad approfittare del traffico ridotto e della forbice della villeggiatura per riappropriarsi di piazza Bellini e San Domenico, troppo affollate il resto dell’anno. Anche la classe intellettuale sembra avere ormai accettato la lenta trasformazione che, in cinquant’anni, ha portato Napoli a divenire, da uno dei più importanti poli industriali del Paese, un polo unicamente turistico: lo certificano i manifesti appesi all’ingresso di tutti i locali fichetto-progressisti del centro che, in sovrimpressione su una riproduzione del Vesuvio, ripetono ormai in una sorta di tautologia: sii turista della tua città.

Per simili motivi ho deciso di passare gran parte delle mie giornate a casa di C, approfittando del trasferimento della famiglia nella casa al mare. Abita in un parco signorile all’inizio del Vomero Alto, in un appartamento asettico e leggermente distopico, ma ampio e in un certo modo accogliente. Due divani posizionati a V riempiono il salotto dove trascorriamo, fumando da un ciloom artigianale diverse sostanze sedative, l’emorragia delle ore. Perché gran parte dei tuoi conoscenti possono anche rimanere in città, ma durante l’estate qualcosa nella percezione del tempo si scardina, e un piccolo basso accompagna il continuo cedere di un gommoso ammasso di giorni: come nel corso di ogni festività, la sensazione di una lenta perdita, di qualcosa di significativo che passa senza che l’intelligenza possa registrarlo, come se il tempo fosse incapace di fluire verso l’elaborazione dell’esperienza.

Molto spesso, quando mi sveglio la mattina e apro la finestra, con la stessa cautela con cui aprirei lo sportello di un forno (i genitori di C sono agiati e hanno piazzato un condizionatore per stanza, così che quando si entra in contatto con l’aria esterna sembra sempre di trovarsi in prossimità di un incendio), vedo due o tre blatte sfrecciare nei pochi metri che mi dividono dal palazzo di fronte, a volte fare strani giri in tondo, quasi danzare. Mi sembra assurdo, dato che ci troviamo all’ultimo piano di uno stabile non imponente ma piuttosto elevato, e penso che tutti, come me, leggerebbero l’evento come un segno, la prefigurazione di qualcosa.

Solo l’altro giorno, mangiando con S in una pizzeria del Vomero che per la stagione estiva ha messo una piccola fila di tavolini di plastica verdi sul marciapiede antistante la porta d’ingresso, ho saputo che le blatte si accoppiano in volo. Me l’ha detto un signore sui sessanta, che poi ho scoperto essere ordinario di psicologia clinica alla Seconda Università, un tipo grassottello con una bella barba brizzolata, vestito con dei pantaloni beige e una camicia blu di lino, che sedeva al tavolo alla nostra destra. Ha fissato me ed S a lungo prima di intervenire nella nostra discussione, consigliandoci di prendere per antipasto lo sformato di melanzane. Ha continuato a parlare per alcuni minuti, interpolando a un italiano perfetto espressioni volutamente volgari, come fanno spesso le persone colte ma soprattutto a Napoli, raccontandoci delle sue figlie, del suo lavoro, dei suoi studenti, dicendo che io e S eravamo una bellissima coppia, che non sembravamo due ragazzi napoletani e per questo ci aveva rivolto la parola. Poi ha iniziato a parlare delle blatte e delle loro abitudini, perché il giorno seguente, nel suo palazzo, era previsto un intervento di deblatizzazione. Io ho fatto notare che gran parte delle conversazioni estive non possono fare a meno di includere una riflessione sulle blatte, che in estate tutti si sentono obbligati a raccontare la propria esperienza con le blatte, che le blatte uniscono verbalmente persone lontanissime. Proprio mentre finivo la frase ho visto S alzarsi di scatto dalla sedia e arretrare verso la strada lanciando dei piccoli urlettini: alle mie spalle, sul muro della pizzeria, un blattoideo di dimensioni ciclopiche zampettava verso l’alto. È stata questione di un attimo: uno dei camerieri, nonostante avesse dei piatti in mano, ha scagliato un calcio al muro spappolando l’insetto. Credevo che S si sarebbe scossa per un gesto così violento, invece ha sorriso e addirittura saltellato per la gioia, ringraziando vivamente il cameriere. Io sono rimasto seduto, sbalordito dalla rapidità dell’azione, senza sapere cosa dire. Poi, calmatesi le acque, mi sono rivolto a bassa voce ad S accarezzandola sul volto liscio, pensando che quella piccola intimità potesse far cessare senza imbarazzi la conversazione con l’estraneo.

casa

Libri: molte poesie, ma a singhiozzo. Due opere gemelle: Alcyone e gli Ossi (come tutte le estati che mi sento depresso), poi i Four Quartet e tutto Wallace Stevens. Approcci a esperienze immersive: prima Mann, poi Musil, poi Moby Dick, ma non funziona. In cerca di distrazione nella cantina di C, mentre lo guardo lavorare, un piccolo libro del nonno sui merli (Merli: allevamento, riproduzione, ibridazione) con due piccole note a penna sulla quarta di copertina: abbeveratoio per merlo, [illeggibile] per la muta. È l’unica lettura su cui resisto per un certo tempo. Mentre a notte fonda usciamo per andare a prendere un Campari bitter al bar Dragon a piazza Medaglie d’Oro (l’unico aperto all’Arenella), dopo quasi due giorni passati al chiuso, troviamo il corpo di un uccello di piccolo taglio vicino alla ruota del motorino. Non capiamo come sia morto. I nostri passi orientano il moto delle mosche. Penso subito che si tratti di un merlo. «No», dice C, che ha abitato in campagna e mi conosce, «è un tordo bottaccio».

L’espressione “passare il tempo”, in un contesto di isolamento, non ha alcun valore. Il tempo, in assenza di una persona e di una strategia di impiego, e soprattutto in estate, diviene una semplice declinazione del niente. Ciò porta a interrogazioni e pensieri sempre più superficiali, sempre più evasivi. Ad esempio: da dove il nostro corpo prende il materiale necessario per ricostruire, di continuo, i bulbi piliferi? E da dove parte la lenta emersione dei peli? Dall’invisibile interregno tra pelle e carne viva, dalla morbida terra concimata scoperta da precisi scavi onici? O da più in fondo, da un luogo che non è tangibile e che non saprei come chiamare, una strana energia che si muove sotterranea nel corpo facendo e disfacendo cose, né totalmente spirituale né materiale. E se fosse questo il vero me? Un me entropico, impersonale, puramente biologico, così sconosciuto o alieno da non sapere neppure come definirlo: un me che fa per me compiti ingrati come restaurare strati di pelle, far ricrescere le unghie, gestire correttamente flussi, fibre, tessuti, far riemergere ogni volta peli e capelli, mentre io posso restarmene steso sul divano, o sulle travi del soppalco, o immobile nella cantina di C, in una lenta emulsione, fissando il pensiero sulla vanità e il talento di S, su Napoli, sui volatili, sui progetti che in inverno farò per la prossima estate e che inevitabilmente tradirò.

Fotografie dell’autore.
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