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Formule magiche per l’addio

Come si trova un modo bello per fare qualcosa di brutto? Gwyneth Paltrow ci insegna che c'è una sola cosa da fare: ritirarsi per primi.

Lasciarsi non è la fine del mondo, “lasciarsi bene” però non riesce a nessuno: si sbaglia sempre qualcosa. «Così viviamo per dire sempre addio» eppure non siamo capaci, con l’addio falliscono tutti. Tutti, tranne una. Gwyneth Paltrow, ex attrice, 43 anni, una certa somiglianza con Grace Kelly nei primi film. Carriera e vita sentimentale in numeri: due film fortunati da giovanissima (Seven, Sliding Doors) e un film perfetto, Shakespeare in Love. Premio Oscar a 26 anni. Due buone parti prima dei trent’anni: The Talented Mr. Ripley e The Royal Tenenbaums. Carriera nel cinema pressoché esaurita a: 29 anni. Relazioni sentimentali importanti: tre. Brad Pitt, Ben Affleck, Chris Martin. Finite male: tutte. Attuale occupazione: Ceo presso se stessa, a Goop, un blog. Ultimo successo internazionale: la separazione dal marito.

È suo e di Chris Martin il matrimonio meglio sfasciato negli ultimi cinquant’anni, tra l’altro è un inedito: sono diventati famosi non per le corna del giorno prima, ma per la dichiarazione stampa del giorno dopo. «Conscious uncoupling», dissero. E finì lì. Come ogni spiegazione data al capolinea, non spiegava niente. Il lavoro lo faceva tutto una foto messa accanto, loro due un po’ più giovani, felici su un prato di giugno. Quasi a dire: ricordateci così.

Era il 2014 e il mondo aveva finalmente la formula magica dell’addio, fino ad allora eravamo andati per tentativi. C’era l’addio graduale, il più crudele, riconoscibile perché di solito anticipato dall’avvertimento: «Non possiamo continuare in questo modo». L’inventore è Goethe (1774), sono le parole con cui Carlotta consiglia a Werther di cominciare a farsi due conti per il futuro. Ancora oggi è la frase ambasciatrice di disastro, se la dici è come lasciarli due volte. Il giovane Werther infatti non ha altra alternativa che anticipare il suicidio, anche se la relazione era immaginaria.

Non c’è verso, un addio è un addio, bisogna solo guardarsi negli occhi e dirselo: come lo trovi un modo bello per fare qualcosa di brutto?

Poi c’era l’addio con promessa di vendetta, quello classico, tipico dei divorziati, la prima è stata Medea. Spesso prevede ritorsioni a mezzo innocenti: «O figli maledetti di madre odiosa, vada in rovina tutta la casa». Un po’ meglio solo l’addio tra Rodolfo e Mimì, nella Bohème. La storia: Rodolfo e Mimì si amavano ma doveva finire – lo sapevano entrambi – e siccome faceva troppo male dirselo, promisero di non lasciarsi, almeno non subito, principalmente perché era inverno: tristissimo. Decisero di aspettare qualche mese: quando non puoi evitare il disastro, almeno rimandalo a primavera. La primavera arrivò, e si lasciarono. Meno triste. Lo racconta Baricco (Barnum, 1998), provando a ricavarne la tecnica giusta per un addio sopportabile. Poi però conclude che non c’è verso, un addio è un addio, bisogna solo guardarsi negli occhi e dirselo: come lo trovi un modo bello per fare qualcosa di brutto?

L’ha trovato Gwyneth Paltrow, insieme al modo di uscirne bene con prove di civiltà, vacanze congiunte per i bambini e una sconfinata tolleranza per certe dichiarazioni dell’ex, come l’ultima: «I’m happy to be alive». In effetti sono mesi che Chris Martin è molto contento, troppo contento: a ottobre era in vacanza con la nuova fidanzata, sempre bionda, sempre attrice. Si baciavano per strada. Poi è seguito un offensivo album allegro da musicista risuscitato, a Head Full of Dreams, in uscita a dicembre. Per mostrare quanto sta bene lontano da Gwyneth fa cantare una canzone anche a Gwyneth.

One Stop Shop

Quando – verso i trent’anni – ha capito che stava invecchiando e nemmeno tanto bene, con quell’intelligenza cinica che serve per fare i conti con se stessi si è domandata: «Sono Meryl Streep?». Si è risposta da sola, ha smesso lentamente con i film e s’è dedicata a Goop, quel suo blog dove scrive e cucina biologico per aspiranti magre. Mentre strologava online sul petto di pollo ci siamo distratti: nessuno sta notando che ha detto addio anche al cinema, (quasi) nessuno s’è accorto del fatto che Chris Martin non è mai stato così felice. Lei, quando gliene parlano, ride. Disse di Jennifer Lawrence quando usciva col marito: «Chi ha detto che non mi sta bene Jennifer Lawrence? Lui non starebbe con una persona meno che fantastica». La replica più educata e più snob mai sentita. Esiste un nome, per questa politica? È una scelta possibile, quella di non mostrarsi mai deboli? O restare imperturbabile è il premio di consolazione che ti dai da solo dopo una sconfitta? Gwyneth Paltrow è strana (è un complimento). Quello che per gli altri è un’impresa, per lei è un’esercitazione: non è brava solo a farsi lasciare con dignità, è bravissima a gestire la sconfitta in genere. Gwyneth è il perdente che sparisce un minuto prima di perdere tutto.

Come ha fatto Paltrow a salvarsi? Perché a Jennifer Aniston è toccato diventare l’entelechia della ragazza disperata e a Gwyneth no? Eppure Jennifer Aniston ne ha fatto scappare uno solo, non tre (compreso Brad Pitt). La spiegazione è tattica, Gwyneth anticipa l’avversario e poi sparisce: non esistono parole per lasciarsi bene, però esistono parole per fare in modo che nessuno capisca chi ha lasciato chi. Il Sun Tzu lo ripete per trecento pagine: c’è una sola cosa da imparare, ed è ritirarsi per primi. La guerra la vince chi se ne va in tempo.

Nell’immagine all’interno (1970 circa): una tappezzeria in Messico che pubblicizza matrimoni e divorzi. (Marcus Helevi/Keystone/Getty Images). Testata: Insegna di un albergo a Reno, Nevada, nel 1940 (Express/Hulton Archive/Getty Images).
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