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Colazione da Eataly

Etnografia dei frequentatori di Eataly, New York. Tra la scelta, i colori, le forme e la varia umanità. Dal nuovo Studio in edicola.

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I più variopinti sono i tre operai che alle undici di mattina staccano dalle impalcature per andare a bere il caffè buono e comprarsi un panino decente. Benny, Leonardo e Eric lavorano per la Plaza Construction, l’impresa che sta costruendo l’ennesimo condo super lusso nella zona di Flatiron, per la precisione sulla 22esima strada, poco distante da un altro colosso del lusso, quel One Madison dove gli appartamenti in affitto viaggiano sui 40 mila dollari al mese che poi è niente per gente come Gisele, Tom Brady e Rupert Murdoch: lui già che c’era ha direttamente comprato. Alto e basso, ricco e povero, operaio e multimilionario. Se c’è un merito di New York è di riunirli tutti sotto lo stesso cielo e se il cielo è il caffè italiano allora ci si ritrova tutti da Eataly. «Il palazzo sarà pronto tra tre anni», spiega Eric. Loro ci lavorano tutti i giorni e il venerdì, per trattarsi bene e festeggiare, vengono qui a prendere il caffè fatto come si deve visto che ormai Starbucks lo boicottano persino i turisti, figurarsi i newyorkesi che non ci mettono piede, anche un po’ per distinguersi dai turisti di cui sopra e perché lamentarsi del caffè a cinque dollari nella città più cara del mondo è un vezzo che spetta solo a chi ci abita. Leonardo si è anche comprato un panino che tiene con orgoglio nella sua busta griffata, ma l’acqua la compra dal chioschetto che sta davanti all’entrata sulla 23esima strada perché «l’acqua è acqua ovunque, no? Che differenza ci sarà mai?». Un ragionamento che non fa una piega. Anche Erol e Emre vengono per il caffè buono: commerciano in marmo e hanno gli uffici qui vicino. Sono turchi, arrivati negli Usa più di 25 anni fa, e quindi di caffè se ne intendono. Sono anche gli unici che fumano. Ognuno ne tragga gli stereotipi che vuole. La parola che si sente con più frequenza gironzolando tra gli scaffali pieni di pasta, il reparto cioccolato fornitissimo, la lunga coda al bar per il cappuccino, la zona pesce, la piazza al centro con i tavoli alti dove si mangia in piedi e che è sempre affollata come una piazza di provincia la domenica mattina, ecco la parola che tutti ripetono mentre si fanno largo per passare tra passeggini, giapponesi, signore per bene dell’Upper East Side che solo qui trovano il formaggio di capra kosher, hipster, blue collar e altro, ecco la benedetta parola è “overwhelming” che indica la sensazione di rimanere schiacciati.

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Perché in effetti è così. Si chiama effetto Ikea: c’è chi resiste e si diverte, c’è chi dopo venti minuti non ne può più e deve scappare, sopraffatto dal troppo cibo, troppa scelta, troppi colori, troppe forme, troppa varia umanità. Troppo di tutto. Code ovunque. Gente che spinge. Quaranta minuti di attesa per un tavolo quando va bene, quando va male meglio rinunciare. Poi c’è l’attrazione turistica dentro l’attrazione turistica: la zona formaggi. Tutti i giorni c’è il rito della mozzarella e una volta al mese quello della burrata, fatta fresca fresca sotto gli occhi degli increduli passanti da due ragazzi che a occhio e croce avranno ventidue anni a testa e che maneggiano questa roba filante bianca con la stessa leggiadria di due prestigiatori alle prese con le carte. «È decisamente il video più popolare su Instagram. Questo e quelli che giro al Nutella bar». Ron Capistrano è il social media manager di Eataly. Ha 30 anni e ha già fatto carriera: prima faceva il magazziniere, adesso passa le giornate dentro il negozio armato di telefonino per girare piccoli video che poi posta sugli account ufficiali del negozio. Ingrid invece è albanese e lavora qui da solo sei mesi, manager del reparto formaggi. Dice che negli ultimi tempi ci sono molti brasiliani, ma anche famiglie, soprattutto nel weekend: «Portano i figli ed è un macello, non ci si muove». Dice anche che la cosa più popolare in assoluto è il gelato, seguito a ruota dalla pizza. Ma anche il reparto pesce si difende bene. Claudia ha 24 anni e conferma: viene dal Wisconsin apposta per assaggiare questo gelato pazzesco di cui le ha parlato tanto la sua compagna di college. Gusto scelto: salt caramel, che di italiano ha poco ma negli Usa stracciatella crema e fragola sono gusti troppo minimal, non li vuole nessuno. Prova definitiva della popolarità del gelato: gente che si fa i selfie con la coppetta in mano.

I più bizzarri sono quelli che vengono a Eataly a fare la spesa nel minuscolo frutta e verdura che c’è all’interno

I più bizzarri sono quelli che vengono a Eataly a fare la spesa nel minuscolo frutta e verdura che c’è all’interno. Katie è una di loro, ha 24 anni e il suo bottino sono tre pomodori e una confezione di golden rasberry. «Costa un po’ di più, è vero, ma quando li mangi poi capisci perché». Poi ammette che non è solo per la qualità. «Una delle ragioni che mi spinge a fare la spesa qui è che la merce è esposta in modo perfetto, è un’esperienza visiva affascinante, unica. E poi è il posto perfetto per fare foto e postarle su Instagram, sono fantastiche», dice la saggia Katie, attrice e food blogger. Poi chiede se in Italia i verdurai sono davvero così o se qui è tutto un po’ «americanizzato», parola sua. La seconda, temo. Lei annuisce: «Immaginavo». Alla cassa c’è Ginevra, 32 anni e una cascata di capelli. Vive nel Bronx, ma parla come una hipster di Williamsburg. Dice che lavora qua da soli due mesi, ma è felicissima perché ha già imparato un sacco di cose: «Ho frequentato un corso sui formaggi e uno sul latte di mucca. Adesso sono molto più consapevole di quello che mangio, so che cosa vuol dire chilometro zero, so che cos’è lo smart food. È un ottimo posto di lavoro, mi sta aiutando a vivere in modo più sano e mi insegna cose che priva ignoravo, soprattutto sull’Italia». Il solito eccessivo entusiasmo americano. Meno male che fuori c’è Lesly. Avrà più di 60 anni, vive sulla 58esima strada e dice che la spesa la fa sempre nei negozi di Madison Avenue. È qui perché ha appuntamento con un’amica, ma se le chiedi cos’è Eataly dice di non averla mai sentita nominare. «Però sono stata spesso in Italia, a Firenze e a Roma. Ah la Cappella Sistina, che meraviglia».

Dal numero 24 di Studio, in edicola
Foto di Alessandro Simonetti
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