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Città verticali

Storia di Zhang Yue, l'uomo che sta costruendo con architettura modulare un grattacielo di quasi un chilometro in 90 giorni.

Cina – Nei pressi di Changsha, una città popolosa quanto New York poco nota fuori dai confini asiatici, si estende un terreno di svariati ettari su cui un uomo minuto ed energico sta coltivando la sua personale utopia a base di ambientalismo, confucianesimo e stravaganze da super benestante. L’uomo si chiama Zhang Yue ed è uno dei più visionari miliardari cinesi, quello che in Occidente chiameremmo un disruptive innovator. La sua utopia si chiama Broadtown ed è insieme la sua residenza privata, il quartiere generale della sua società, Broad Group, e la cittadella in cui dormono e lavorano 1200 dipendenti della stessa (su un totale di 4000), equamente distribuiti tra operai e colletti bianchi. Nello spazio di un chilometro quadrato si affastellano file di laboratori industriali, terreni coltivati e dormitori ma anche la riproduzione di una piramide egizia, un palazzo in stile Re Sole e una punteggiatura di quarantatre statue a grandezza naturale che ritraggono figure storiche ritenute particolarmente ispiranti da Mr Zhang in persona, senza distinzione di epoca, provenienza o campo d’azione. Uno di fronte all’altro si scrutano Aristotele e Chruchill, Confucio e da Vinci, Napoleone e Gandhi, Balzac e Edison, Shakespeare e il poeta cinese Bai Lin.

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Sebbene la Cina di fine anni ’80 non fosse la Silicon Valley dei ’70, anche la fortuna di Mr. Zhang è “nata” da un’innovazione all’insegna del “think different”

Con i suoi 168 centimetri, il cinquantaduenne Zhang Yue è un uomo piuttosto ridotto persino per gli standard locali. Possiede lineamenti gommosi ed espressivi e un patrimonio personale di un miliardo di dollari: tra i duecento più cospicui del suo paese secondo l’ultimo report di Hurun, il Forbes cinese. Un aneddoto su di lui risale a quando era uno studente, alla scuola d’arte di Changsha, affascinato dall’enigmatico sorriso della Gioconda. Un docente gli disse, non si sa fino a che punto seriamente, che l’unico modo per decifrarne il mistero era dipingere il quadro da zero e nel modo più verosimile. Un mese dopo Yue arrivò in classe con una copia di sbalorditiva fedeltà. Aveva riposato solo due ore ogni notte per ottenere quel risultato. C’è probabilmente dell’esagerazione in questo racconto ma, come tutte le storie che entrano a far parte della mistica di un personaggio, offre una buona introduzione al temperamento di “The Chairman”, come lo chiamano i suoi dipendenti.

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Abbandonato da quasi trent’anni il campo artistico per gli affari, nel dicembre 2011 Yue si è lanciato in un’altra sfida a prima vista impossibile. Con la sua impresa edile, la Broad Sustainable Buildings, ha costruito un albergo di trenta piani al ritmo di due piani al giorno. Per eternare l’impresa ha fatto girare un video in time lapse che condensa in pochi minuti lo sviluppo dei lavori durati due settimane. Al momento il filmato sfiora le 6 milioni di visualizzazioni su YouTube. Per Zhang Yue questa cifra rappresenta un’esposizione mediatica globale senza precedenti nella sua esistenza da self-made man, cominciata, come nelle migliori agiografie “Jobsiane”, a partire da uno spazio angusto e da un piccolo capitale. Era il 1988 e sebbene la Cina di fine anni ’80 non fosse la Silicon Valley dei ’70, anche la fortuna di Mr. Zhang è “nata” da un’innovazione all’insegna del “think different”. Suo fratello minore Jian, fresco di laurea in ingegneria, l’anno prima aveva messo a punto un boiler alternativo a quello, molto rudimentale, che allora andava per la maggiore in Cina. Si trattava di un sistema che non richiedeva pressione e per questo notevolmente più efficiente, ecologico e sicuro; in particolare annullava il rischio di esplosioni dello strumento, un’eventualità molto frequente negli edifici cinesi del tempo. Yue ci investì i 3000 dollari che aveva messo da parte lavorando come decoratore d’interni al temine degli studi, e con essi pose le basi per il suo impero. Esistono varie versioni di questa storia e in alcune Mr Zhang non figura solo nel ruolo d’investitore ma anche in quello d’inventore. Agiografia, appunto.

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Al principio degli anni ’90, Zhang Yue è ormai tra i principali imprenditori nel condizionamento climatico di tutto l’Hunan ed è a quel punto che si imbatte nell’idea che lo rende un businessman globale: la refrigerazione non elettrica. Invece di sfruttare la corrente per alimentare i condizionatori, questa tecnologia utilizza gas naturale per bruciare una soluzione di bromuro di litio, un sale che ad alte temperature sprigiona vapore acqueo. Si tratta di un processo che richiede macchinari costosi da produrre e installare ma è doppiamente efficace e, sul lungo termine, permette un considerevole risparmio energetico, oltre a una riduzione delle emissioni di Co2 pari a un quarto.  Malgrado le iniziali difficoltà a imporre il proprio prodotto, più costoso e avanzato tecnologicamente, su un mercato ancora piuttosto povero come quello cinese dei primi anni ’90, Zhang Yue persiste, saldo nella convinzione che qualità e ricerca siano attributi fondamentali da inoculare nel mondo industriale del suo paese. Per Chris Marquis, professore presso la Harvard Business School, le prerogative che distinguono la generazione, a cui appartiene Yue, di CEO cinesi apparsi a cavallo dell’apertura al Mercato e la vecchia scuola formatasi nei quadri del partito sono riassumibili in tre punti: invece di puntare al prezzo più basso aspirano alla qualità più alta, anziché spingere sulla ripetizione di modelli consolidati studiano per crearne da zero, alla immediatezza dei ricavi antepongono la lungimiranza dei progetti e la costruzione di una loro filosofia imprenditoriale. Grazie a queste qualità, Mr. Zhang oggi è leader mondiale del proprio segmento produttivo e ha installato 30.000 sistemi di areazione e filtraggio dell’aria non elettricamente alimentati in cinque continenti, comprese alcune importanti opere pubbliche quali gli aeroporti di Madrid e Bucarest e numerose basi militari americane. La sua vittoria campale sulla vecchia burocrazia cinese, che inizialmente l’aveva incompreso, l’ha spuntata nel 2005 quando, dopo una visita ufficiale a Broadtown, il premier Wen Jiabao ha additato l’azienda come un esempio per tutte le imprese del paese.

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«Il problema della nostra epoca non è la produttività né il benessere. Non è la politica né la democrazia, è l’inquinamento. Risolverlo dovrebbe essere la missione di ogni grande uomo dei nostri tempi»

Negli ultimi venti anni, sempre secondo le agiografie correnti, Yue ha trovato anche le occasioni di disegnare personalmente il logo della compagnia (una B racchiusa dentro a un ricciolo simile a quello del simbolo @), organizzare sul campo il processo produttivo e logistico delle sue aziende e scrivere di proprio pugno il lungo codice etico di Broad che tra le altre cose contiene articoli tipo “Non pagare tangenti, paga le tasse” e prescrive una settimana di allenamento paramilitare a ogni aspirante dipendente. Una lista di dedizioni “extracurriculari”, a metà tra il dittatore illuminato e il tiranno, che l’hanno fatto accomunare a Steve Jobs, nel bene e nel male. Il paragone tuttavia non sembra lusingarlo né preoccuparlo eccessivamente. Ciò che da una decina di anni a questa parte occupa davvero i pensieri di Zhang Yue è l’ambiente: «Il problema della nostra epoca non è la produttività né il benessere. Non è la politica né la democrazia. Il nostro vero problema è l’inquinamento. Risolvere questo problema dovrebbe essere la missione di ogni grande uomo dei nostri tempi», ha dichiarato qualche mese fa a Terryl Jones di Reuters. Non a caso, all’interno del codice etico che ogni suo nuovo assunto deve sottoscrivere, si chiede il massimo impegno a ridurre l’uso di mezzi di trasporto inquinanti e lo spreco di risorse. Per dare il buon esempio, lo stesso Yue ha smesso di utilizzare i suoi jet ed elicotteri personali (per i quali comunque ancora esibisce festante il brevetto da pilota) e ha sostituito le numerose fuoriserie in suo possesso con un’utilitaria ecologica.

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Nel 2000, molti advisor di Broad premevano perché l’azienda includesse i condizionatori elettrici tradizionali nella propria linea di prodotti. Secondo una stima, svolta nel 2004 dalla Richard Ivery Business School di Pechino, una simile mossa avrebbe decuplicato i profitti della società. Yue, che ha sempre mantenuto all’interno della sua famiglia la larga maggioranza delle quote societarie, si oppose per – disse: «rimanere fedele ai principi ambientalisti dell’azienda». “The Chairman” cita spesso questo episodio, in modo da chiarire all’interlocutore che le sue pressioni sul governo cinese per ottenere leggi più severe in materia di spesa energetica non hanno nulla a che fare con i suoi interessi d’imprenditore “sostenibile” quanto con le sue sincere preoccupazioni di essere umano. Nel 2010, a Hong Kong, nel corso di una conferenza sullo sviluppo, ha interrotto bruscamente una entusiastica e, a suo giudizio, troppo ottimistica relazione del Viceministro dell’Ambiente con una rudezza che in Cina può essere fatale anche a un multimilionario: «Esistono leggi per qualunque cosa in questo paese ma non penso ce ne siano abbastanza per regolare il consumo di energia. Esigiamo più leggi». Talvolta le sue previsioni assumono toni millenaristi: «Se non agiamo, tra 100 anni il genere umano sarà decimato dalle malattie causate dall’inquinamento e tra 200 scomparirà». Attualmente il livello delle polveri sottili in metropoli come Beijing e Shangai è oltre il quadruplo di quello rilevato in molte città europea di grandi dimensioni.

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Una ricerca McKinsey Global prevede che entro il 2050 il numero dei cinesi crescerà di ulteriori 250 milioni di unità, una cifra pari all’attuale popolazione del Brasile. Per quello stesso anno nel paese esisteranno oltre 200 città sopra il milione di abitanti (oggi in Europa se ne contano 35). Inoltre, secondo molti antropologi e urbanisti tra cui Mike Davis, la migrazione degli agricoltori cinesi verso i grandi centri urbani della costa orientale che si svolgerà nei prossimi trent’anni, sarà la più imponente della Storia. Per dare asilo e lavoro a questa sterminata umanità si calcola che sarà inevitabile erigere, tra l’altro, 50.000 nuovi grattacieli: un quantitativo di materiale e di energia sufficiente a costruire New York da zero… dieci volte. Con i sistemi attuali, una simile fatica edilizia, oltre a incrementare ulteriormente il livello dell’inquinamento, già ora insostenibile, assorbirebbe una quantità di energia tale da paralizzare letteralmente molte delle altre attività produttive del paese. Messo a fuoco questo scenario, dalla metà degli anni 2000 Zhang Yue ha investito parte delle sue sostanze in ricerca e progettazione per nuove tecnologie di costruzione. Il mondo ha avuto un primo assaggio del frutto di questi investimenti all’Expo 2010 di Shangai quando l’intero padiglione espositivo, su due piani, di Broad è stato allestito dal giorno alla notte, assemblando in poche ore pezzi prefabbricati altrove e poi montati sul posto secondo un principio molto simile al Lego. Si tratta della stessa tecnologia BSB (Broad Sustainable Buildings) con cui, quest’anno, Zhang Yue ha sbalordito l’audience mondiale inaugurando un albergo di trenta piani dopo meno di quindici giorni lavorativi, con un risparmio energetico pari al 70% e una percentuale di materiale di fabbricazione scartato intorno all’1%.

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«Si dice che sia sensazionalismo ma non è così».  Invariabilmente è questa la risposta che Mr Zhang dà a chiunque gli chieda se, in tutta onestà, ritiene seriamente realizzabile il suo prossimo traguardo: Sky City, ovvero quello che diventerebbe il grattacielo più alto di Changsha e del mondo (838 metri, 10 in più del Burj Khalifa di Dubai) e che Yue garantisce di poter costruire in meno di tre mesi, tra novembre 2012 e gennaio 2013. Al momento mancano i permessi del governo cinese ma da Broad sono fiduciosi di ottenerli anche perché, secondo l’istituto geologico di Pechino, il sistema BSB rispetta standard anti-sismici sopra la media; un indicatore a cui, dopo il terremoto del 2008 nel Sichuan, la politica presta molta attenzione. I documenti del progetto sottolineano che Sky City non è un vezzo, l’ennesimo landmark per super-ricchi, ma una vera e propria città verticale per 30.000 persone e con prezzi accessibili anche alla classe media, fornita di ospedali, scuole, svaghi e servizi. Per come è stata pensata ci si potrebbe trascorrere l’intera esistenza; senza avere più contatti con quell’aria viziata che, secondo “The Chairman”, «è responsabile dell’80% delle malattie umane. Con il nostro sistema di filtraggio dell’aria, i residenti di Sky City vivranno in un ambiente incredibilmente più sano. Inoltre sviluppandoci in verticale risolveremo il problema della sovrappopolazione, dei trasporti e del sovra-sfruttamento del territorio». È evidente che nei piani di Yue, Sky City non è che il primo passo, l’inizio di una rivoluzione nel modo di pianificare l’espansione urbana, e che Mr Zhang guarda i grattacieli da un angolo diverso rispetto al passato. Non si tratta più di erigere simboli ma di progettare habitat autosufficienti. Qualche mese fa ha annunciato l’intenzione di costruire un grattacielo di due chilometri. Tempo di consegna stimato: sei mesi. Per qualcuno un edificio del genere è pura follia, per Zhang Yue è solo una misura indispensabile per la sopravvivenza del suo popolo e del pianeta, allo stesso modo in cui, per i suoi antenati, la costruzione della Grande Muraglia doveva rappresentare una precauzione indispensabile per difendersi dalle incursioni dei Mongoli. Sfortunatamente non funzionò.

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Personalmente, pur avendo chiare le ragioni che spingono Yue, e altri innovatori come lui, a tentare questo tipo di soluzioni ai problemi della Cina contemporanea, trovo sottilmente inquietante l’idea di una città verticale. Mi sembra un’utopia a rischio di rovesciarsi in breve tempo nel suo contrario. Forse dipende dal fatto che dall’Europa non cogliamo appieno né possiamo comprendere fino in fondo le complessità budellose delle metropoli cinesi, o forse siamo solo troppo intrisi di sci-fi e pessimismo ma mentre approfondivo i dettagli di questa storia mi tornavano di continuo alla mente tre autori: Paul Virilio, J.G. Ballard e Philip K. Dick. Il primo una volta ha scritto che «più grande è il progresso e maggiore è il disastro che contiene nel suo Dna», il secondo è l’autore de Il condominio, una novella ambientata in un palazzo autosufficiente molto simile a quelli immaginati da Mr. Zhang, dove gli inquilini finiscono lentamente con l’impazzire, il terzo è l’autore del romanzo da cui è stato tratto Blade Runner. Non sono l’unico ad avere questo genere di preoccupazioni, peraltro. Interpellato in merito alle idee di Yue da un altro giornalista, Steven Moore, uno dei massimi esperti di architettura sostenibile con una cattedra all’Università del Texas, ha risposto: «Quello che manca in questa idea è un dibattito che la affronti dal punto di vista sociale. Manca un interrogativo su come vogliamo davvero vivere in futuro. Solo perché è tecnologicamente possibile costruire un edificio di due chilometri d’altezza non è detto che sia consigliabile farlo».

 

Dal numero 10 di Studio

Fotografie di Ward Roberts

 

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