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Che posto feroce è il mondo di Donald Trump

Miliardario atipico, icona americana, candidato alla Presidenza. Profilo di un giovane leone di settant'anni.

Fra i molti profili di Donald John Trump reperibili con una veloce ricerca su Google, ce n’è uno che contiene una chiosa che mi sembra inquadrare il personaggio alla perfezione: rispetto agli altri tycoon della sua epoca, Trump ha capito che non deve essere miliardario per essere famoso, ma al contrario che il prerequisito necessario all’incremento del proprio patrimonio è la fama. È una teoria che spiega molto di «The Donald», uomo d’affari di successo, celebrità ultradecennale e da qualche settimana anche candidato Presidente degli Stati Uniti.

Nel suo recente announcement alla Trump Tower di New York si è disgraziatamente scagliato contro gli immigrati messicani, definiti nientemeno che «stupratori» con leggerezza e consueto ghigno da maschio alfa in favore di telecamera. Eppure non è stato uno scivolone, una caduta di stile, un’infausta concessione alla verbosità. È un modus operandi, una strategia spregiudicata, ma consapevole. Tra le altre cose, durante l’annuncio il sessantanovenne ha anche rimarcato: «Non mi interessa fare lobbying, cercare fondi, non mi interessano le donazioni. Userò i miei soldi. Sono molto ricco, sapete?», e poi un disegno con la mano per aria, come a dire “lasciatemi in pace”. La folla è andata in visibilio e sarebbe stato strano il contrario, volendo credere al retroscena di The Hollywood Reporter per cui si trattava di comparse di un’agenzia newyorkese a cui erano stati corrisposti cinquanta dollari a testa. Donald J. Trump è questo: un uomo dello spettacolo prestato al jet set della finanza, piuttosto che il contrario. La sua storia inizia in Germania prima della sua nascita, prosegue in una New York crepuscolare, per poi sfociare nel mito.

*

Donald John Trump è nato nel quartiere di Queens, New York, il 14 giugno del 1946, nel Flag Day in cui gli americani festeggiano la prima comparsa della bandiera a stelle e strisce, e se qualcuno non volesse considerarla una coincidenza probabilmente avrebbe le sue ragioni. Il padre, Fred Trump, era un imprenditore edile di successo con proprietà a Brooklyn e Queens, figlio di immigrati tedeschi (il nome originario della famiglia era Drumpf) arrivati a New York negli ultimi anni dell’Ottocento. Quando Donald e suo fratello Robert erano bambini, un giorno si trovarono insieme a giocare coi blocchi colorati da costruzione in salotto. Donald aveva un progetto ambizioso, e i suoi pezzi non gli bastavano. Ne chiese un po’ in prestito al fratello minore, che glieli concesse a patto che gli fossero restituiti in seguito. Donald prima si impossessò di alcuni dei blocchi del fratello, poi di tutti quanti, senza ridarglieli. Riuscì a ultimare il suo piano, però. E non era questo l’importante?

Una delle prime fotografie con cui Trump appare sulla stampa americana. New York, 1976 (Chester Higgins Jr./New York Times)
Una delle prime fotografie con cui Trump appare sulla stampa americana. New York, 1976 (Chester Higgins Jr./New York Times)

D’altra parte il padre Fred gli insegnava a tenere alto il livello di guardia, perché «il mondo è un posto feroce». Come gli altri fratelli, crebbe aiutandolo ad amministrare l’impresa di famiglia, in un ambiente agiato ma culturalmente votato alla disciplina: appena tredicenne Donald fu iscritto alla New York Military Academy, dove ci mise poco a realizzare che il mondo era effettivamente «feroce» come gli avevano assicurato, e che se voleva batterlo aveva bisogno di prenderlo di petto. Divenne molto popolare fra gli studenti – un socialite che eccelleva nella competizione sportiva – e quando si diplomò, nel 1964, era pronto per i palcoscenici maggiori. Non quelli dell’impresa di papà, però, con il loro raggio ridotto alle case popolari di Brooklyn, incassando affitti e recuperando crediti. Il secondogenito voleva di più. S’iscrisse alla Wharton School della University of Pennsylvania, uno dei nomi prestigiosi degli studi finanziari americani. Ne uscì con una laurea in economia nel 1968, e mentre buona parte del resto del mondo contestava l’autorità e il potere economico, Donald J. Trump iniziò tenacemente la propria scalata in senso contrario.

Per parlare di Trump bisogna parlare di New York City, ovviamente, la sua Gotham, l’orizzonte entro cui si è sempre mosso. Arrivò a Manhattan attraversando l’East River nel 1971, in un momento che oggi diremmo difficile, in una città impensabilmente (per i canoni odierni) piagata da furti e vandalismo e nella quale molte zone sembravano destinate a un inesorabile abbandono. Si stabilì in un appartamento modesto e lontano dagli standard con cui era cresciuto, e cominciò a fare lunghe passeggiate per la città. Non aspettatevi un flaneur à la Teju Cole, però: il giovane Trump prendeva nota di proprietà in vendita, condizioni degli immobili, aste, opportunità. E, a ventott’anni, dopo molte iniziative cadute nel nulla arrivò la grande occasione: convinse la città ad affidargli il progetto di un centro congressi che doveva sorgere tra la Trentaquattresima e la Quarantesima, a Hell’s Kitchen, sui terreni della Penn Central, la compagnia ferroviaria andata in bancarotta con la crisi cittadina del ’75, di cui Trump nel frattempo si era prontamente assicurato una quota.

Per parlare di Trump bisogna parlare di New York City, ovviamente, la sua Gotham, l’orizzonte entro cui si è sempre mosso

La costruzione del Javits Center iniziò nel 1980, nello stesso anno in cui il giovane costruttore sfruttò una diminuzione della pressione fiscale per rendere il Commodore Hotel, uno dei palazzi del complesso della vecchia Grand Central Station di Midtown – comprato sull’orlo del fallimento appena tre anni prima – il lussuoso Grand Hyatt Hotel, che con la sua facciata in vetro è ancora lì a vegliare sulla stazione passeggeri più grande di New York. «The Donald», come si venne a sapere in seguito, si lamentò con la Hyatt Corp. perché la scritta «Hyatt» copriva troppa superficie di ciò che chiamava con surplus di affetto «il mio palazzo». Per fortuna si poté presto rifare con una eclatante manifestazione di forza, la prova finale che Donald J. Trump era in città per restarci: i sessantotto piani della Trump Tower che ancora oggi si affacciano sul traffico della Quinta Strada con la stessa tracotanza del loro ideatore. L’architetto incaricato del progetto, Der Scutt, disse scherzosamente che stavolta il nome «Trump» era abbastanza grande per essere riconosciuto da chi sorvolava Manhattan in aeroplano. Se c’è una condizione onnipresente in congiunzione con un ego smisurato come quello di Trump, però, è l’insaziabilità. Ed è questo, probabilmente, che portò il magnate a dirigere il suo sguardo a sud, verso Atlantic City.

Il Trump Building di Chicago (Scott Olson/Getty Images)
Il Trump Building di Chicago (Scott Olson/Getty Images)

Quando gli chiedono a quali ricerche di mercato si fosse affidato per investire nel settore dei casinò lui fa spallucce con la sua solita aria strafottente, si indica il naso, come per dire che era stato soltanto il fiuto a guidarlo.
La Trump Organization acquisì il Taj Mahal Casino nel 1988, e lo inaugurò il 2 aprile 1990 con un concerto di Michael Jackson. Donald Trump era lanciato, ma come tutti gli uomini della sua stoffa sarebbe diventato vittima delle sue manie di grandezza: arrivato agli albori degli anni Novanta aveva scolpito il suo nome letteralmente ovunque – su grattacieli, casinò, campi da golf, centri congressi, appartamenti di lusso, persino sulla livrea degli aerei della Trump Shuttle, la sua compagnia di voli interni – ma, in preda a un cieco furore di primeggiare, aveva proceduto per intuizione e senza un reale piano di sviluppo. Nel 1990 i suoi debiti ammontavano a due miliardi di dollari e il suo patrimonio personale, complice l’esplosione della bolla immobiliare, secondo Forbes era passato dai 17 miliardi di dollari di appena un anno prima a 500 milioni. L’uomo più potente di New York, che pure nel suo trionfale The Art of the Deal, memoir pubblicato nel 1987, aveva detto di sé «punto molto in alto, e poi continuo semplicemente a spingere per ottenere ciò che voglio», si trovava improvvisamente solo, mentre i suoi creditori prendevano possesso di metà del Grand Hyatt, di quasi tutto il Plaza Hotel, di metà dei suoi casinò, di molti condomini di lusso della Trump Tower.

Come in ogni storia americana che si rispetti, però, Donald J. Trump ha avuto la sua rivincita, perché la sconfitta è un esito riservato soltanto a chi lo concepisce. I banchieri newyorkesi decisero di chiudere un occhio, oppure realizzarono che ciò che avevano investito nel brand Trump era più importante di qualsiasi debito, e gli investitori col tempo tornarono a bussare alla sua porta. Il Trump Hotel, la Trump World Tower, il Trump Building nel giro di un decennio si sarebbero trovati a sfidare il cielo di Manhattan per conto di «The Donald». Per usare una frase che quest’ultimo avrebbe, anni dopo, consegnato a Esquire, «I nod and it’s done».

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Naturalmente Donald Trump non è soltanto un uomo d’affari, come dimostra la sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Trump è un’icona, un personaggio pubblico, uno showman come pochi altri ne sono nati in America e altrove. E l’aspetto più caratteristico della sua fama è la longevità che lo contraddistingue, il saper rimanere sulla cresta dell’onda senza l’onere di reinventarsi. Un commento apparso su Forbes alla fine degli anni Novanta, a più di tre lustri di distanza dall’annuncio della corsa alla Casa Bianca, recitava: «È sopravvissuto di molto al decennio che l’ha prodotto, ma – diversamente da altri personaggi degli anni Ottanta che sono rimasti sotto i riflettori ricalibrandosi […] Trump ci è riuscito senza alcuna distinguibile maturazione personale. Come un corpo sottoposto a un trattamento criogenico, è un esemplare perfettamente conservato di quell’epoca». E, in effetti, la chioma bionda è ancora la stessa dei primi tempi, così come le camicie bianche e l’attitudine pragmatica e machista, da magnate della finanza non abituato al compromesso.

Jon Stewart, sfottendolo, un paio d’anni fa l’ha famosamente ribattezzato «Fuckface von Clownstick» e si è attirato una serie di sue risposte inviperite su Twitter. Il ricchissimo Donald dalla vita ha sempre avuto tutto, dalla prima all’ultima cosa. La bella moglie Ivana Zelníčkova, originaria di ciò che allora si chiamava Cecoslovacchia, sposata nel 1977 e madre dei primi tre figli di Trump, oltre che autrice del soprannome «The Donald»; l’altrettanto avvenente Marla Maples, con cui è convolato a nozze nel 1993 e da cui ha avuto una figlia; il suo reality show personale, The Apprentice, lanciato nel 2004 e girato in larga parte in uno studio allestito nella Trump Tower; una grande corsa ciclistica che portò il suo nome per due anni, dal 1989 al 1990, il Tour de Trump; una serie di giochi da tavolo in stile Monopoli, ma con un volto assai riconoscibile stampato su ogni singola banconota.

(Spencer Platt / Getty Images)
(Spencer Platt / Getty Images)

Come sarebbe Donald Trump da Presidente? Sarebbe il commander-in-chief che lo scorso maggio a Fox News ha detto che c’è un «modo per sconfiggere l’ISIS velocemente e in maniera efficace, un metodo a prova di tonto», ma non l’ha rivelato, forse per non tradire l’effetto sorpresa. Da ex portabandiera della martellante propaganda birther, quella che nel 2011 costrinse la Casa Bianca a mostrare il certificato di nascita di Barack Obama, Donald Trump stavolta pare essersi orientato su posizioni oltranziste sul tema dell’immigrazione, a giudicare dagli infausti commenti sui messicani. Hillary Clinton si è già sonoramente dissociata, dicendosi «delusa» e urlando: «Basta!» dal palco di un meeting del National Council of La Raza, il più grande gruppo di pressione ispanico negli Usa. Molte compagnie hanno reagito scegliendo di tagliare i loro legami affaristici con lui, tra le altre Univision, il network dove vanno in onda Miss Usa e Miss Universo, Nbc e Pvh, il brand che aveva finora prodotto la sua linea d’abbigliamento maschile. In un rilevamento nazionale condotto da Cnn a inizio luglio però era il secondo Repubblicano per preferenze, con un 12 per cento dei voti che lo metteva dietro soltanto a Jeb Bush, e in un sondaggio condotto dalla Suffolk University per Usa Today a metà mese si trovava addirittura in prima posizione tra i volti delle primarie del Grand Old Party.

Difficile prevedere le prossime mosse di Trump, giovane leone di quasi settant’anni. D’altronde si parla di un uomo che, quando il padre Fred venne a mancare nel giugno del 1999, prese la parola durante le esequie sull’altare della Marble Collegiate Church di Manhattan per lodare non le virtù del defunto ma le proprie. O di chi nell’estate di due anni fa a un’asta di East Hampton ha comprato un ritratto di se stesso realizzato dal pittore William Quigley, alla modica cifra di centomila dollari. In una recensione di The Trumps, una biografia familiare firmata da Gwenda Blair agli inizi del Duemila, apparsa sul New York Times, si poteva leggere: «il Donald Trump ritratto in queste pagine è il Donald Trump che già conosciamo. E non potrebbe essere altrimenti, perché pare che non ci sia nulla di più».

Nell’immagine in evidenza: un comizio di Trump a Oskaloosa, Iowa. 25 luglio 2015 (Scott Olson/Getty Images)
L’articolo è tratto da “Ritratti”, lo speciale numero digitale di Studio. Si compra qui in pdf, si scarica dalla nostra applicazione, qui.
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