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Babelsberg

Siamo andati nei più vecchi studios del mondo, a Potsdam, la Versailles di Germania, una Hollywood tra Asse e Martello che sta vivendo una piccola rinascita.

Berlino – La temperatura di colpo autunnale ha liquidato in poche ore la neve caduta nella settimana precedente e una bruma spessa ricopre le creste degli edifici più alti, sono le nove di un giorno di metà dicembre a Berlino e tra meno di un’ora sarò recapitato in un altro mondo. La S-7, la metropolitana di superficie che collega il centro della città alle sue estreme propaggini sud-occidentali, mi ha raccolto alla fermata di Jannowitz Brucke e, superati gli ultimi ritagli di cemento, schizza ora attraverso una veduta di betulle nuovamente innevate, canali ghiacciati e foreste popolate da volpi e aironi in direzione di Potsdam, la capitale del Land del Brandeburgo che circonda la stessa città-stato di Berlino. Qui, dal 17 luglio al 2 agosto 1945, Winston Churchill, Harry Truman e Joseph Stalin si spartirono quel che rimaneva della Germania alla fine della guerra. Sempre qui, pochi mesi addietro, Joseph Goebbels veniva a sbrigare piaceri extraconiugali con le prestavolto dei suoi film di propaganda. Ancora prima, alla stessa stazione in cui abbandono il mio vagone, un pomeriggio di settembre del 1929 scendeva Marlene Dietrich, la donna in assoluto più desiderata e mai ottenuta dallo stesso Reichspropagandaleiter. All’epoca era una delle tanti giovani e semi-sconosciute attrici che si presentavano ai provini per un film in produzione a Babelsberg, un distretto di Potsdam dove dal 1912 sorgono i più antichi Studios cinematografici del mondo, nonché la ragione della mia escursione fuori porta. Quella volta, il film era L’Angelo Azzurro.

Arrivare a Potsdam, 200 mila abitanti, da Berlino è quel che si dice “un’esperienza”. Le due città sono separate da meno di trenta chilometri ma lo spazio in questo caso si potrebbe misurare in secoli. Berlino è una colorata e caotica metropoli del ventunesimo secolo che, per ben note ragioni storiche, conserva sporadiche tracce del proprio passato mentre a ogni angolo di Potsdam, per quanto i sovietici abbiano cercato di sovrascriverle, si possono osservare le orme calme e sicure degli Hohenzollern, principi elettori e re di Prussia, che qui, al tempo di Federico Il Grande, hanno costruito Sanssouci, la loro residenza più lussuosa a causa della quale Potsdam è anche nota come “la Versailles di Germania”. L’altra eredità lasciata da Federico è la vocazione della città per lo studio e le scienze, testimoniata ancora oggi da tre università pubbliche e più di trenta istituti di ricerca presenti sul territorio. In mezzo a tutto questo rigore e severità prussiana, sembra impossibile immaginare l’esistenza da qualche parte a Potsdam di una via intitolata a Quentin Tarantino. Eppure c’è.

Quentin Tarantino Strasse è la prima cosa che si nota varcando il cancello degli Studios Babelsberg. La seconda è una fetta rettangolare di muro (quel Muro) non più larga di sessanta centimetri su cui qualcuno ha aerografato la Maria robot di Metropolis, il capolavoro di Fritz Lang che venne girato proprio qui, nel 1927. Lang e Tarantino rappresentano i due estremi della travagliata biografia degli Studios. Il primo ne ha vissuto l’epoca d’oro degli anni ‘20, al nome del secondo, che a Babelsberg ha girato parte di Inglourious Basterds (2009), è legata la loro rinascita negli ultimi cinque anni, dopo un lungo periodo buio, cominciato come quasi tutto da queste parti con l’ascesa di Hitler al potere. Con il coordinamento di Goebbels, il Führer trasformò gli studi cinematografici più vivaci e sperimentali d’Europa in un grigio e rozzo strumento della sua macchina di propaganda. Nel giro di pochi mesi, registi come Lang e Murnau e attrici come la Dietrich furono costretti a trovare rifugio negli Stati Uniti, chi per ragione razziali (Lang) chi semplicemente perché non voleva prestarsi a pupazzo del regime (Dietrich). Prima dell’ascesa hitleriana Babelsberg era il parco dei divertimenti dei grandi registi espressionisti tedeschi. Fu qui che che per la prima volta nel 1924 Murnau utilizzò la camera in movimento girando Der Letzee Mann dopo il grande successo di Nosferatu.

Sotto il Reich Babelsberg divenne tristemente noto come set di pellicole antisemite tra cui la famigerata Jud Süß (1940). Al temine della Seconda Guerra Mondiale,  l’intera Potsdam si ritrovò all’interno del territorio della Ddr, e gli Studios divennero il centro vitale della Defa, la compagnia di produzione cinematografica di proprietà dello Stato, che rispondeva direttamente alla Amministrazione militare sovietica e al Partito di Mosca. Durante quegli anni a Babelsberg vennero prodotti più di 800 film e 500 spettacoli televisivi, per la maggior parte propaganda anti-occidentale. Film come Die Sohne der großen Bärin (I figli del grande orso, 1966), un western “rosso”, e dunque pensato al “contrario”, in cui gli indiani sono i buoni e i pioneri i cattivi. Nonostante la pesante ingerenza della politica, gli anni della Defa restano un documento prezioso e a volte strabiliante della vita e del clima culturale che si respirava nella Ddr, tanto che nel 2005 il MoMa di New York ha dedicato un festival durato due settimane a un ciclo ininterrotto di proiezioni di film del periodo.

Caduto il Muro, i Babelsberg Studios scoprirono loro malgrado di essere diventati una location come tante altre in Europa con l’aggravante di una voragine strutturale e di competenze apertasi addirittura nel 1933. Così per tutti gli anni ‘90 furono quasi sul punto di chiudere i cancelli, oppressi da un continuo accumularsi di bilanci in perdita. Le produzioni erano perlopiù piccole e locali, spesso con budget insufficienti a coprire gli stessi costi di apertura degli studi, che nel frattempo erano diventati di proprietà dalla multinazionale francese dei media Vivendi Universal. La società aveva acquistato gli Studios nel 1992 sperando di riportarli ai fasti di un tempo ma dopo dodici anni di passivi, nel 2004 decise di rimettere Babelsberg sul mercato e fu in quel momento che arrivò la svolta, nelle persone di Carl Woebcken e Cristoph Fisser, principali partner di Fbb (Filmbetriebe Berlin Brandenburg) che approntarono una strategia decennale di rilancio basata sulla costruzione di sinergie internazionali attraverso Europa, Usa e Cina al fine di spingere verso questa parte di Potsdam grandi produzioni internazionali, registi e attori dai nomi altisonanti.

Verificare se sono riusciti nell’intento ovviamente non è difficile, basta dare un occhi alla lista di film prodotti qui negli ultimi otto anni. È molto lunga, comincia e si chiude con due film siglati dai fratelli Wachowski (i registi di Matrix), il primo è V per Vendetta del 2005, l’ultimo è il kolossal Cloud Atlas con la partecipazione dei premi Oscar Tom Hanks e Halle Berry, e nel mezzo ospita un elenco sterminato di grandi pellicole hollywoodiane, da The Bourne Ultimatum a Operazione Valchiria, da Anonymous al già citato Inglourious Basterds. Certo, gli anni di Weimar avevano un altro fascino ma per una creatura commercialmente moribonda fino a pochi anni fa, questo curriculum ha quasi del miracoloso. Il segreto «oggi sta nella creazione di una maggiore integrazione tra studi europei, dobbiamo iniziare a collaborare per fare fronte comune alla competizione globale», dice Woebcken.

A febbraio 2012, durante lo scorso Festival del Cinema di Berlino, gli Studios Babelsberg si sono tolti la soddisfazione di festeggiare il proprio centenario con la proiezione di Der Totentanz di Udo Gadel, il primo film, un cortometraggio muto, girato a Babelsberg nell’aprile del 1912 e tra i presenti al party successivo c’era più di metà Hollywood a testimonianza di una crescita e di un’attenzione globale che non si è arrestata di fronte ai primi successi e ai primi segni di rinascita. Un momento d’oro di cui peraltro sono stato testimone oculare – e mio malgrado vittima – quando, appena arrivato a Babelsberg, ho estratto il mio smartphone per fare una foto all’insegna di Quentin Tarantino Strasse e in meno di un secondo sono stato fermato da quattro persone diverse provenienti da quattro diverse direzioni con la foga di agenti dell’anti-spionaggio. Alla mia richiesta di spiegazioni la risposta di uno di loro è stata: «In questo periodo, per ragioni di produzione in corso, è strettamente vietato scattare fotografie dentro il perimetro degli studi. Non ti posso dire cosa sta succedendo qui, ma ti assicuro che in questo momento sta succedendo qualcosa di veramente grosso». Non sarà Weimar, ma suona bene comunque.

 

Dal numero 12 di Studio
Foto di Linda Ferrari

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