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Lo strano, triste caso delle adozioni dalla Corea del Sud

Storia di come un Paese con lo stesso Pil pro capite della Nuova Zelanda è diventato un "esportatore di neonati". E di come oggi il governo sta ponendo freno al fenomeno -- anche al prezzo di lasciare i bambini negli orfanotrofi.

Quando pensiamo alle adozioni internazionali, il più delle volte pensiamo a genitori bianchi, occidentali e benestanti che adottano bambini da Paesi in via di sviluppo. La Corea del Sud ha un Pil pro capite paragonabile a quelli della Spagna e della Nuova Zelanda, nonché a quello italiano. Eppure fino a poco tempo fa era uno dei principali “esportatori” di bambini, per una combinazione di fattori storici, culturali e, non ultimo, di discutibili standard burocratici che analizzeremo più in là: si stima che negli ultimi 60 anni circa 200 mila bambini sudcoreani siano stati affidati a coppie occidentali, per la stragrande maggioranza statunitensi. Una volta adulti, alcuni di quei bimbi hanno deciso che, beh, non avrebbero voluto essere adottati. Che non si sentivano americani. Sono tornati in Corea, hanno cominciato a vivere da coreani e, soprattutto, a fare pressioni sul governo affinché ponesse un freno alle adozioni internazionali. Dal canto suo l’esecutivo di Seul, assai preoccupato di proiettare un’immagine globale degna di una potenza economica, è stato ben contento di fare il possibile per scrollarsi di dosso lo stigma di “esportatore di bambini”.

Alla fine gli ex bambini che non volevano essere adottati hanno vinto: negli ultimi anni le autorità sudcoreane hanno dato una stretta alle adozioni internazionali – o, meglio, hanno cominciato a regolamentarle più severamente – promuovendo al contempo quelle nazionali. Dunque tutti felici? Mica troppo. Perché nel frattempo gli orfanotrofi della Corea del Sud stanno scoppiando.

Questa è la storia di una tigre asiatica e del suo complesso rapporto coi suoi stessi figli. Procediamo per gradi.

Nonostante il benessere, la Corea del Sud è un Paese dove ancora si abbandonano molti neonati. Ed è una nazione dove adottare resta un tabù.

Com’è possibile, si diceva, che una nazione politicamente stabile e benestante, esportatrice di tecnologia d’avanguardia e cultura pop, sia anche uno dei Paesi da cui proviene il maggior numero di orfanelli adottati in Occidente? In cima alle classifiche delle adozioni internazionali, oltre alla Corea del Sud, compaiono nazioni economicamente disastrate come il Guatemala e l’Etiopia. In realtà la tradizione delle adozioni internazionali in quel di Seul ha origine in un periodo storico in cui la Corea del Sud non se la passava affatto bene. Era la seconda metà degli anni Cinquanta e la guerra di Corea, che aveva causato oltre due milioni di vittime e devastato il Paese, si era da poco conclusa, quando molte associazioni caritatevoli americane, spesso d’ispirazione religiosa, si precipitarono per trovare una sistemazione agli orfani di guerra. Il Congresso degli Stati Uniti, già alleato di Seul durante il conflitto, passò una risoluzione, il Bill for Relief of Certain Korean War Orphans, volta a finanziare e facilitare l’affidamento di orfani di guerra a famiglie americane.

Con il passare degli anni la Corea del Sud è stata non solo ricostruita, ma ha conosciuto un boom economico senza precedenti. Gli orfani di guerra sono cresciuti. Ma le associazioni per i trovatelli sono rimaste, e hanno continuato ad affidare decina di migliaia di piccoli a coppie straniere. A ben vedere, il maggiore boom delle adozioni dalla Corea del Sud è avvenuto non a ridosso della guerra, bensì all’inizio degli anni Ottanta, quando ormai il conflitto era un lontano ricordo e il Paese aveva raggiunto standard di vita occidentali.

È qui che entrano in gioco i fattori culturali e, in secondo luogo, quelli istituzionali – le due cose, come vedremo, non sono del tutto separate. Perché, nonostante il benessere, la Corea del Sud è un Paese dove ancora si abbandonano molti neonati. Ed è, al contempo, una nazione dove adottare, prenderti in casa un figlio non biologicamente tuo, resta un tabù. Non fatevi ingannare dal miracolo tecnologico e dal successo del K-pop, il pop coreano che sta conquistando l’Asia a forza di fanciulle canterine in minigonna. Quanto a valori famigliari la Corea del Sud resta estremamente conservatrice. L’essere madre single comporta uno grave stigma, cosa che spinge molte puerpere ad abbandonare i figli: soltanto nel 2014 ci sono stati 228 neonati esposti a Seul. Inoltre nella cultura coreana i legami di sangue sono fondamentali, e di conseguenza le famiglie locali disposte a prendere in casa un “figlio di altri” sono poche e spesso si trovano ad affrontare, a loro volta, uno stigma. Le coppie sterili che adottano spesso lo fanno in gran segreto: esistono agenzie che forniscono kit appositi per simulare una gravidanza, mentre alcuni padri adottivi preferiscono spargere la voce che il nuovo figlio sia il frutto di una relazione extraconiugale, considerata meno disonorevole.

In un contesto dove la maternità al di fuori del matrimonio è pesantemente colpevolizzata, non stupisce che gli assistenti sociali e la famiglia allargata facciano molte pressioni sulle madri biologiche.

A tutto questo va aggiunto un sistema di servizi sociali che ha avuto a lungo un approccio quanto meno disinvolto sul dossier adozioni. In quel contesto, dove la maternità al di fuori del matrimonio è pesantemente colpevolizzata, non stupisce che gli assistenti sociali, il personale ospedaliero e la famiglia allargata facciano molte pressioni sulle madri single affinché rinuncino ai loro bambini: sarebbe egoista tenerli. Alcuni arrivano ad accusare le agenzie di avere accettato, senza verificare, documenti fraudolenti, firmati da parenti delle neo-madri a loro insaputa – ne scrive il New York Times in termini generici qui, Studio tuttavia non ha trovato riscontri di casi specifici da fonti attendibili. Esistono però casi accertati di documenti falsificati in modo tale da rendere i neonati più appetibili alle famiglie adottive, nonché le famiglie adottive più appetibili alle madri biologiche.

Che il sistema sudcoreano sia stato per anni semplicemente disinvolto, oppure realmente complice di un traffico, sta di fatto però che molti bambini adottati negli anni Settanta e Ottanta oggi sostengono di avere vissuto la vicenda come un’ingiustizia. E tengono molto a farlo sapere, alla stampa e al governo coreano.

«Mi sono sentita come un numero, come una transazione. Non penso che sia normale adottare un bambino da un altro Paese, di un’altra razza e pagarlo un sacco di soldi. Non credo sia normale mettere un bambin o su un aereo e portarlo lontano dalla sua gente, in mezzo a odori nuovi», racconta Laura Klunder, nata a Seul nel 1985 e adottata da una famiglia americana all’età di poche settimane, al New York Times Magazine. «Ai miei tempi si faceva tutto troppo veloce, senza etica.

L’adozione internazionale dovrebbe essere l’ultima spiaggia. La cosa migliore è sempre restare coi genitori biologici, poi si può pensare all’adozione nazionale e solo se nessuna di queste due cose è possibile quella internazionale», ha dice alla Cnn Jane Jeong Trenka, nata in Corea nel 1972, adottata all’età di sei mesi e cresciuta nel Minnesota.

Nel 2004 è nata un’associazione di ex bambini coreani adottati da occidentali il cui obiettivo era «l’auto-estinzione della nostra specie»

Oggi Laura Klunder e Jane Trenka vivono entrambe a Seul. Fanno parte di una comunità di oltre 500 ex bambini adottati, che una volta cresciuti hanno deciso di tornare alle loro origini, di imparare il coreano, di cominciare a mangiare il kimchi, di conoscere i loro genitori biologici. E, soprattutto di cambiare il sistema – anche se sul come cambiare il sistema esistono pareri discordanti. Klunder, per esempio, che appartiene a una scuola di pensiero più radicale, contesta il concetto stesso di adozioni internazionali. Nel 2004 ha fondato un’associazione per ex bambini coreani adottati da occidentali, l’Adoptee Solidarity Korea, il cui obiettivo era, nelle sue stesse parole, «l’auto-estinzione della nostra specie» (col tempo però l’organizzazione ha ammorbidito le sue posizioni). Trenka, invece, mantiene una linea più moderata, e da anni si batte per maggiori controlli sui processi di adozioni e per il sostegno delle madri single che scelgono di tenere i loro bambini.

Proprio su richiesta di Trenka, l’Assemblea Nazionale coreana, l’equivalente del Parlamento, ha approvato nel 2012 una Legge Speciale per le Adozioni, volta a prevenire eventuali pressioni sulle madri naturali e falsificazioni dei documenti. In base alla nuova norma, le puerpere devono trascorrere sette giorni con i neonati prima di potere firmare i documenti per l’adozioni. Una volta firmati, tali documenti devono essere verificati (non basta più, insomma, che siano le agenzie a prenderli per buoni) e la madre ha sei mesi di tempo per cambiare idea.

Nel 2013 Seul ha firmato la Convenzione dell’Aja sulla tutela dei bambini e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, che ha imposto standard più scrupolosi rispetto a quelli precedentemente in vigore. La firma della convenzione dell’Aja ha da un lato limitato ulteriormente il numero di bambini coreani affidati a coppie straniera, ma dall’altro ha anche facilitato le adozioni da Paesi particolarmente attenti alla tutela dei minori, inclusa l’Italia (la convenzione consente infatti che le adozioni condotte in una nazione firmataria siano legalmente riconosciute in tutte le altre).

Per il governo di Seul è anche materia di orgoglio nazionale: siamo una potenza economica, mica l’Etiopia o il Guatemala.

In realtà è almeno dalla seconda metà del decennio scorso che il governo sudcoreano sta tentando di regolamentare più severamente – e, a parole, addirittura di contrastare – le adozioni internazionali. Non è soltanto una questione di diritti di minori, né delle pressioni fatte dagli attivisti che, come Trenka, avevano a cuore la prevenzione delle frodi e la tutela delle ragazze madri. Per il governo di Seul è anche materia di orgoglio nazionale: la fama di “nazione esportatrice di bambini” poco si addice a una potenza economica (mica siamo l’Etiopia o il Guatemala, questo il sottotesto). Già nel 1996 il governo coreano aveva annunciato di volere, letteralmente, eliminare le adozioni internazionali entro il 2015, anche se si è trattato di poco più che di propaganda. A partire dal 2008 però ha cominciato a incentivare le adozioni nazionali, fornendo aiuti economici alle coppie coreane ed estendendole anche ai single e agli over-50. Tuttavia non ha messo in atto altrettante misure a sostegno delle ragazze madri. Di conseguenza i coreani hanno cominciato ad adottare, ma hanno continuato ad abbandonare i figli.

Contemporaneamente le adozioni internazionali diminuivano – in parte grazie all’innalzamento degli standard e alla lotta alle frodi, in parte però anche a causa di alcune politiche aggressive da parte del governo coreano. Che nel 2013 è arrivato a riprendersi una bambina adottata da una coppia dell’Illinois sette mesi prima, nonostante la madre biologica avesse confermato di non volerla tenere: «la neonata è una cittadina coreana e deve essere adottata da cittadini coreani», dichiarò il governo.

Il numero di neonati esposti è però tale che, da sole, le adozioni nazionali non riescono a fare fronte al problema. Il risultato, come scrive Stephen Evans della Bbc, è che oggi «gli orfanatrofi della Corea del Sud sono zeppi di bambini che soltanto pochi anni prima avrebbero potuto avere una nuova vita con una famiglia straniera».

Stiamo sempre parlando di un Paese con lo stesso Pil pro capite della Nuova Zelanda.

 

Nell’immagine: l’attuale ministro della Cultura e Comunicazioni francese Fleur Pellerin, nata a Seul nel 1973 e adottata all’età di sei mesi da una coppia francese (Patrick Aventurier/Getty Images)

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