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Adele, perché sì

Dal suo nuovo disco in uscita, l'ennesima conferma che moriremo adeliani altro che democristiani. Ritratto di una popstar molto pop.

Entro la fine della settimana il terzo album di Adele, titolo 25 come gli anni che aveva quando l’ha scritto (oggi ne ha 27), avrà venduto più di tre milioni di copie negli Stati Uniti, di cui 2.3 nei primi tre giorni. La previsione su scala mondiale è di cinque milioni, centinaio più centinaio meno. Conosco solo persone che l’hanno scaricato illegalmente, o che l’hanno sentito su YouTube (da Spotify e affini l’inglesotta l’ha bandito), il che, pur non essendo forte in matematica, mi lascia credere che altri bilioni sparsi ovunque avranno fatto lo stesso, e dunque a bilioni l’avranno ormai ascoltato. Per quanto sia altrettanto poco interessante, conosco pure parecchia gente che bah, Adele, che palle, insomma, era meglio 21 (il disco precedente, per quei tre evasi di galera che ancora non lo sapessero), vuoi mettere “Rolling in the Deep”, vuoi mettere “Don’t You Remember”, e “Turning Tables”, e “One and Only”, e poi basta con tutto ’sto mainstream, vatti ad ascoltare quel gruppo canadese lì, «quelle sì che sono ballad», mica questa roba confezionata a uso e consumo della Generazione Gattini.

È la sindrome del giornale di pettegolezzi sfogliato dal parrucchiere, dove però solitamente si trovano solo giornali di mesi e mesi prima, e non si sa come la gente che va a farsi spuntare la frangia sia sempre aggiornata sulle ultime corna dei calciatori e gli ultimi chili persi dalle attrici. Nessuno sopporta più Adele, ma tutti la comprano. Moriremo adeliani, altro che democristiani: nessuno la vota, ma tutti finiscono per tenerne vivo il culto, che sia postando la parodia starring Miss Piggy seppiata con le foglie di Hello che le finiscono in bocca o condividendo il live in cui «Guarda! Ha stonato! Ci godo!», pensando di essere così furbi da far passare per campana una che non ha esattamente bisogno di dimostrare di saper cantare. Ma anche i suoi hater non sono accaniti come quelli delle colleghe, perché Adele è il riscatto della working class, perché è curvy (oggi si dice così) e le si vede la ciccia uscire dal vestito quando è seduta nelle poltrone dei talk show, perché ha sempre quell’aria cockney da ragazza di periferia che si mette le unghie finte per andare a Oxford Circus il sabato sera, perché è instant classic, perché c’ha le palandrane a fiori così Zara, perché in fondo sta simpatica, perché sì.

Adele Performs At The 9:30 Club

Il consenso (quasi) unanime è un dato da studiare. Sarà per via della Voce (maiuscola), che in tempi di talent show è diventato il solo mezzo in mano alle masse per riconoscere un «artista», come dicono nei comunicati stampa. O sarà perché Adele ha dalla sua proprio il fatto di non essere venuta fuori da un talent, di aver rilanciato la professione di Grande Interprete (e cantautrice, ma alla gente non interessa) dopo decenni di gruppi indie e voci sporche, strozzate, male educate. Sarà per via del virtuosismo che c’eravamo dimenticati, del gorgheggio che strappa sempre l’applauso a scena aperta: per la solita storia della Dc, a nessuno piace Claudio Villa eppure tutti, una volta nella vita, cedono a “Granada”. E il vibrato qui non è associato a pezzi di cui vergognarsi, anzi: quando parte Adele si alza il volume della macchina, unendosi e facendosi riconoscere in un grande culto collettivo, non è mica la prima Giusy “Con Tutto Il Rispetto” Ferreri che passa all’autoradio (anche se, mi costituisco, quando sentii per la prima volta in tangenziale “Rolling in the Deep” pensai fosse il nuovo singolo di quella di Non ti scordar mai di me: «Però, mica male».)

Adele è la cantante che avrebbe dovuto siglare un accordo di product placement coi Kleenex, altro che Motorola StarTAC

E poi c’è poi quella cosa delle lacrime, il solito «è tanto bello, ho pianto tanto» che funziona sempre, stende chiunque. Anni fa, all’acme dell’epoca “Someone Like You”, al Saturday Night Live passò uno sketch in cui varia gente – c’erano anche Emma Stone e Kristen Wiig – fingeva di essere immune all’effetto-cipolla del pezzo più stracciacuore degli ultimi vent’anni. Poi, quando ciascuno dei protagonisti della gag restava da solo in ufficio, scoppiava a piangere. Adele è la cantante che avrebbe dovuto siglare un accordo di product placement coi Kleenex, altro che Motorola StarTAC.

Dicono che 25 fa piangere meno, e questo sembra il vero tradimento verso le schiere di cristiani che si erano attrezzati per tempo comprando l’iPod impermeabile. In realtà fregano i nuovi arrangiamenti, c’è qualcosa di Peter Gabriel e David Byrne – in “Send My Love (To Your New Lover)” – e un po’ di Madonna periodo “Ray of Light” (l’ha detto Adele medesima), e altra roba parecchio Nineties, da Alanis Morissette (“Sweetest Devotion”) a Mariah Carey (“All I Ask”), apparentemente tutto più freddo, tutto tirato a lucido per non rischiare, dopo 21, la copia conforme: se è vero che al primo giro sono ballate immortali, al secondo è piano bar.

Sarà pure più studiato, insieme ai chili avrà anche perso la pancia della neomelodica di una volta, eppure dentro questo 25 ci sono cose come «Life was a party to be thrown / But that was a million years ago» (“Million Years Ago”), e «And if I’m not the one for you / Why have we been through what we have been through?» (“Water Under the Bridge”), e «Consider this my apology / I know it’s years in advance / But I’d rather say it now in case I never get the chance» (“River Lea”), e «Let me photograph you in this light / In case it is the last time» (“When We Were Young”, che poi non è altro che il Tiziano Ferro di “Ti scatterò una foto”, insomma roba di amanti al tempo della riscoperta delle reflex).

85th Annual Academy Awards - Arrivals

Adele, come la Madonna (non quella di Ray of Light, l’altra), va in processione per tutte le sette chiese e canta generosamente tutti i pezzi dell’album, non solo il singolo – oggi usa così soprattutto se vuoi vendere – poi arriverà un tour di sedici anni in trecentodiciotto date. Passa dalla trasmissione del mattino per casalinghe ai fighetti di Jimmy Fallon, prende indirettamente per il culo lo stardom di Taylor Swift e la sua proverbiale squad andando a cena con Jennifer Lawrence, un’altra potentissima e miliardaria come lei e come lei lontana dai giri di amichette famose, scopre i social senza però votarsi al selfie, per questa eterna riconferma dell’essere artista classica, più Barbra Streisand che Miley Cyrus, eppure con il dono innato della contemporaneità.

Ricordo ai tempi di Popstar, il primo talent di Italia Uno da cui uscirono le Lollipop, che tutte le provinate portavano Anastacia. Per gli X-Factor di oggi il benchmark è la ballata di Adele, con la differenza che Adele e le sue canzoni non faranno la fine di Anastacia, parlandone da viva, foss’anche solo per i dischi venduti, il personaggio creato, i meme e le gif dedicati, l’hype che nessun’altra per decenni potrà eguagliare, dopo la vagonata di incassi di questo giro. Entro la fine della settimana 25 avrà venduto più di tre milioni di copie negli Stati Uniti, con tutta probabilità cinque nel mondo. Nessuno la vota, tutti la comprano. Ci voleva Adele, 27enne del 2015, a ricordarci che Giulio Andreotti è stato sette volte presidente del consiglio.

Fotografie di Kevork Djansezian, Michael Loccisano, Jason Merritt (Getty Images)
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