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Acronimo-mania

Brics, Pigs, Civets, Fish e Mint. Perché gli acronimi abbondano nell'economia internazionale? E perché molti hanno nomi di animali?

In principio erano i “Bric”, sigla coniata dall’analista di Goldman Sachs Jim O’Neill per indicare Brasile, Russia, India e Cina. Da allora, gli acronimi dell’economia internazionale si sono moltiplicati. I Bric sono diventati “Brics” (con l’ingresso del Sudafrica nel club), sono nati i “Fish” (che sta per “France, Italy, Spain, Holland”) i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) e i “Civets” (cioè i paesi “zibetto:” Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia, Sudafrica). E, come se gli acronimi dal sentore animalier non bastassero, si sono aggiunti pure quelli di ispirazione botanica (i cosiddetti “Mint”: Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia) nonché edilizia (Brick: Brasile, Russia, India, Cina, Korea del Sud). Insomma

Insomma, come orientarsi davanti a questa acronimo-mania? E, soprattutto, quanto prenderla sul serio? Ecco un (semi)utile prontuario.

«È chiaramente una buona notizia per il Sudafrica, ma non è chiaro perché gli altri membri del club abbiano acconsentito invitarlo» (Jim O’Neill sull’ingresso del Sudafrica nei Brics)

BRIC e BRICS. Quando creò il termine, nel 2001, O’Neill non avrebbe mai immaginato una simile fortuna. L’espressione Bric uscì ben presto dai report delle multinazionali e delle banche d’affari per entrare prepotentemente nel mainstream giornalistico. Un acronimo prodotto a Wall Street divenne addirittura un’organizzazione sovranazionale: i ministri degli Esteri di Brasile, Russia, India e Cina si riunirono per la prima volta nel 2006, ma solo con il summit di Yekaterinburg, nel 2009, cominciò la stagione degli incontri ufficiali ed annuali, ospitati a rotazione dai Paesi membri. Nel 2010 si aggiunse alla compagnia il Sudafrica, un passo che suscitò l’immediato scetticismo del demiurgo. «Mentre questa è chiaramente una buona notizia per il Sudafrica», disse O’Neill, «non è chiaro perché gli altri membri del club abbiano acconsentito invitarlo» La compattezza, più che dalla macroeconomia, era data dall’allitterazione delle monete nazionali: il rublo, la rupia, il real, il remnimbi, il rand.

CIVETS. Il Sudafrica, tra l’altro, compariva già in un altro gruppo, i Civets – con la Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, e Turchia – nato da un’intuizione dell’Intelligence Unit del settimanale britannico Economistripreso da Michael Geoghegan, all’epoca amministratore delegato della banca Hsbc. Questi Paesi venivano paragonati agli zibetti. Per chi non fosse ferrato in zoologia: si tratta di quei felini che vivono in alcune isole dell’Indonesia e rappresentano in un certo senso una miniera d’oro. Si nutrono di bacche di caffè, che, una volta ingerite, parzialmente digerite e defecate, danno origine al Kopi Luwak. A Manhattan e in Giappone lo conoscono bene e lo apprezzano: è il caffè più costoso del pianeta, con punte di novanta euro a tazza. Anche ai Civets veniva associato un destino di ricchezza, grazie a una pluralità di fattori: popolazione giovane, posizione geostrategica, disponibilità di risorse naturali, inflazione sotto controllo, buona varietà dell’export, investimenti esteri in continua crescita. Negli anni le strade di queste nazioni si sono divaricate. Per fare un esempio, la Turchia se la passa piuttosto bene: tra il 2010 e il 2011 il Pil è cresciuto addirittura del 9%. E anche se la cresciuta lo scorso anno è rallentata al 2,2%, molti protagonisti della primavera araba non fanno mistero di guardare ad Ankara come a un modello da seguire. L’Egitto, invece, è costretto da mesi a lunghi negoziati col Fondo Monetario Internazionale per strappare un prestito che dia ossigeno alle casse statali. Eppure la moda degli acronimi non si è placata.

MIST E MINT. Lo stesso O’Neill ci ha preso gusto e nel 2012 ha coniato una nuova sigla, i Mist: Messico, Indonesia, Sud Corea e Turchia, i quattro maggiori mercati del fondo di investimento N-11, lanciato da Goldman Sachs l’anno precedente. Undici economie emergenti e quattro chiari protagonisti, forti del fattore demografico, di una certa solidità democratica e di un’apertura senza timori nei confronti dell’estero. Dal canto suo, l’impresa di investimento Fidelity ha cercato di fare concorrenza al mentore di Goldman Sachs, sostituendo un elemento del quartetto per creare i “Mint”: via la Corea del Sud, dentro la Nigeria. Operazione, questa, meno riuscita dal punto di vista mediatico. Più fortuna hanno avuto altre espressioni, orientate però a definire non i mercati emergenti, ma le strutture traballanti della vecchia Europa.

PIGS, PIIGS E FISH. Dagli anni Novanta la stampa anglosassone ha preso l’abitudine di stigmatizzare i vizi dei Paesi mediterranei – alto debito pubblico, lassismo economico, scarsa fedeltà fiscale, bassa produttività – con un acronimo non proprio elegante, i Pigs (maiali): Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Ironia della sorte, dopo la crisi finanziaria al club del Mediterraneo si è aggiunto un ospite celtico, l’Irlanda dei ripetuti crac bancari. Anzi, per un certo periodo Dublino ha sostituito Roma nel gruppo dei discoli. Poi, con lo scoppio della seconda crisi, quella dei debiti sovrani, l’Italia è tornata al suo posto e i Pigs sono diventati i Piigs, una sigla decisamente più cacofonica. È rimasta in ambito zoologico, invece, la giornalista del Financial Times Gillian Tett, che lo scorso febbraio ha pubblicato un pezzo sulle quattro economie europee che turbavano il sonno degli investitori americani: France, Italy, Spain and Holland. In un acronimo, i Fish.

BRICK. La caccia alla sigla destinata alla celebrità mediatica non conosce sosta. Il gigante dell’informazione economico-finanziaria Thomson Reuters ha rivisto il concetto di O’Neill per lanciare l’espressione Brick: Brasile, Russia, India, Cina e Corea del Sud, potenze impegnate a sfidare il primato tecnologico dell’Occidente. Sulla bilancia del progresso scientifico, misurato in brevetti depositati, il peso si sta spostando verso Oriente, anche se il blocco atlantico continua a mantenere un certo vantaggio rispetto alla concorrenza.

Che l’acronimo sia poi effettivamente un mattone, è tutto da vedere. La compattezza delle sigle, sottolineano gli analisti, ha mostrato nel tempo tutte le sue crepe. L’ultimo vertice degli stessi Brics, tenutosi a marzo in Sudafrica, a Durban, ha prodotto passi in avanti verso una direzione comune – ad esempio, sono state poste le basi per la creazione di una banca dello sviluppo, alternativa alla World Bank – ma allo stesso tempo sono emersi interessi divergenti e problemi di non facile soluzione: il ruolo preponderante della Cina, il nanismo del Sudafrica, le distanze tra sistemi politici, l’incapacità di proporre un soft power condiviso.

Le sigle facili da ricordare sono utili in borsa: le azioni di società dall’acronimo suadente rendono l’otto e mezzo per cento in più rispetto alle altre.

D’altronde, come ha ricordato Rogerio Wassermann, di BBC Brasil, l’obiettivo di O’Neill non era certo quello di lanciare un’organizzazione sovranazionale, ma di rendere appetibili quei mercati per i propri investitori. E le sigle facili da ricordare erano utili allo scopo. Una ricerca accademica, citata dal Wall Street Journal, ha confortato l’intuizione del guru di Goldman Sachs: le azioni delle società dall’acronimo suadente rendevano l’otto e mezzo per cento in più rispetto alle altre. Ricevuta la palla dagli economisti, i giornalisti non hanno disdegnato il gioco del l’acronimo. BRIMC, BRICA e BRICET, ha azzardato la Reuters. Colto da uno slancio di orgoglio nazionale, il Jakarta Post ha reclamato l’ingresso nel club dell’Indonesia: BRICSI. Si potrebbe continuare all’infinito, accostando Paesi omogenei per un verso, ma eterogenei per altri. E questo non sarebbe affatto una garanzia di investimenti sicuri.

Ha detto Rolf J. Langhammer, ex vice presidente della Kiel Institute for the World Economy, in riferimento ai Mist: «Non basta la creazione di sigle per promuovere miracoli economici. Investire in questi Paesi comporta insicurezza e rischi. Molti Mist, ad esempio, dipendono dalle economie dei Brics, come nel caso dell’Indonesia con la Cina».

La questione vale tanto per gli investitori quanto per i giornalisti. L’acronimo semplifica, negando la complessità e le aporie del reale. Probabilmente vale la pena di seguire il consiglio di Ruth Walker, chief copy editor del Christian Science Monitor: la cautela è d’obbligo, dice. Le sigle divertono, aiutano a cogliere una tendenza, spingono gli investimenti, ma costruire una previsione su un acronimo non è un capolavoro di ingegneria giornalistica.

 

Nell’immagine: uno zibetto (civet, in inglese) in una fattoria indonesiana. Foto di Paula Bronstein/Getty Images

 

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