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Zuck 2020

Cosa farà da grande il signore di Facebook? Un reportage da San Francisco nei luoghi di Zuckerberg, che ora è pronto per la Casa Bianca.

di Michele Masneri

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Intanto i nomi. “California” deriva da una mitologica regina Kalifa, che tenne un ideale Califfato nella fantasia di scrittori cinquecenteschi. Seicento anni dopo però il genius loci di San Francisco, nuova capitale morale, continua a essere imperiale, un califfato dei talenti, un’oligarchia dei migliori. A comandare, un’aristocrazia globale, una nuova misteriosa classe a-sociale, che non si mischia con le masse, e oggi si deve confrontare col first burino alla Casa Bianca. Tanti atteggiamenti, e posizioni: tra gli apocalittici (la maggior parte) il cofondatore di LinkedIn, Reid Hoffman, che in campagna elettorale si è offerto di dare in beneficenza cinque milioni di dollari se Trump si fosse deciso a presentare la sua documentazione fiscale. Trump è «la cosa peggiore mai successa nella mia vita» ha detto Sam Altman, presidente del giga-incubatore Y Combinator. Dave McClure, il fondatore di 500 Startup: «Se non sei incazzato in questo momento, che problema hai?». Tutti hanno minacciato di emigrare in Canada, come degli Umberto Eco con Berlusconi, nessuno naturalmente l’ha fatto.

Dall’altra parte ci sono gli integrati, capeggiati da Peter Thiel, ex fondatore Paypal, grande azionista Facebook, principe delle tenebre di Silicon Valley, che è diventato il consigliere principe di Trump per la tecnologia, qui naturalmente assai vituperato. Gli altri califfi stanno alla finestra: Apple coi suoi 250 miliardi di dollari tenuti all’estero per non pagare tasse (come un tempo gli aristocratici nelle società feudali), aspetta: sia mai che da un male ne venga fuori un bene, con un maxi-rientro dei capitali da parte del presidente odiato. Sotto ai califfi c’è il popolo, che è rivitalizzato: non passa giorno senza manifestazioni, proteste, sit-in. Cinquant’anni dopo la rivolta a Berkeley e la Summer of Love, si ritirano fuori striscioni, si riscopre l’antica arte del boicottaggio (tutti a rimproverare Uber e downloadare Lyft). Si pensa al solito tormentone della California Republic, ci si ripete che da sola sarebbe il sesto Pil del mondo, però nessuno ci crede davvero: è un po’ come l’Alto Adige, non vogliono veramente andare via dall’Italia, vogliono solo sentirsi speciali.

E poi in mezzo c’è lui, c’è Mark Zuckerberg. Potrebbe essere la terza via. Zuck 2020 potrebbe non essere follia. Ha tutte le carte in regola: non è un sociopatico come molti dei siliconvallici, non è trucido come un Brian Chesky di Uber, non ha i tic nervosi di Elon Musk, non ha capelli improbabili come Peter Thiel (vabbè, i capelli improbabili non sono mai stati un ostacolo in politica, diciamo). Non il grigiore di un Tim Cook. È il Veltroni della Valle, piace a tutti, è ebreo e religioso, è perfino etero, però ha sposato una solida dottoressa asiatica, sforna figli, è la force tranquille, ha un business che aderisce perfettamente alla nostra vita, anzi è la nostra vita; non progetta isole fantasiose, non costruisce razzi o tunnel, non è flamboyant come altri startuppari rampanti e viziosi come Evan Spiegel di Snapchat (ma quella è Los Angeles, è Silicon Beach, è un’altra storia). Ha «l’energia di un ragazzo ma l’esperienza di un uomo», per dirla con Alberto Sordi in “Guglielmo il dentone”.

A Zuck piace la politica. Il suo gioco preferito è sempre stato Civilization, cioè fondare imperi. Zuck non si limiterà a Facebook. «Vuole lasciare il segno, ha progetti molto più ampi», ha scritto Vanity Fair in un recente profilo. «Vuole essere imperatore», sempre VF. «Non entrerà mai in politica, non è nel suo stile, non gli piace stringere mani» mi dice convinto un top manager Facebook a cena (il bello di San Francisco è che a cena incontri persone che mediamente lavorano a Facebook, Google, Tesla, come a Roma da Zara). Stai tranquillo, non ti cito. «Sono tranquillissimo, non puoi citarmi», mi dice l’uomo Facebook, sorridente e minaccioso. Zuck in realtà ha stretto mani molto importanti negli ultimi anni, quelle di tutti i governanti del globo, e adesso è partito per questo roadshow americano, trenta Stati uno per uno, tipo Romano Prodi col pullman o Matteo Renzi col camper, su altre scale. Visita chiese e palestre, scuole e governatori. Con la scusa di averne già visitati gli altri venti. «Quello è una cosa sua tipica, ogni anno si dà degli obiettivi e poi li porta avanti», dice l’uomo Facebook.

Mark Zuckerberg

Un ritratto di Mark Zuckerberg nella prima sede di Facebook a Palo Alto

 

Un altro indizio potrebbe essere il fatto che nelle ultime due elezioni ha vinto chi ha saputo usare i social media. Obama nel 2008 e poi Trump nel 2016 (senza considerare quelle di mezzo). Si è molto parlato del ruolo del genero Jared Kushner e della squadra messa su in Texas, lontano da Washington, chiamata in codice “Project Alamo”, più un sistema di micropagamenti trasmessi proprio su Facebook, dove Facebook è stata sì fondamentale, ma non, come molti credono, per creare bolle e microbolle, bensì per portare soldi al presidente. Duecentocinquanta milioni di dollari pagati da utenti Facebook, per la campagna più risparmiosa della storia di un presidente che di suo non ha sborsato nulla. «Facebook è stato il nostro più grande incubatore di soldi» ha detto Brad Parscale, manager digitale che ha gestito la campagna (dell’agenzia che cura la strategia digitale di tutti gli hotel di Trump). Se vincono grazie alla mia piattaforma – potrebbe essere il ragionamento basic – perché non correre in proprio? Una vittoria parrebbe scontata, se il 79 per cento degli americani è su Facebook, perché uno su due non dovrebbe votarlo? C’è poi la prova schiacciante, quella della clausola societaria fatta apporre negli ultimi mesi al regolamento societario per cui Zuck potrà mantenere il controllo dell’azienda anche se dovesse «assumere qualche incarico governativo». «Una prassi» dice sempre l’uomo Facebook, e considera chiuso l’argomento.

 

Un’educazione siliconvallica

Zuck è il più grande testimonial della California del nord. Il suo attaccamento non è nostalgico, lui non ci è nato, qui, a differenza di Jobs che ha innalzato il suo monumentale falansterio nei luoghi dell’infanzia. Zuck è cresciuto a White Plans, nello Stato di New York, figlio di un dentista e di una psichiatra ebrei (l’ebraismo di Zuck è un altro tema interessante; a lungo si è detto ateo, mentre recentemente ha ritrovato la fede dei padri, secondo molti sarebbe un ulteriore indizio della sua volontà di sbarcare alla Casa Bianca, essere atei non è proprio un asset). Zuck è arrivato in Silicon Valley al secondo anno di università. Zuck non se n’è più andato. Zuck fa un uso moderato della famiglia, come se la stesse testando per le prossime campagne elettorali. Tenta una narrazione spesso dalla cucina di Palo Alto. Gli arredi sono minimalisti e sfumati in non-colori come la sua maglietta grigia onnipresente, sul fisico ormai muscoloso (guardando le vecchie foto di famiglia si ha la conferma di una nostra vecchia teoria, cioè che la ricchezza estrema porti a un mutamento anche cellulare di chi ne è detentore. Da studente paffuto e goffo Zuck è adesso un trentaduenne in forma e sexy, anche i lineamenti del viso sono come spianati).

La moglie compare spesso, la dottoressa Priscilla Chan, laureata in biologia e pediatria, già in servizio all’ospedale della città, già San Francisco General Hospital e oggi semplicemente Zuckerberg General Hospital dopo una donazione di 75 milioni da parte del marito (hanno proprio cambiato il nome dell’ospedale, da un giorno all’altro). Buddista, figlia di rifugiati cinesi scappati in Vietnam, perennemente prima della classe, studentessa modello a Harvard dove incontra Zuck, si sono sposati il 19 maggio 2012, il giorno dopo il collocamento in borsa di Facebook. Lei a differenza del marito l’università l’ha finita. Priscilla Chan si occupa di una cosa molto locale e di una cosa molto globale. Della Primary School, scuola elementare con 300 bambini a Palo Alto, cui gli Zuck hanno donato milioni, e dove manderanno presumibilmente le loro figlie (la prima, Maxima detta Max, nata il 1 dicembre 2015, della seconda è stato appena annunciato il concepimento). La scuola è gratuita, aspira ad avere un approccio naturalmente nuovo, «un modello che sia replicabile e sostenibile», come spiega il sito, punta a rafforzare il senso di comunità delle famiglie locali (anche negli annunci di lavoro, dove cercano maestri, è sottolineata l’importanza di essere del posto), dà assicurazione e assistenza sanitaria gratuita ai bambini dai 3 ai 15 anni.

La scuola zuckerberghiana si colloca in uno dei temi principali del discorso siliconvallico, quello dell’istruzione, perché uno dei discorsi più dibattuti qui è cosa fare dei figli; una volta che si è deciso di togliergli dalle spalle il peso di eredità miliardarie: se erediti milioni è un regalo, se erediti miliardi ti ammazzo, secondo la visione di Bill Gates, che forse un giorno verrà rivalutato rispetto a colleghi in dolcevita. Cosa fare di questi eredi imperiali? I veri califfi, quelli del petrolio, mandano i figli nelle accademie militari inglesi o almeno a Harvard. Qui si pongono altre domande. L’università americana è al collasso, con mostruoso debito studentesco (1,16 trilioni di dollari, quasi il doppio dell’intero indebitamento degli americani con le carte di credito). Pone questioni etiche, troppo cara, troppo poca diversity. La cultura del dropout è quella dei padri: tutta la mitologia brufolosa-abbandonica che da sempre considera l’accademia come un buon posto da cui andarsene, a partire dal grande umorista sanfranciscano Mark Twain («non ho mai lasciato che la scuola interferisse con la mia educazione») per seguire con illustri “ritirati”, da Steve Jobs sempre affamato e folle, e mai in classe; e poi Travis Kalanick di Uber, e il solito Peter Thiel che addirittura oggi offre borse di studio a chi si ritira, e fonda una società. Fino a Zuck.

Infine lo Stato, o comunque l’apparato, l’esistente, viene ormai visto come piattaforma smontabile di cui individuare inefficienze e possibilmente “disrupt”; dunque a San Francisco alle scuole normali e pur costosissime da 30 mila dollari l’anno non ci va più nessuno, è tutta una corsa alla scuola speciale, dalla 826Valencia dello scrittore Dave Eggers, per bambini geniali ma poveri, alla “Scuola” in  italiano nel testo fondata da Valentina Imbeni, figlia del mitico sindaco di Reggio Emilia, fino all’home schooling che riporta direttamente ai precettori delle famiglie dabbene tipo abate Parini (e incrocia la piattaforma ideologica trumpista con un cortocircuito). La scuola è dunque uno dei due pilastri  della Chan-Zuckerberg Initiative, il colossale veicolo di beneficenza della famiglia che avrà in dote il 99% della loro quota di Facebook, cioè circa una quarantina di miliardi di dollari. Uno dei primi investimenti (24 milioni) è andato ad Andela, un acceleratore di imprese basato in Africa che forma studenti locali iperqualificati per insegnare loro la programmazione, garantendo l’inserimento poi nelle migliori aziende tecnologiche del mondo.

Il secondo pilastro è la sanità. Il San Francisco Magazine ha messo in copertina qualche tempo fa la coppia Chan-Zuckerberg ritratti come due supereroi dopo la costituzione del Biohub, mega centro di ricerca interamente finanziato dalla famiglia, con dotazione di 3 miliardi di dollari affidata a Mark De Risi, direttore del centro di biochimica della University of California-San Francisco, uno degli scienziati più importanti d’America.  È lui a guidare questa specie di uber-ministero della Sanità che ha l’obiettivo molto semplice e vagamente ambizioso di «sconfiggere tutte le malattie» in 83 anni, cioè entro la fine del secolo. Sbertucciato da molti per questi toni trionfalistici, lo scienziato racconta che i costi della ricerca attuali, se incrociati con le tecnologie migliori disponibili, possono diminuire molto, e che le scoperte mediche possono essere anche migliaia di volte più veloci che in passato grazie alle onnipresenti intelligenze artificiali. Soprattutto, il Ministero Zuck non ha i costi di personale né le lungaggini burocratiche di un apparato statale. Investe in startup, non in appalti con le regioni e le province autonome.

E sceglie i migliori professionisti del mondo. Per la loro fondazione, gli Zuckerberg hanno appena annunciato di aver scelto come capo operativo Brian Pinkerton, ex capo ingegnere degli algoritmi di Amazon. Se si mettono insieme Stanford e Berkeley, cioè due dei migliori centri di ricerca d’America con cui la fondazione lavora, ai migliori programmatori del mondo, e a un fondocassa di 40 miliardi di dollari, è possibile immaginare Silicon Valley come l’ospedale più efficiente della storia.

A settembre, alla presentazione di Biohub, Zuck ha detto ai presenti (tra cui Bill Gates, il suo padre spirituale e ispiratore di beneficenze), che «si può prendere l’esistente e renderlo migliore: che sia un codice, una tecnologia, un’azienda. O un governo». E la sanità, che passa dalla fondazione, riporta al tormentone politico. Altri indizi: come capo delle relazioni istituzionali della fondazione gli Zuckerberg hanno chiamato David Plouffe, ex responsabile della campagna di Obama 2008; e Kenneth Mehlman, responsabile della ri-elezione di George W. Bush nel 2004, segue pure i public affairs. Un’altra nomina in questo governo tecnico Zuckerberg è quella di Campbell Brown, volto televisivo di Cnn ed esperta di educazione, oltre che vicina all’attuale segretario all’Istruzione Betsy DeVos (altro cortocircuito trumpista), moglie di un consigliere di Tim Romney, seppur fiera oppositrice del Presidente. È stata nominata come responsabile dei rapporti coi media di Facebook, e sta portando avanti una serie di incontri ai massimi livelli con i direttori dei grandi giornali e network, forse per ricucire dopo le accuse di fake news, nel delicato momento di trasformazione di Facebook da editore che non osa pronunciare il suo nome a media outlet in proprio.

A metà febbraio, dopo che tutti i califfi e sotto-califfi della valle hanno scritto ai loro dipendenti tranquillizzandoli che Trump e le sue truppe no pasaran, Zuck ha pubblicato una lunghissima lettera su Fb che però è diventata manifesto globale; qui, promette maggior controllo su verità e false verità ma soprattutto ribadisce la portata globale e politica della sua piattaforma: «Le nostre sfide richiedono risposte globali, come mettere fine al terrorismo, combattere il cambiamento climatico, prevenire le pandemie». Un linguaggio presidenziale, anti-trumpista. «Sono stato eletto presidente dell’America, non del mondo», ha detto Trump. Per Zuck potrebbe valere proprio il contrario.

Oltre a saper stringere mani, Zuck è poi anche discretamente diplomatico (o paraculo): quando Trump ha precettato tutti i califfi a New York, nel summit più imbarazzante degli ultimi anni, Zuck stretto tra andare o esimersi (come altri), ha spedito la sua numero due operativa, Sheryl Sandberg.

 

Le mani su Palo Alto

Partire per la valle del silicio è un’esperienza. Si prende uno di quei trenoni americani da Una poltrona per due, tutti d’alluminio, bombati e rinforzati eccessivamente solidi e tough, come a compensare complessi americani per la ferrovia. Le fermate sono mitologia: Menlo Park, Palo Alto, Stanford, Mountain View. Scendiamo alla seconda, tra cartelli di annunci di assunzioni (assumono tutti, ferrovieri, telefonisti, tramvieri). Ci avviamo. Una campagna incredibilmente curata, piatta, con villette ognuna che imita uno stile; c’è il finto chalet, il finto cottage, la finta o vera villa vittoriana, ma tutto piccolo, in miniatura, tipo plastico del trenino. La terra è la risorsa più limitata che c’è qui, nella valle imperiale in cui la materia prima scarseggiante non sono certamente i soldi né i talenti, bensì il mattone. Zuck qui ha investito come un furbetto del quartierino; quattro case nel quartiere dei ricchi, off University Avenue, stradone che taglia in due Palo Alto, per complessivi trenta milioni di dollari. Un vicino ci racconta che un agente immobiliare gli ha fatto causa, a Zuck, perché lui aveva promesso che gli avrebbe presentato tutti i suoi amici ricchi come possibili clienti, e non l’ha fatto. Mancato traffico di influenze in Silicon Valley. Lo stesso vicino (che ha venduto, lui pure, casa a Zuck) racconta della figlia che nel momento del delicato trapasso di proprietà si è soffermata una sera a fumare una sigaretta e si è trovata quattro uomini della sicurezza zuckerbergiana con torce elettriche e tutto a interrogarla.

Per capire il valore della terra qui bisognerebbe rivedere il video di Steve Jobs che va in consiglio comunale a Cupertino a presentare il suo progetto del nuovo campus Apple, e dice «potevamo andare da tante altre parti ma siamo venuti qua». Si trova online con le insegne della tv del Cupertino City Council, e qui Jobs rivela di aver comprato nove diverse proprietà per permettere a Norman Foster di costruire l’anellone gigante che ospiterà i 40 mila dipendenti Apple, e ora siamo contenti «perché abbiamo la terra» («e dovreste esserlo anche voi, perché siamo i primi contribuenti del comune», dice ai consiglieri comunali a cui brillano gli occhi per gli oneri di urbanizzazione). «Il prezzo per ettaro del terreno qui arriva a 7,5 milioni di dollari» ci dice un imprenditore che abita in questo quartiere di ricchi e ci mostra molto orgoglioso la sua villa in stile provenzale, con un orto e una piscina che sono la metà di quella che avevano i nostri compagni di scuola a Brescia figli di elettricisti affluenti. I soffitti sono bassi, ai limiti dell’agibilità, tutto è minuscolo in queste ville e suscita serie riflessioni su cosa spinga questi magnati a fare fantastilioni, se poi si deve abitare qui.

Non ci sono limousine ma neanche suv bestiali, ci sono invece quasi davanti a ogni villetta delle macchine europee vintage, molte Alfa Romeo Giulia, molte Bmw anni Settanta, giocattoli per questi trenta-quarantenni che hanno fatto fortuna e devono esibirla con giudizio Di nuovo: in questo nugolo di vialetti molto ben tenuti, l’erba è ben tagliata ma un po’ secca – l’erba è un indicatore sociale sempre molto importante; l’erba qui è ben rasata come nei quartieri middle class, ma non insopportabilmente verde come a Palm Beach; perché i nuovi masters of the universe sono anche naturalmente ecologisti. È interessante anche notare gli altri contrasti: non ci sono naturalmente limousine ma neanche suv bestiali, Bentley e Rolls Royce bandite, ci sono invece quasi davanti a ogni villetta delle macchine europee vintage, molte Alfa Romeo Giulia (una versione giardinetta, rarissima), molte Bmw anni Settanta, giocattoli per questi trenta-quarantenni che hanno fatto fortuna e devono esibirla con molto giudizio. Al 1456 di Edgewood Drive, una via asfaltata circondata di ville (una bianca, addirittura in vendita) le case sono un po’ più grandi e apparentemente non c’è nessuno a guardia del quinto uomo più ricco del mondo e certamente del millennial più influente. Neanche macchine di scorta. Apparentemente. Occorre passare un paio di volte per notare che, non neri ma uno bianco e uno argento, i suv ci sono, uno a sinistra e uno a destra, con dentro degli omoni che trafficano su molti monitor collegati forse a delle domotiche misteriose di casa Zuckerberg. Anche i muri della casa sono stati rialzati con della plastica nera, evidentemente per proteggere la privacy di questo complesso.

Il centro di Palo Alto è anche più deprimente; tutto moderno, con basse palazzine, porticati che imitano un po’ lo stile floridiano, con risultati però più da Tirana: l’ufficio postale e quello dello sceriffo, tutte le banche possibili e immaginabili. Cemento. Sotto un porticato di cemento armato ecco il ristorante Il Fornaio, che pare essere il preferito di Zuck. Stessa grafica di una celebre catena di panetterie bresciane (El Forner) e sembra infatti di stare a Brescia negli anni Ottanta, anzi in provincia di Brescia, nel paese di Rezzato, con molte rotonde, e le signore che arrivano come qui oggi per il lunch al Fornaio scendendo da Range Rover con le loro kelly e l’aria contenta (avranno degli amanti, dei personal trainer, si spera, mentre i mariti trafficano con le loro startup planetarie). Al Fornaio, che come claim ha «authentic Italian restaurant», i camerieri non capiscono una parola di italiano, e però il carpaccio è abbastanza buono, ci sono dei tavoli di fondamentali venture capitalist, e appunto tante signore che dovranno aggiornarsi sulla loro vita a Palo Alto (a Rezzato però chi faceva fortuna scappava, oppure si comprava la villa secentesca affrescata). Se fosse stato di qui, Zuck avrebbe fatto forse il liceo alla Palo Alto High School incrociando i fratelli Franco (James, Tom e Dave): sarebbe bello un film su un’adolescenza a Palo Alto.

Forse stanchi della vita di campagna, Zuck e signora si sono comprati casa a San Francisco, nel quartiere della Mission, un rione Monti sanfranciscano, già pericoloso e sgarrupato, oggi popolato di negozi di bici a scatto fisso, la libreria di Dave Eggers, molti negozi di zaini hi-tech, caffe Ritual e Four-Barrel e tutte le declinazioni del coffee-shop (rigorosamente senza Starbucks). Sui pali dell’elettricità molti cartelli in questo inizio di 2017 (i pali elettrici di legno sono storicamente una bacheca più anziana di quella Facebook, migliaia di chiodini arrugginiti testimoniano epoche di affissioni) inneggiano contro Mark Zuckerberg. C’è faccione di Zuck con una scritta, «Aloha», e poi «tech fascist!».

A rébours: San Francisco oggi è scissa tra essere San Francisco e la Daqqa dell’Arabia Saudita, e la Mission ospita queste contraddizioni. Un grande Pigneto globale, con startupper e unicorni al posto degli spacciatori. Generazioni di consigli comunali tendenza Sel impediscono di costruire alcunché, salvo poi lamentarsi che gli homeless numerosissimi soffrono in strada. Ogni tanto viene costruito qualche project cioè edilizia sociale, e tutti fanno in modo che non sia nel proprio giardino. Tutti imputano a Airbnb la salita folle dei prezzi, oppure a Zuck e ai suoi derivati. In un’altra parte di città, a Richmond, zona tranquilla, un vecchio editore sanfranciscano amico di Lawrence Ferlinghetti ci fa il suo lamento: «Noi non abbiamo niente contro di loro, per carità, però almeno se ne stessero nella loro Silicon Valley», dove loro sono appunto Zuck e gli altri; i travet che la mattina salgono a bordo dei famigerati torpedoni che li portano giù verso la Valle, creando traffico (nessuno dice che il combinato disposto di questi pullman insieme a Uber e Lyft che hanno moltiplicato le auto ha reso il traffico sanfranciscano ormai molto simile a quello romano. Anche con comportamenti simili: trionfa la doppia fila e la società civile sanfranciscana ha imparato a usare il clacson, con l’entusiasmo dei neofiti. Come a Roma poi non si sa come comportarsi con quel misterioso fenomeno atmosferico chiamato pioggia. Appena cadono due gocce, il traffico si paralizza, del resto non pioveva da sei anni, qui per eccesso di zelo chiudono anche l’aeroporto (mentre Zuck, insieme a Thiel e pochi altri non militari, sono gli unici autorizzati a decollare e atterrare dall’aeroporto militare della Nasa, conferma di uno status aristocratico, comunque sovraordinato).

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg nel 2016 a Berlino (Getty Images)

 

Zuck ha comprato casa sulla Ventunesima all’incrocio con Dolores, vicino al parco immortalato mille volte da Looking in giù, tra la drogheria più cara del mondo (Bi-Rite) e la pasticceria aspirazionale Tartine Bakery e il caffè Ritual con vivaio di piante grasse. Per le solite esigenze di privatezza Zuck ha rilevato varie case, unendole, e la classe media riflessiva naturalmente è insorta. Un vicino di casa ha scritto una lettera alla polizia perché i due soliti suv di scorta non-neri occupano il marciapiede (come quelli che a Roma hanno il vicino onorevole). Una storia più interessante riguarda il signor William Gordon Kinzer, sessantuno anni, originario della Florida, l’anno scorso ha avuto un’ordinanza restrittiva dopo aver deciso di trasferirsi (in un’auto) di fronte a casa Zuckerberg, per più comodamente molestare le maestranze che stavano ristrutturando la magione. «Come ci si trova a lavorare come schiavi di un criminale?» era una delle cose più gentili che diceva agli operai, e quindi è stato allontanato, e subito i vicini hanno protestato sui maltrattamenti inflittigli (al molestatore). È una storia molto sanfranciscana: il signor Kinzer, che soffre di disturbo bipolare, era venuto a San Francisco a stare dal suo vecchio amico Bill Kennedy, che abita a cinquanta metri da casa Zuckerberg, poi dopo qualche mese se n’era andato perché stava meglio, poi è tornato devastato in città ma si vergognava a farsi vedere nuovamente sbroccato dall’amico, così ha preferito dormire vicino all’amico, ma in macchina, e non gli sarà parso vero di avere una vittima così perfetta come Zuckerberg (normalmente quando si hanno attacchi psicotici ce la si prende col papa, coi presidenti, si issano bandiere a caso; non capita a tutti di avere uno Zuckerberg sotto casa).

A parte il povero signore bipolare, non si sono registrati però altri attacchi: forse perché la casa, con astuta mossa padronale, è stata scelta in cima a una delle salite più ripide di San Francisco, e richiede polmoni e polpacci d’acciaio. Arrivarci mette alla prova la pazienza di stalker provetti. Ci sono distrazioni sul percorso, anche: vicino c’è la casa di Tom & Jerry, inserita in tutte le guide della città, non per i due personaggi dei cartoni con cui non c’entra niente, ma perché ospita le più incredibili decorazioni e luminarie natalizie, opera dei padroni di casa, il neurologo Tom Taylor e il vetrinista Jerry Goldstein, che vi abitano amorevolmente insieme da 43 anni.

 

La possibilità di un’isola

«Aloha» recitano i cartelli anti-zuck. Perché gli Zuckerberg recentemente hanno comprato un’altra casa, alle Hawaii, cioè qualche centinaio di ettari, e anche qui molte polemiche. Accusato di sfruttare le popolazioni locali, di aver comprato per un tozzo di pane, Zuck ha dovuto smentire, ovviamente su Facebook, rassicurare, che «amiamo le Hawaii e vogliamo essere buoni membri di quella comunità», e qui Zuck parrebbe in linea con gli altri magnati siliconvallici, da sempre sensibili alle isole. Isole possibilmente sovrane come quelle prodotte dal Seasteading Institute, organizzazione di San Francisco un tempo partecipata da Peter Thiel e diretta dal nipote di Milton Friedman, il papà del liberismo. L’idea è di costruire atolli artificiali eliminando quella fastidiosa inefficiente entità chiamata Stato. Realizzando così il sogno di Ayn Rand, curiosa figura di scrittrice-saggista-ideologa, propalatrice e inventrice dell’idea aristocratica e un po’ Brokeback Mountain dell’esistenza siliconvallica. Pochi umani che dominano materia e natura senza fastidiose presenze statali come nella Rivolta di Atlante, dove un gruppo di singoli cittadini si rivoltano alla società del welfare e fondano uno Stato basato sui talenti e sull’unico mezzo di remunerarli, l’oro. Ai siliconvallici piacciono tanto gli spazi aperti. Ma a differenza degli altri califfi, Zuckerberg potrebbe volere le Hawaii solo per le vacanze. La sua vera isola è chiaramente il mondo.

Dal numero 30 di Studio
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