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Esperimento Vienna

Ritratto di una città gaudente, austera e cosmopolita. Che oggi come ieri incarna il confine sottile tra la società aperta e i suoi nemici.

di Anna Momigliano

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Due anni fa, quando migliaia di profughi in fuga dall’Ungheria hanno attraversato il confine con l’Austria, la città di Vienna li ha accolti con un messaggio semplice, «you are safe», siete al sicuro, stampato su volantini distribuiti dalle autorità comunali. Le fotografie di quei depliant, finite su internet, divennero virali: il sottotesto era potente, e duplice. Certo, l’accoglienza, la moralità più elementare, in contrapposizione con il trattamento disumano che l’Ungheria aveva riservato ai migranti. In quell’immagine però c’era anche dell’altro: Vienna incarnava la società aperta che resiste davanti alla barbarie, un avamposto dell’Occidente, con i suoi valori liberali, davanti all’avanzata dei populismi che cominciava a farsi sentire ma che, nel 2015, sembrava confinata all’Europa orientale.

A lungo Vienna è stata una città spenta, la capitale di un impero che fu, decaduta in provincia; a pochi chilometri dal confine slovacco, era il cul-de-sac della cortina di ferro. Con la caduta del muro di Berlino, quella prossimità all’est che prima era stata una condanna si è trasformata in opportunità e la città ha ritrovato, lentamente, il suo respiro. Una rifioritura – fatta di crescita economica, rinnovamenti urbanistici e di una palpabile internazionalizzazione – che ha conosciuto un’accelerazione negli ultimi anni: nel 2009 Vienna è stata dichiarata la città più vivibile del mondo dall’indice Mercer e da allora ha mantenuto il primo posto per otto volte consecutive (l’ultimo report è uscito a metà marzo).

Il Burgtheater, inaugurato nel 1888.

Il Burgtheater, inaugurato nel 1888.

 

Di Vienna però si sta parlando anche per altre ragioni. Lo scorso dicembre, alle elezioni presidenziali austriache, il candidato del Fpö, il partito di destra xenofoba, ha sfiorato la vittoria, rischiando di fare dell’Austria la prima nazione dell’Europa occidentale caduta in mano ai populisti. Gli estremisti sono stati sconfitti, però hanno preso il 46 per cento e persino a Vienna hanno ottenuto quasi un terzo dei voti. La capitale austriaca sembra racchiudere in sé una contraddizione che non è soltanto sua: da un lato una spinta verso una modernità sovranazionale e dall’altro il suo rifiuto più bieco, una tensione che si avverte ovunque in Europa ma che qui è più marcata – e più evocativa – che altrove.

Già una volta la capitale austriaca aveva incarnato lo scontro tra la società aperta e i suoi nemici, quando la Vienna di Wittgenstein, di Freud e di Stefan Zweig è stata spazzata via dal nazismo, e nel senso più letterale del termine, visto che i protagonisti di quell’età dell’oro, non solo gli intellettuali ma tutto il milieu in cui fiorirono, erano ebrei: «La cosiddetta buona borghesia ebraica» che, scriveva Zweig, «ha dato valori essenziali alla cultura viennese ricevendone in cambio la totale distruzione». Le contraddizioni della Vienna di ieri raccontano qualcosa sul mondo di oggi. Nel 2013 Jonathan Franzen ha pubblicato Il progetto Kraus, uscito in Italia per Einaudi, un’opera di nonfiction ispirata a Karl Kraus, intellettuale viennese noto per le sue invettive. Franzen paragona esplicitamente la Vienna del 1910 agli Stati Uniti del 2013, «un altro impero indebolito che s’illude della propria eccezionalità mentre scivola verso una qualche sorta di apocalisse». Più recentemente, nel saggio breve “The city of the century”, che allude al presente senza mai nominarlo, l’Economist ha raccontato Vienna come «la culla della modernità e del fascismo, del liberalismo e del totalitarismo».

Uno dei luoghi che meglio incarnano il rinascimento viennese è Wieden, il quarto distretto sede del politecnico e del Naschmarkt, il mercato multietnico che è diventato una delle attrazioni turistiche della città, insieme alle destinazioni più paludate come Schönbrunn e il teatro dell’opera. Al Naschmarkt la scena è dominata dalle bancarelle di frutti essiccati, di spezie e dolci mediorientali, un tripudio di aromi e colori che quasi potrebbe rivaleggiare con i bazar di Istanbul o di Gerusalemme. In mezzo ad esse, i chioschi che vendono bratwurst e birra si alternano ai venditori di cianfrusaglie per turisti. Abbondano, e sono piene, le botteghe per foodies: formaggi francesi costosi, pasta di Gragnano, olii e aceti artigianali venduti alla spin, insieme a localini dall’aspirazione sfacciatamente glocal che hanno nomi come “OrientOccident” e promuovono contest su Instagram, o abbinano la vendita di cappelli sartoriali a quella di spuntini. Intorno, tra gli ampi corsi e un reticolo di vicoli, edifici ben tenuti in stile Art Nouveau e Wiener Moderne ospitano librerie indipendenti, caffè fair trade, hamburgherie nobilitate, negozi di dischi e rosticcerie vegane, insieme a qualche vecchio kebabbaro e negozi di cibo orientale a buon mercato. Ci sarebbero tutti gli elementi della gentrificazione, se non fosse che povero Wieden non lo è mai stato: non è un quartiere che si è arricchito, è un quartiere che si è aperto al mondo.

Secondo i dati ufficiali, la metà della popolazione di Vienna è composta da immigrati di prima o seconda generazione, provenienti soprattutto da Germania, Turchia, Polonia ed ex Jugoslavia. Ma anche migranti più recenti, giunti dall’Africa e dal Medio Oriente, inclusi 21 mila rifugiati arrivati in questi ultimi anni (stima del Guardian). Quando Ernst Schmiederer si è trasferito in città, negli anni Ottanta, la situazione era molto diversa: «Venendo da Salisburgo, dall’Austria occidentale più proiettata verso l’Europa, la capitale mi sembrava chiusa e provinciale. Poi la situazione si è capovolta». Oggi Schmiederer, un giornalista che ha lavorato come corrispondente da New York per testate germanofone, tiene la rubrica “Ausländer” per il quotidiano tedesco Die Zeit, dove racconta le nuove facce della Vienna straniera-per-metà e, con la piccola casa editrice da lui fondata, Blinklicht, pubblica libri su questo tema.

Oltre ai profughi e alle seconde generazioni, c’è una categoria che si fa particolarmente sentire: gli studenti stranieri, 60 mila ogni anno, dice Fabio Aromatici, autore del libro Secret Vienna Stories, ex manager della Fiera di Milano che ha lasciato la carriera per sostenere quella della moglie austriaca. Vengono dalla Germania, attratti dalla lingua comune e dai test d’ingresso, pare, più facili (c’è stata una polemica recente sui tedeschi che “rubano il posto agli austriaci”) e dal resto del mondo per studiare musica.

Radlager è un bike café in Operngasse, nel cuore di Wieden, poco lontano dal politecnico. Tutti hanno un Mac aperto, un taccuino oppure un libro: una ragazza africana ben vestita chiacchiera in tedesco col barista, che è spagnolo, vende caffé italiano (Passalacqua) e prende l’ordinazione di una coppia gay in camicia a quadri, mentre nel tavolo a fianco due trenta-quarantenni con le Clarks discutono in quello che mi pare russo (è bulgaro). Non è propriamente classe creativa, eppure quello che si respira nel distretto non è neppure il genere di globalizzazione associato alle grandi migrazioni economiche. «Ci sono tanti modi di essere cosmopoliti. Ci sono città polarizzate, dove c’è il mondo del lavoro internazionale (moda, design, banche, pr) e quello della “bassa manovalanza”; poi c’è il modello di Berlino, che piace tanto: un’immigrazione creativa, giovane, soprattutto europei dei Paesi considerati cool. Vienna non è né una né l’altra cosa, il suo è un cosmopolitismo più lento, come il Danubio, e molto mitteleuropeo», commenta Aromatici.

A Stallburggasse, nel centro storico, c’è il café Bräunerhof, un locale più tipicamente viennese, dagli antichi sfarzi e oggi un po’ malconcio, frequentato da anziani professori universitari (è a due passi dalla biblioteca nazionale). Lì incontro Ruth Wodak, linguista che studia la retorica del Fpö e autrice del saggio The Politics of Fear: What Right-Wing Populist Discourses Mean. Mi mostra alcuni discorsi di Johann Gudenus, il vicesindaco quarantenne eletto con il partito xenofobo. Dice cose come «l’Europa appartiene ai bianchi, vogliamo una politica orientata alle famiglie e alla popolazione che tenga in conto che l’Europa è bianca», «la potente lobby omosessuale vuole una parità assoluta di gay e lesbiche ed è facile vedere cosa succederebbe», oppure «l’asilo politico non è un diritto umano». Le domando come sia possibile che una città così meticcia e culturalmente viva abbia Gudenus per vicesindaco: «A Vienna ci sono sempre state queste due tendenze, lo spirito cosmopolita e il nazionalismo virulento. È stato così ai tempi di Francesco Giuseppe, e questi due fenomeni continuano a essere presenti simultaneamente anche oggi», risponde.

La polarizzazione, dice, è più forte nel sud della città, dove il Fpö ha sottratto molti consensi ai socialisti tra i ceti meno abbienti. Mi consiglia di farmi un giro nel decimo e nell’undicesimo distretto, tra Reumannplatz e Kaiserebersdorf: noto molte donne col velo islamico e qualche occidentale che le guarda storto, però mi accorgo che non parlano con accento tedesco, sono immigrati slavi: «Sembra una cosa controintuitva, ma è un fenomeno ben documentato quello degli immigrati di vecchia data che non ne vogliono di nuovi. Il Fpö pesca voti specialmente tra i serbi, che sono cristiani ortodossi e non hanno simpatia per i turchi, che sono musulmani», spiega Wodak.

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La chiesa di San Carlo Borromeo, nella parte sud della Karlsplatz

C’è un elemento ciclico nelle pulsioni di Vienna verso la chiusura, che hanno a che fare più con la paura che con il disagio economico, aggiunge una sua collega, la storica sociale Brigitte Bailer-Galanda: «Quando cadde il muro di Berlino, l’Austria e ancora più Vienna ne beneficiarono, diventando un hub tra est e ovest, però fu proprio in quel periodo che il Fpö cominciò a crescere, con Jörg Haider. La verità è che alcune persone si sentivano protette dietro la cortina di ferro, erano contente di stare in un cul-de-sac». Se facciamo un passo ancora più indietro, prosegue, Vienna iniziò a produrre i rigurgiti che l’avrebbero portata allo sfacelo proprio durante il suo periodo più dorato, con Karl Lueger, il sindaco antisemita eletto nel 1895 e che Francesco Giuseppe rifiutò di insediare, salvo poi cedere alle pressioni popolari due anni dopo: «Lueger è stata una reazione alla modernizzazione e ai diritti degli ebrei, proprio come in questi anni il successo del Fpö è una reazione alla globalizzazione».

In questa contrapposizione tra chiusura e apertura, c’è chi vede due anime della città, distinte e separate, in lotta fra loro. Altri però hanno ipotizzato che in questa tensione ciclica esista qualcosa di più complesso: forse la società aperta e i suoi nemici, lo spirito di Wieden e quello di Gudenus, sono più complementari di quanto non ci piacerebbe pensare. L‘Economist scriveva che «è stata la Vienna liberale a produrre il suo esatto opposto». Zweig parlava della Vienna di ieri come il luogo «dove era più facile sentirsi europeo» e dove «non si poteva essere un autentico viennese senza amore per la cultura, senza una comprensione critica e insieme gaudente per le più sacre superfluità della vita».

«Fummo costretti a dare ragione a Freud, che riconobbe nella nostra cultura e nella nostra civiltà un sottile diaframma che in ogni momento può essere sfondato»Franzen però, parafrasando Kraus, descrive quella stessa città come un luogo «dove il divario tra contenuto e forma diventava davvero pericoloso». In modo non diverso, prosegue, nell’Occidente di oggi «l’estrema sinistra odia la religione e pensa che coccoliamo Israele, l’estrema destra odia gli immigrati irregolari e pensa che coccoliamo i neri, ma la vera sostanza della nostra vita quotidiana è pura distrazione elettronica». Nel suo memoir Il mondo di ieri, scritto subito prima di togliersi la vita, Zweig diceva che soltanto una città come Vienna poteva partorire il padre della psicoanalisi, che è stato un figlio dell’Europa illuminata ma anche la Cassandra del suo disfacimento: «Fummo costretti a dare ragione a Freud, che riconobbe nella nostra cultura e nella nostra civiltà un sottile diaframma che in ogni momento può essere sfondato dagli impulsi distruttivi del mondo sotterraneo»..

Esiste però una differenza, tra la Vienna di ieri e quella di oggi. E, come la lezione di Zweig, anche questa parla al resto d’Europa: «I giornali stranieri scrivevano che saremmo diventati i primi a cadere in mano ai populisti, invece siamo stati i primi a respingere il loro assalto», dice Bailer-Galanda, la storica. Le fa eco Schmiederer, il giornalista dello Zeit: «La storia che continuiamo a sentire è che il populismo sta marciando sull’Europa incontrastato, invece Vienna ha dimostrato che possiamo fare qualcosa per fermarli». Tra noi e la barbarie c’è soltanto Vienna, che è la cosa più fragile.

Reportage fotografico di Julian Mullan.
Tratto dal numero 30 di Studio
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