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Quanto sono invecchiate le bambole?

Da Cicciobello all'esperienza delle American Girl: come le bambine di oggi si relazionano al giocattolo preferito delle bambine di ieri.

di Letizia Muratori

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Ai miei tempi Cicciobello, ovvero il bambolotto tradizionale, era considerato un fagotto noioso che tra Natale e Capodanno finiva a gambe all’aria in una cesta. Le bambine (un po’ viziate) di allora desideravano qualcosa in più. All’intramontabile gioco mammaefiglio occorreva una spinta ulteriore, e così apparvero sul mercato italiano le Cabbage Patch Kids: bambole da adottare, Camilla: la viaggiatrice col passaporto, il Cercafamiglia Harbert: cagnolone abbandonato con le orecchie basse. Creature adorabili quanto bruttine per cui si facevano pazzie. Non solo pannolini, vestitini, pettini, pentolini colmi di pappette immaginarie, le mammine degli Ottanta entrarono in possesso di tutta una serie di scartoffie burocratiche: vari documenti che le riconoscevano come tali. Quel nuovo gioco non era fatto solo d’affetto, contava parecchio l’investitura, il ruolo ufficiale. La finzione era, per così dire, attestata, dunque più seria che mai.

Anni fa ho scritto un libro sull’argomento dopodiché, non avendo figli, ho smesso di aggiornarmi. Guardandomi intorno però non vedevo altro che un proliferare di surrealismo in miniatura: pupazzetti di peluche con gli occhi giganteschi (sì, loro: i Ty, quella specie di rivincita dei Gremlins che ha invaso le case dei miei amici genitori), principesse Troll col ciuffo fucsia (Poppy), mentre negli Stati Uniti, dove mi capita di andare spesso, mi attendevano le Shopkins, un plotone di nane glitter. In Tv spopolavano ovunque: Masha, la tappa della dacia, le odalische tascabili Shimmer and Shine, e i Bubble Guppies, sirenette ambosessi, macrocefale. Dora l’esploratrice, altra capocciona. Se poi vogliamo dire che quel maiale egizio, sempre di profilo, di Peppa è una cosa molto intelligente, sono d’accordo. C’è modo e modo di meritarsi il nobile titolo di freak, e tutta la banda di Peppa, con quella boccuccia parlante storta, non ha rivali.

Ascoltando le mie amiche madri ho scoperto che, malgrado i freaks, le bambine giocano ancora con bambole normali

Detto questo, niente di ciò che sbirciavo con la coda dell’occhio lasciava presagire un ritorno di fiamma per il registro classico e ben proporzionato. Sarà che coglievo segnali pervasivi ma al tempo stesso incompleti, intercettavo i prodotti, le esche, e mi mancava l’esperienza diretta con i presunti consumatori. Ascoltando le mie amiche madri ho scoperto che, malgrado i freaks, le bambine giocano ancora con bambole: normali. Per loro è ovvio, per me sorprendente. La fascia d’età è fondamentale, e specie le più piccole non disdegnano il solito bambolotto. In effetti, perché dovrebbero? Come mi sono permessa di insinuare che non desiderino più imitare le loro mamme? All’istinto materno innato non ho mai creduto tanto, ma diciamo che la mia visione di treenni nerd che giocano solo a Candy Crush sul tablet era estrema e inattendibile.

 

 

«La gente è convinta che i bambini siano tutti elettronica dipendenti per un motivo: quell’ora scarsa di tablet concessa il genitore se la tiene stretta per quando esce, va a cena fuori o deve fare la spesa»

Cercando di allargare l’indagine e di renderla più credibile, ho chiesto alla mia amica Simonetta Valentini, che più o meno dal 1982 mi fa da tramite con tutto ciò che c’è di interessante e curioso in giro, di mettermi in contatto con gruppi social di madri. Da sola non osavo farmi avanti. Anche in questo caso i miei pregiudizi di inesperta sono stati smentiti: «Ti dirò di più – scrive F. –, l’aspetto tecnologico delle bambole (laddove ci sia) attira il bambino solo inizialmente… Mia figlia ha sfilato tutte le scatoline elettroniche che erano dentro le bambole. Certo lo ha fatto per curiosità, ma poi non ha mai più usato quei dispositivi, non ne ha sentito la mancanza. Le interessa molto di più ripetere il rito del bagnetto, prepararle da mangiare…». Il sospetto che dietro questa storia del gioco puro, innato e intramontabile aleggiasse lo spettro del politicamente corretto, della realtà come ci piacerebbe fosse, è svanito quando, sempre F., ha aggiunto: «La gente è convinta che i bambini siano tutti elettronica dipendenti per un motivo: quell’ora scarsa di tablet concessa il genitore se la tiene stretta per quando esce, va a cena fuori o deve fare la spesa… Le persone vedono in giro questi bimbi con il tablet, ma non sanno che quei momenti sono gli unici della giornata, e ti salvano la vita».

Dunque prima di fare i cinici, gli scorretti a oltranza, i sospettosi, basta fare qualche domanda a chi si confronta ogni giorno con quel difficile compito che è l’educazione di un bambino. Ho raccolto anche testimonianze di mamme di maschi, categoria tradizionalmente a parte. S. ne ha tre, il più piccolo (quasi sei anni, lui ci tiene a precisarlo) e il più grande (dieci) sono attratti in modo maniacale dai giochi elettronici, mentre il medio (sette anni) pensa solo a dare calci al pallone e la tecnologia per lui potrebbe non esistere. Ma esiste, e S. invita a non demonizzarla perché è controproducente oltre che anacronistico. In casa sua, S. ospita anche tante «femminucce che si rifugiano in un mondo fatto di schermi» e snobbano Barbie. A proposito, è molto interessante ciò che scrive E., sociologa oltre che mamma. Ricorda come ai suoi tempi (è del ‘71) alcune madri impedivano alle figlie di giocare con Barbie e non amavano tanto le bambole. Trattasi di pedagogia gender fluid ante litteram? O di moralismo bacchettone, visto che le povere Barbie venivano liquidate come svergognate?

La morale emersa è impermeabile al tempo: il bambino, da sempre, desidera giocare, molto più che il giocattolo in sé

In ogni caso, oggi, non mi pare che nessuno si preoccupi più di arginare la femminilità delle bambine, semmai è il contrario. In generale mi è arrivata una valanga di commenti del tipo: «Ma scherzi? Non vanno più le bambole? Mia figlia ne chiede una nuova a settimana!» Oppure: «Guarda che ci gioca anche il mio, il maschio, moltissimo». I maschi (qui mi riferisco alla sottocategoria fratellini di femmine) pare amino molto trascinare il passeggino, sono dei trascinatori nati. Al parco qualche padre – così mi è stato segnalato da una fonte anonima – vedendoli all’opera: «Beh, si storce». A questo punto ho intervistato anche loro, i padri. Un certo M. ha dichiarato piatto che il problema con le bambole sono i cani: «Bisogna difenderle dagli assalti dei Golden retriever».  Tanto cari con tutti, i Golden, ma non con le bambole. Mentre S. ha sottolineato il rilancio del legnetto punitivo. Anche lui è stato piuttosto asciutto. «Scusa, ma cosa è il legnetto punitivo?», ho azzardato io. Ikea, pare abbia lanciato una linea di giochi d’ispirazione montessoriana. La morale emersa è impermeabile al tempo: il bambino, da sempre, desidera giocare, molto più che il giocattolo in sé. D’accordo, mi fido, i genitori mi hanno convinto.

Berenguer Classic's Sophia and Leonor do

Ma vediamoli, questi Cicciobello: sono proprio loro, quelli che alla fine li riempi di scarabocchi e gli smozzichi i capelli con le forbici? Sì, resistono. E si contendono il mercato con le Corolle: più minute, francesi e, s’intende, più chic. Ma c’è anche una corrente iperrealista che riecheggia le Reborn Dolls, le bambole rinate, destinate inizialmente al collezionismo. Oggi, per farla breve, pare ci siano mamme (adulte) di Reborn che si spingono a chiamare tate per accudirle, o portano le Reborn dal medico di base per poi scappare via con una scusa quando arriva il loro turno. Il fenomeno è ovviamente virale, già un po’ vecchiotto, vanta un blogger smascheratore di gruppi segreti, e su You Tube pare ci siano oltre 400 mila video d’ambientazione nordamericana. Io non ne ho visto nemmeno uno, riporto ciò che ho letto su un articolo, peraltro molto accurato, del Corriere.

Le bambole iperrealistiche hanno occhi velati, rughe, pieghe: osservandole torna in mente quel monologo geniale in cui Louis C. K. paventava un aereo pieno solo di neonati

Ora, le bambole iperrealistiche prodotte per il mercato tradizionale dei giocattoli, grazie al cielo, non sono tanto estreme, non hanno ancora attaccato il cordone ombelicale, ma a volte sembrano così vere che quasi non le puoi guardare. Hanno occhi velati, rughe, pieghe: osservandole torna in mente quel monologo geniale in cui Louis C. K. paventava un aereo pieno solo di neonati, dove anche i piloti sono neonati. Di fronte alle Anne Geddes Dolls ma anche alle più convenzionali Rauber, appare immediatamente (parlo per me) la scena del baby pilot di Louis C. K. che ti saluta, sinistro, dalla cabina, mentre il dolce cucciolo in stile Geddes, mascherato da girasole, passa in secondo piano. Eppure alcuni bambini le adorano, se si abituano al baby pilot poi la bambola di pezza te la tirano dietro. «Bene, cos’è che li conquista?», mi informo. Il peso. E’ il peso che le rende attraenti, dunque il gioco si fa più serio, e la finzione diventa simulazione, proprio come ai tempi delle bambole coi documenti, il principio è lo stesso. Le fotografie della Geddes hanno sicuramente stabilito un canone, puntando su un’ultratenerezza che alla lunga ti contorce le budella. Dall’immagine del bebè girasole si è passati alla bambola bebè girasole, ma gli esemplari più o meno realistici ci sono sempre stati. Anch’io ne avevo uno, Tenerecarezze, lo rispettavo parecchio, e non mi sarebbe mai saltato in mente di sfigurarlo con la biro: lo temevo. Mia madre, invece, aveva il suo Tonino, altro replicante che è ancora riposto in una cassapanca, e non gli è passato un giorno dagli anni Quaranta.

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Ok, fanno sorridere, ma non solo. C’è un piccolo particolare che merita attenzione: perché queste American Girl hanno facce da seienni?

Infine ci sono le American Girl, e meritano un capitolo a parte. Sono bambole personalizzate, di fattezze abbastanza tradizionali, né troppo vere né troppo finte. Sulla scatola si legge “Just like you”, che però non tradurrei alla lettera, ma con un più ampio: senza di te sono niente, ti aspetto, inventami, sono la tua sosia oppure l’eroina dei tuoi sogni. In questa direzione va la linea Create your own. In sostanza puoi assemblare la tua bambola, scegliendo tra più di un milione di combinazioni. E se desideri salvare la creatura e dargli una certa personalità, una storia, una finta bio, puoi aprire un account. Ovviamente il bambino è seguito dalla mamma che esegue, paga e ordina gadget. Alla base di tutto l’universo American Girl c’è la mistica Usa dell’experience. Non si tratta di un semplice gioco, figurarsi se possiamo chiamarlo giocattolo: American Girl è pura experience, alla pari di una cena a tu per tu con Elsa o con Moana a Disneyland. Experience sono anche i negozi American, muniti di Spa per i clienti. Le bambine o le mamme? Tutte e due. La Spa per bambine credo sia una experience che punta molto sugli smalti.

Sul sito ci sono diversi prototipi di American Girl cui ispirarsi. Io mi sono fissata con Gabriela McBride, non a caso è stata eletta ragazza dell’anno 2017. Gabriela è una ballerina, un’artista e una poetessa, ma il suo mondo sono le parole, perché con le parole puoi rompere tutte le barriere! Niente, la voglio, è il mio idolo. Anche Z Yang non è male, forse un po’ troppo arty, è una filmmaker che cerca di sfondare. Julie Albright invece non la capisco, non sta tanto in piedi il suo personaggio: è hippy, una ragazza dei primi Settanta, ma invece di farsi e di dedicarsi al libero amore, gioca nella squadra di baseball, con i boys. Kitty Kittredge è una sicurezza, una futura regina del Soroptimist. Melody Ellison è una kennediana mulatta che lotta per i diritti, e indossa il tailleur di Jackie. Rebecca Rubin, nel 1914, pensa solo a rispettare shabbat, molto pia. Nanea Mitchell cerca di dimenticare Pearl Harbor, a colpi di Aloha Spirit.

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Ok, fanno sorridere, ma non solo. C’è un piccolo particolare che merita attenzione: perché queste American Girl hanno facce da seienni? (Seienni versione bambola, standard, ma comunque infantili). In principio c’era Barbie, la donna che la bambina voleva diventare, oggi per la stessa fascia d’età c’è American Girl: la ragazza inventata in cui la piccola riconosce la sua faccia. E’ un nuovo esperimento nel solco rodato dell’experience.  Già adottare una Cabbage era experience, così come lo è andare in giro con la tiara in testa, perennemente vestite da princess. Purtroppo non sono riuscita a capire quanto costa, l’experience. In Italia al momento non sarà tanto a buon mercato, mentre in patria prima di farti un’idea devi superare tutte le varie offerte, le facilitazioni, gli sconti. Al momento di pagare sembra che l’unica cosa che conti sia il risparmio. Comunque sia, gli stivaletti di Kitty stanno intorno ai dieci dollari, ma domani forse te li regalano, se compri anche il suo ricettario. Puoi cambiarlo con lo scrapbook di Z Yang quando vuoi, anche tra un anno.

P.s. Consiglio la serie di ritratti di Ilona Szwarc a chi volesse farsi un’idea di cosa sia il mondo American Girl al di là dei canali promozionali e, più in generale, riflettere sul tema donna-bambola-identità, alla luce di un’estetica emotiva fredda che trasmette un misto di rassegnazione e fierezza. Sono piaciuti perfino a me che non amo tanto il genere, e da anni mi batto, invano, per il ritorno del sorriso nelle belle foto.

 

Foto Getty e dalle pubblicità di American Girl
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