21/09/2011 Articoli

Band of Outsiders

Scott Sternberg, Band of Outsiders, è “diverso da tutti gli stilisti finora conosciuti”

di Fabiana Fierotti Stampa

Ho incontrato Scott Sternberg a giugno, nella hall del suo albergo, con addosso una carica positiva e rilassata e lo spirito avido di conoscere ogni dettaglio relativo allo show-musicale visto la sera precedente all’ex Manifattura Tabacchi di Firenze, per la presentazione della nuova collezione p/e 12 del marchio Band of Outsiders.

Scott si è presentato con la sua ormai famosa polo This is not a polo shirt e con un fare diverso, diverso da tutti gli stilisti finora conosciuti. Sarà perché ha studiato per diventare un ingegnere o perché quando parla di cinema e di Broadway lo sguardo gli si illumina di ammirazione e passione vera, ma Sternberg pare avere un approccio diverso alla moda e alla vita in generale.

«Ho iniziato a lavorare alla collezione e mentre stavo guardando il musical Singing in the Rain in cerca di ispirazione, ho ricevuto una chiamata dagli organizzatori del Pitti e mi si è automaticamente accesa una specie di lampadina; così ho comunicato al mio team: Ok, faremo un musical. Ovviamente non avevo idea di cosa significasse mettere su uno spettacolo del genere, ma ho iniziato a sviluppare la collezione in quella direzione e l’idea di un incontro dialogico tra cinema, Broadway e moda mi faceva letteralmente impazzire. Ho semplicemente iniziato a cercare tutti i brani tratti da musicle che avevo conservato nella libreria del mio i Tunes, ho visto America e ho pensato: Cavolo, è perfetto! È stato pazzesco. Poi sono arrivato al prologo di West Side Story. Quindi ho scritto il copione, ho contattato il coreografo ed è venuto fuori esattamente ciò che hai visto ieri sera. La cosa più piacevole e bella che abbia mai realizzato».

Detta così sembra quasi una passeggiata, ma lo show è stato veramente degno di nota. Tutto, dalle luci, agli abiti, alle coreografie, alla location sembravano far parte di un ensemble armonico studiato nei minimi dettagli.

La collezione, basata sulla contrapposizione tra la New York posh e quella delle gang, è giocata su contrasti e tocchi di colore, come il bianco optical: «Suonava così moda e musical al tempo stesso che non ho potuto fare a meno di usarlo. Ha dato alla collezione una sorta di rimando agli anni ’80 più sportivi; vederlo su polo e jeans è stato emozionante e stimolante da un punto di vista creativo. A prima vista lo abbiamo chiamato Teen Angel, qualcosa a metà tra gli anni ’50 e gli anni ’80».

In effetti è da riconoscere un rimando a realtà diverse facenti parte dello stesso microcosmo, un uomo dall’attitudine più street e uno più business e una donna chic, dalla verve francese molto sofisticata: «Penso che questa collezione sia più trasparente. È più moda, è più pensata per i clienti, in modo che possano avere nelle loro mani qualcosa di buona qualità, che non ha prezzo. Stiamo facendo le migliori scarpe e giacche e volevamo sottolineare una dicotomia sartoriale/sportivo non sempre ben evidenziata».

Ricordando delle opinioni contrastanti raccolte dopo lo show, su quanto il brand sia di ottima qualità e dal design impeccabile, ma dal costo troppo elevato rispetto alla propria giovane fama, ho voluto dare occasione a Scott di “difendersi” da uno dei più grandi non sense del mondo della moda, che non permette a brand emergenti – anche se Band of Outsiders non può lontanamente essere definito tale – di avere la stessa rilevanza dei nomi più conosciuti ed established del sistema. «È una lotta continua. Tutti gli abiti che produciamo sono davvero bellissimi, non li produciamo né in fabbrica né in Cina. Sono cuciti e curati in ogni piccolo dettaglio: spalle, maniche, cuciture, bottoni, materiali. Non esagero nel dire, per quanto riguarda i completi da uomo, che sono davvero un classico al pari di qualunque altro, dalle proporzioni più fresche. Il nostro obiettivo è educare il cliente e fargli notare che tutto è made in Italy o cucito a Brooklyn, a mano. Hai ragione nel dire che si ottengono reazioni del genere soltanto perchè il brand si chiama Band of Outsiders. Ma spero proprio che queste persone, indossando i nostri capi, si rendano conto che non si tratta di una cosa fatta in serie, ma che calza a pennello come se fosse fatta su misura. Non faremo mai nulla che non abbia niente di speciale e che lasci il nostro pubblico in silenzio».

 

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Fabiana Fierotti

Giornalista

palermitana, scrive di moda per svariate testate online e cartacee. collabora principalmente con L'Uomo Vogue.

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