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Un tizio ha creato una mappa di tutti i musei più strani e di nicchia del mondo Volete sapere dov'è che si trova il museo delle pompe di benzina, quello delle archeoplastiche o degli spazzacamini? Questo è lo strumento che fa per voi. E sì, questi musei esistono tutti e si trovano tutti in Italia.
Tra i film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia si è aggiunto all’ultimo NAZA, il nuovo documentario dei registi di No Other Land Yuval Abraham e Rachel Szor Prodotto (tra gli altri) dal Guardian e dal Guardian, e il titolo è l'acronimo con cui l'intelligence israeliana conta i civili palestinesi che muoiono nei raid.
C’è un film d’animazione così brutto che sta diventando campione d’incassi perché le persone vanno a vederlo per accertarsi che sia davvero così brutto Niu Lai è il film del momento in Cina, prodotto dell'ingegno di una madre e un figlio senza nessuna esperienza e formazione in cinema d'animazione. E si vede.
Le donne iraniane si stanno togliendo il velo e stavolta il regime è troppo impegnato nella guerra con gli Usa per farci qualcosa La repressione non si ferma, ma ormai le donne che semplicemente rifiutano di mettere l'hijab sono troppe per perseguirle e condannarle tutte.
A Jeff VanderMeer è piaciuta moltissimo la copertina della traduzione italiana del suo ultimo romanzo, Absolution Così tanto che le ha dedicato un post su Instagram, definendo «just stunning» il lavoro di Einaudi e di Lorenzo Ceccotti.
In tutta Europa la vendemmia non è mai iniziata così presto (e sì, anche in questo caso c’entra la crisi climatica) In Sicilia, Franciacorta, Trentino, Toscana, Borgogna, Champagne, Portogallo, Spagna. Si è iniziata la raccolta già a luglio, in alcuni casi.
Grazie al successo dell’Odissea di Nolan, il Met di New York ha deciso di esporre al pubblico la più antica “copia” esistente dell’Odissea di Omero Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.

Sui giornali vs Google

Si intensifica, a colpi di appelli e copyright, la battaglia contro il motore di ricerca. Ma siamo sicuri che convenga a qualcuno?

09 Novembre 2012

Se persino uno poco incline ai compromessi come Rupert Murdoch ha fatto retromarcia verso la fine di settembre, qualche domanda sulla guerra continua che i gruppi editoriali stanno conducendo contro Google, c’è da tornare a porsela.
Un articolo uscito sull’Economist di oggi, fa il punto della situazione sulla battaglia contro il gigante di Internet da parte dei giornali di più o meno tutto il mondo, battaglia che si è intensificata negli ultimi mesi.

L’oggetto del contendere è sempre quello, e cioè gli incriminati titoli e gli estratti dai quotidiani che Google News pubblica giornalmente e gratuitamente producendo milioni di click e abbassando, sostengono gli editori, i numeri di vendita cartacea e digitale dei giornali che quei contenuti li hanno fino a prova contraria prodotti.

Dicevamo di Murdoch: era stato l’australiano infatti uno dei primi a fare la voce grossa contro Google, fino a negargli la possibilità di pescare fra le testate di sua proprietà, salvo appunto aver deciso di cambiare idea appena qualche settimana fa, riaprendo le porte a Google e optando per una strada conciliante.

Non la pensano tutti come lui in giro per il mondo: i parlamentari tedeschi, su sollecitazione degli editori, stanno infatti valutando di legiferare per allargare il copyright agli estratti di articoli che compaiono sulle pagine del motore di ricerca senza autorizzazione. Delle stesse tonalità il recente monito di Hollande a Eric Schmidt di Google: se non pagate i giornali – ha tuonato Monsieur le Prèsident – facciamo come la Germania.

E lo scenario è più o meno il medesimo in gran parte dei paesi europei e non.

Ora, il quesito è: davvero la pubblicazione di titoli ed estratti sta danneggiando l’industria editoriale? E siamo proprio sicuri che la strategia migliore sia quella di contrapporsi lividi e indignati alle politiche libertine e flessibili del motore di ricerca che tutto muove?

In linea di principio, gli editori avrebbero anche le loro ragioni: i contenuti che io produco, con dei costi, e che vendo, tu non puoi regalarli. Non si fa. Ma le questioni di principio si addicono poco all’epoca di grandi cambiamenti che stiamo vivendo, soprattutto se escono dalla bocca di chi di problemi ne ha francamente ben altri. Mi spiego meglio: sono fra quelli che pensano che i problemi di chi da notizie, fornisce opinioni e punti di vista, oggi siano ben altri rispetto a Google.

E che Google abbia anche delle ragioni quando diffonde dati in cui afferma che dalle sue piattaforme partono circa 4 miliardi (sempre secondo l’Economist di oggi) di click al mese verso i siti di news.

Il ripensamento, come ben sappiamo, dev’essere più di ampio respiro, sui modelli, sulla qualità di quello che si produce, sui costi, sulle piattaforme. È anacronistico pensare di lavarsi un lembo di coscienza accusando della debacle generale il progresso e la trasformazione tecnologica che stanno rivoluzionando il nostro modo di comunicare.

Parafrasando uno slogan ripreso da Renzi in campagna elettorale (l’ormai celebre vento non bloccabile con le mani): non si ferma Google con la burocrazia del secolo scorso.

Dall’altro lato, però, forse anche per Google sarebbe conveniente cambiare una strategia che ad oggi passa obbligatoriamente dallo strettissimo “noi non paghiamo nulla, non esiste, o così o arrivederci”. Nell’immediato potrebbe anche funzionare certo (e funziona), del resto quelli in crisi sono i giornali e non di certo Google.

Ma c’è un però grande come una caseggiato: vincere facile oggi, infierendo fra l’altro sul presunto nemico, rischia di trasformarsi in un boomerang. Soprattutto perché quando i produttori di news sostengono che senza il loro lavoro resterebbe ben poco da aggregare, riprendere e rendere virale e condivisibile, non fanno poesia: espongono una realtà oggettiva e inconfutabile (vedi l’attenzione particolare che Twitter, ad esempio, sta rivolgendo a giornalisti, testate e produttori di contenuti).

Ma anche perché, pensandoci bene, una mossa intelligente di Google potrebbe configurarsi più o meno così: carissimi giornali, i titoli e gli estratti degli articoli non ve li paghiamo così come sono, mollatela con le lagne e gli appelli ai politici per ristabilire l’ordine attraverso un copyright senza se e senza ma. Ma non vogliamo la vostra fine, tutt’altro; abbiamo bisogno di giornali performanti, in forma, proiettati nel futuro, non di vecchi arnesi rancorosi. Voi avete autorevolezza e professionalità, noi abbiamo la tecnologia. Sediamoci a un tavolo, ritroviamo entusiasmo e progettiamo il domani.

Anche perché, pensateci bene, anche a livello di marketing c’è una bella differenza fra essere ricordati come quelli che han fatto la rivoluzione sul cadavere dei giornali e quelli che l’han fatta salvando l’industria dei media dalla crisi.

Tutto molto complicato ovvio, ma sedersi a un tavolo, legittimarsi a vicenda e lavorare su accordi condivisi pare ad oggi l’unica parvenza di principio di soluzione.

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