Queste traditrici
23/04/2012 Articoli

Queste traditrici

Girls, la serie Hbo, ha scatenato l’ennesima polemica sul corpo delle donne. Che se sono belle…

di Violetta Bellocchio Stampa

Preceduta da un livello di hype che manco la seconda calata di Nostro Signore e accolta da un trattamento critico più che rispettabile, la serie televisiva Girls ha una premessa semplice semplice: quattro ventenni bianche si ritrovano a New York e tentano di navigare la vita adulta, senza riuscirci. Andando in onda su HBO, c’è subito un po’ di sesso imbarazzante; andando in onda su HBO, scattano paragoni non richiesti con Sex and The City. Succede.

L’attrice protagonista Lena Dunham, che qui è anche sceneggiatrice e ha diretto l’episodio pilota, ha dichiarato che una delle ragioni per lavorare a una serie TV, per lei, era la scarsa visibilità del suo tipo di corpo nei media americani.

La conversazione si sposta subito sul sintagma “una ragazza grassa sul piccolo schermo: che straordinario risultato per la società intera!”, con un accenno di “secondo te ègrassa, oppure è meglio dire voluttuosa?”.

Va detto, in Girls la Questione del Corpo è in primo piano, da subito. C’è una scena molto ben scritta, dove la protagonista – che di se stessa non dice «forse devo mangiare meno», ma si considera proprio fat, grassa, mentre azzanna cupcake nella vasca da bagno – spiega di essersi fatta la maggior parte dei suoi tatuaggi durante il liceo. «Ero molto aumentata di peso molto in fretta», racconta al suo (inadeguato) ragazzo, «i tatuaggi erano il modo per esercitare una forma di controllo sul mio corpo». Ecco, questa è una frase che potreste sentire davvero, a volte detta ridendo, a volte con estrema convinzione. Una cosa “interna”, se volete.

Ma non è di questo che tutti parlano. Di cosa parlano?

1. Il sesso / l’età. Ok, se scrivi una storia su quattro ragazze e invece di chiamarla Quattro ragazze la chiami Ragazze, punto, apri la porta a sgradevoli confronti tra la tua visione di un certo sesso/strato anagrafico e l’estrema diversità interna a quel sesso/strato anagrafico nel mondo reale. Jessica Valenti scrive: «Girls mi ricorda Sex and The City, perché ha la patina e l’ambizione del prodotto ‘avanti’ senza essere minimamente riconoscibile alla maggioranza delle donne». (O, per dirla con un’altra ragazza, stavolta italiana: «Gli unici esseri umani con cui empatizzare sono le comparse per strada in lontananza».) Se il tuo lancio si racchiude in venite a guardare voi stesse in TV, per forza non ci si ritroveranno tutte tutte tutte. Del resto, se io consumassi solo prodotti che “mi rispecchiano” come femmina e come persona, potrei andare al cinema una volta ogni tre anni. E vedrei solo i film dove c’è Marisa Tomei nuda.

2. La razza. A partire da un’osservazione ragionevole («possibile che si mostrino solo ariani in uno show ambientato in una metropoli da dieci milioni di abitanti? Oh che è questo, Friends?»), sono già stati introdotti i seguenti argomenti: «Girls è una serie razzista?», «arriveranno mai delle lesbiche, in Girls?», e soprattutto «le sceneggiatrici di Girls sono razziste?». Va’ a capire se fosse volontario o meno, è passato un messaggio: viva la diversità, purché i corpi appartengano a ragazze bianche, etero, alla moda, giovani.

3. Lo psicodramma collettivo.

E mo’ ci divertiamo.

In un articolo uscito due anni fa, la scrittrice Emily Gould criticava selvaggiamente la politica del corpo impiegata da siti e blog “femministi” per ragione sociale, che guadagnano dalla vendita di spazi pubblicitari, e come strategia acchiappa-accessi creano polemiche continue sull’eccesso di “donne perfette” al cinema e in TV. Avendo lavorato per uno di questi portali, la Gould fu crocifissa in sala mensa e accusata di pugnalare alle spalle il piatto dove mangiava e bla bla bla. E sapete che c’è? Lei aveva ragione. Usava argomenti da insider per raccontare posti che io ho frequentato solo da lettrice, da paio d’occhi e da dita che generano click, e dove è molto frequente usare “anoressica” come sinonimo di “stronza”, o, peggio mi sento, “puttanella“. Lì dentro, perché il sesso a cui appartengo per nascita possa davvero raggiungere la Terra Promessa, dobbiamo affidarci tutte a una figura messianica dai connotati indefiniti ma comunque non magra, altrimenti siamo fottute. Se una donna incarna l’idea di bellezza dominante in una certa estetica, perché così ci è nata o perché considera una priorità per se stessa avvicinarsi a quell’idea di bellezza, la donna è una traditrice, una decerebrata. E di nuovo, comunque, si inchioda «la bellezza» a questione di centimetri, a libbre di carne.

Stiamo attraversando la stessa stagione di isteria dove una commedia modesta ma innocua come Whitney è accusata di riportare i diritti civili indietro di quarant’anni, ma allo stesso tempo la fu icona della bellezza fine e di classe Ashley Judd viene sottoposta a mille analisi spettroscopiche da tinello per stabilire se un certo gonfiore apparso nel suo viso sia la prova provata di un passaggio del bisturi lucente; in fondo lei «non ha più il faccino grazioso che aveva nel 1998». (Testuale, giuro.)

Questa è la parte dove chiedo scusa in anticipo.

L’anoressia è il call center dei disordini alimentari. Tutti sanno cos’è, a grandi linee, tutti concordano nel dire che è una cosa orribile e una piaga della società, e tutti sussurrano poverine all’indirizzo di chi ci si trova dentro. Detto ciò, l’anoressia è solo una nella galleria delle forme di auto-sfruttamento del corpo. La più comune? No, affatto. La più mediatizzata, la più facile da fingere di raccontare in tre minuti? E’ ovvio. (Vedi alla voce: «oddio, la thinsploitation! Siamo tutti condannati!».) Per capirne qualcosa, ho dovuto a. parlare con una che c’è passata (ciao) e b. leggere il libro memoriale di Portia de Rossi (Ally McBeal, Lindsay di Arrested Development), una donna che lavorava con e grazie alla sua bellezza, e intanto si considerava un mostro, odiava ogni parte di sé, si buttava sotto la doccia ripetendo perché io non valgo, eccetera. Però. Classificata alla voce «anoressia», la signora de Rossi soffriva di parecchi disturbi diversi: ha avuto fasi di forte denutrizione, fasi di abbuffate con vomito, fasi di dieta-e-ginnastica praticate in maniera ossessiva… L’unico tratto in comune era un disprezzo furibondo verso se stessa, che lei aveva dentro fin dagli 11-12 anni, ben prima di diventare modella e attrice. Ma per altri è più rapido tirare la croce addosso ai media, perché vedete, l’anoressia. E intanto: bulimia, dismorfismo corporeomangiare in modo compulsivo. Ciao.

Nessuno mi vuole bene a parte Marisa Tomei Nuda.

Prima ho detto «Marisa Tomei nuda» perché stavo pensando a The Wrestler e ho un tatuaggio molto grosso. La verità è che l’esistenza di Marisa Tomei Nuda mi aiuta ogni singolo giorno su questa terra. Non perché lei si spogli a quarant’anni (anche se), e non perché abbia un corpo stupendo (anche se), quanto perché, ed è evidente, lei si piace, nella sua pelle sta bene. Questo è un obiettivo a cui arrivare. Nessuno può dirti come.

 

 

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Violetta Bellocchio

Scrittrice

Violetta Bellocchio cura la rubrica "Donne e Web" per Grazia e la rubrica "Decoder" per E - il mensile di Emergency. Collabora a D - la Repubblica delle donne, Link Magazine, Italic. Il suo primo romanzo è Sono io che me ne vado. Il prossimo libro uscirà per Mondadori nel 2013. twitter @violetta_b