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14:43 mercoledì 17 giugno 2026
In Antartide non ha mai fatto tanto caldo come nell’ultimo mese e gli scienziati dicono che la situazione ormai è «assolutamente pazzesca» Ci sono due gradi in più del precedente massimo registrato. La neve che copre il terreno si scioglie. In cima ai ghiacciai piove invece di nevicare.
La FIFA vuole coprire tutti i loghi dei brand con cui non ha accordi commerciali negli stadi del Mondiale, ma di questi loghi ce ne sono troppi e non ci sta riuscendo E dove ci è riuscita ha ottenuto un discreto effetto comico, come nel caso del telo bianco messo a coprire il logo Levi's al Levi’s Stadium di Santa Clara.
Nel loro concerto a Bologna i Kneecap hanno fatto salire sul palco Jose Nivoi del Calp per parlare del blocco con cui i portuali vogliono fermare le armi dirette in Israele Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».
Le maglie da calcio più desiderate di questi Mondiali costano soltanto 50 dollari, raccontano New York e sono un’idea di Mamdani Sono state disegnate da un'artista di Brooklyn e realizzate da una piccola azienda famigliare di Bed Stuy. Una risposta al costosissimo merchandise ufficiale del Mondiale.
Un regista ha deciso di distribuire il suo primo film esclusivamente in videocassetta per protestare contro l’AI È la prima volta che succede in 22 anni. Il film si intitola This is How the World Ends e lo ha diretto Robert dos Santos.
In Cina hanno cancellato più di 12 mila corsi di laurea perché l’AI li ha resi obsoleti I tagli si sono concentrati soprattutto (come sempre in questi casi) nelle arti e nelle discipline umanistiche, ma ce ne sono stati parecchi anche nelle lingue straniere e nella gestione aziendale.
Una ricerca ha dimostrato che andare in bici fa così bene a corpo e mente che dovrebbe rientrare nelle politiche di salute pubblica La ricerca comprende 87 studi da 19 Paesi e conferma che la bici è uno dei più efficaci strumenti per migliorare la qualità della vita in città.
È disponibile in streaming Free Party: A Folk History, uno dei più bei documentari di sempre sulla storia dei rave Presentato nel 2023, il film di Aaron Trinder racconta la nascita della scena rave britannica e soprattutto il leggendario festival di Castlemorton, uno dei più grandi rave di tutti i tempi.

Hitoshi Matsumoto

Ritratto dell'ex comico e surreale regista giapponese. Onirico e visionario, fu premiato a Cannes nel 2007. Sconosciuto in Italia, ora in Dvd.

26 Settembre 2012

Da qualche tempo è disponibile per il mercato home video un ottimo film dal titolo Saya-Zamurai. Il titolo è (più o meno) traducibile come Il Samurai con il Fodero. Il regista è Hitoshi Matsumoto, attualmente uno dei registi più interessanti e geniali in attività. Prima di entrare nello specifico del suo ultimo lavoro, datato comunque 2010, raccontiamo un po’ della vita di quest’uomo. Hitoshi Matsumoto è un comico giapponese. Insieme all’amico Masatoshi Hamadaha fondato nel 1982 il duo comico Dowtown, uno dei più famosi e influenti esempi di Owarai, ovvero l’umorismo televisivo giapponese. Matsumoto, all’interno del duo, è quello che viene definito il boke, quello un po’ vecchio o distratto che dimentica facilmente le cose. Una delle tecniche più utilizzate dal boke è il Deadpan, la faccia impassibile. Al comico può succedere di tutto ma lui non cambia minimamente espressione del viso, suscitando quindi per contrasto l’ilarità del pubblico. Al tempo stesso è capace di esplodere in reazioni totalmente esagerate. Per completezza: l’altra faccia della medaglia del boke, quindi in questo caso il ruolo di Hamadaha, è il tsukkomi, quello che corregge il boke e lo punisce per i suoi errori. Come si diceva precedentemente, i Dowtown rappresentano uno dei più noto fenomeni comici televisivi giapponesi di sempre. Ancora oggi i due sono tra i volti più amati dal pubblico televisivo e ogni loro trasmissione è un vero successo. Hitoshi Matsumoto però ha anche, per così dire, una sua carriera solista. Dal 2007 in avanti ha deciso di provare a utilizzare il suo talento per realizzare dei film. Il risultato è una piccola filmografia (tre titoli) assolutamente stupefacente, di rara fantasia e coraggio.

Cominciamo con Dai-Nihonjin, titolo internazionale Big Man Japan, primo film di Matsumoto. La pellicola, scritta, diretta e interpretata dal comico, fa parte del genere mockumentary. Il nostro interpreta un fallito, un piccolo e triste uomo a un passo dal diventare un senza tetto. L’uomo ha però una particolarità: è l’ultimo di una lunga stirpe di difensori del Giappone. Come suo nonno e suo padre prima di lui, grazie a delle potenti scosse di elettricità, si trasforma in un gigante e il suo scopo è quello di difendere la sua patria dall’attacco di orribili creature venute da chissà dove. In teoria è un eroe. In teoria la gente dovrebbe stravedere per lui, come era per i suoi avi. In realtà le cose non stanno così. Big Man Japan il più delle volte le prende e quando non viene sconfitto riesce sempre a umiliarsi. La gente non ne può più di vedere i suoi noiosi combattimenti tra i grattacieli di Tokyo e i ragazzini passano le giornate a tirargli le pietre. Big Man Japan è un film decisamente bizzarro. Gran parte dell’umorismo scaturisce da quanto descritto in precedenza: Matsumoto riesce a non cambiare espressione per tutta la durata del film, sia mentre viene insultato da un passante sia quando si reca alla centrale elettrica in motorino per diventare un gigante forzuto. Ad arricchire la parte più strettamente mock, girata con stile volutamente sciatto e freddo, ci sono gli incontri tra il protagonista e gli orribili mostri che decidono di attaccare il Giappone. Qui Matsumoto fa un largo e sfacciato uso del digitale per realizzare dei combattimenti che sono l’opposto di quelli che ci hanno cresciuto durante l’infanzia nei famosi “cartoni animati giapponesi”. Niente folle dinamismo, niente musica trionfante, niente di spettacolare. Invece di rappresentare un punto di forza del film, questi duelli sono dei momenti di rara bruttezza cinematografica statici e totalmente antieroici. Big Man Japan ottiene un ottimo successo in patria e raccoglie ottime critiche in giro per il mondo fino ad arrivare alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes.

Nel 2009 Matsumoto realizza Shinboru, titolo internazionale Symbol, quello che è ad oggi forse il suo capolavoro. La pellicola è divisa in due storie portanti. Nella prima seguiamo la vita di Escargot Man, un luchador messicano, che si prepara a un incontro insieme alla sua famiglia. Il tutto è girato realmente in Messico e in lingua spagnola. Dall’altra parte invece c’è un uomo in pigiama (Matsumoto stesso) che di colpo si sveglia in un’enorme stanza bianca. Non sappiamo come ci sia arrivato né sappiamo come mai sia lì, ma non è importante. A un certo punto dalle pareti fuoriescono milioni di piccoli putti. Così, dal nulla. Ma è solo un attimo. I putti vengono di nuovo riassorbiuti dai muri e del loro transito rimane solo una traccia: il pene. Milioni di piccoli peni spuntano dalle pareti. L’uomo in pigiama non sa che fare e dopo un po’ decide di toccarne uno. E scopre che ad ogni pene toccato, succede qualcosa nella stanza. Cade del cibo dall’alto, entra ed esce velocissimo un carrello, compare un ficus, piovono spazzolini da denti, eccetera. Insomma, Symbol è una follia totale, un film senza un apparente senso logico e che non si capisce dove voglia andare a parare. Eppure è una gioia per gli occhi: Matsumoto si supera dal punto di vista attoriale e dà libero sfogo alla sua fantasia riempiendo la pellicola di lampi di genio totali. Symbol, a differenza di Big Man Japan, non convince la critica giapponese. Giudicato troppo complicato e allegorico, viene snobbato dal pubblico. La salvezza arriva però dall’estero e dalle buone critiche che il film riceve ai Festival di Toronto, Pusan e Rotterdam.

A questo punto è la volta di Saya Zamurai, del 2010. Il film è stato presentato anche in Italia, durante una rassegna con organizzata dal lungimirante Festival di Locarno dell’anno scorso, ma poi non se n’è saputo più nulla. Oggi finalmente, anche se con un po’ di fatica, si può trovare il Dvd. La pellicola, la prima non interpretata da Matsumoto, racconta di un Samurai senza spada che si aggira per il Giappone in compagnia della figlia. Dopo essere miracolosamente scampato all’attacco di tre cacciatori di teste, viene arrestato e condannato dal governatore locale. La sua pena è la seguente: ha a disposizione 30 giorni per far ridere il figlio dell’uomo che ha arrestato, altrimenti sarà costretto a compiere Seppuku, il suicido rituale dei samurai. I problemi però sono due. In primo luogo il bambino è assolutamente inconsolabile, a causa della morte della madre. Dall’altra il nostro protagonista pare essere la persona meno divertente del mondo. Anzi, sembra quasi disinteressato a portare a termine il suo compito: fosse per lui forse si lascerebbe morire, ma la figlia e i due simpatici secondini lo obbligano a trovare una gag al giorno. Impossibile raccontare oltre del film per non rovinare la sorpresa a chi volesse tentare la visione. Saya Zamurai è forse il film più complesso del geniale comico, regista e sceneggiatore. Per i suoi natali televisivi sono stati in tanti a paragonarlo al più famoso Takeshi Kitano, ma qui effettivamente il parallelo ha un senso. La leggerezza con cui Matsumoto riesce a conciliare il gusto e la costruzione della gag fine a se stessa e la sensazione incombente di morte che permea il film è semplicemente stupefacente. Ancora una volta, quello che stupisce del lavoro dell’artista è la sua estrema fantasia e le mille invenzioni visive che riempiono la pellicola. Un film meno anarchico rispetto al precedente, ma non per questo meno radicale, che conferma la capacità dell’autore di mescolare diversi tipi di linguaggio, ibridando il cinema di fiction con il surrealismo o la comicità di stampo televisivo. In contro luce poi è impossibile non leggere la storia di un uomo tristemente condannato a dover far ridere, in una coazione a ripetere schematica e priva di significato, destinata ad un pubblico che non capisce e che soprattutto non sembra interessato al suo lavoro. Imperdibile.

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