Hype ↓
10:12 sabato 27 giugno 2026
CAM Sugar ha svelato delle foto mai viste prima dello studio di Ennio Morricone Sono state mostrate nella conferenza stampa di presentazione del Festival Internazionale delle Colonne Sonore, organizzato da CAM Sugar e Triennale Milano.
C’è un gioco da tavolo in cui la missione è organizzare e compiere un attentato contro Mussolini Si intitola Attento al dvce! ed è un racconto delle «gesta di poche persone, spesso sole e mal organizzate ma colme di rabbia, coraggio e soprattutto di speranza in un mondo nuovo libero dal fascismo».
Si è scoperto che Peter Thiel ha fondato una società segreta in cui le persone più ricche e potenti del mondo si ritrovano per parlare di argomenti piuttosto strani Tra gli incontri organizzati da questo curioso club figurano "Fondiamo una setta" e "Come va la tua vita sessuale?".
Per combattere l’ondata di caldo, i cinema indipendenti di Parigi hanno lanciato il Cine-clim, cioè proiezioni gratuite nelle sale con l’aria condizionata nelle ore più calde della giornata Dalle 13 alle 16, un film gratis, in una sala fresca, con precedenza a under 25, over 65, donne e persone disabili.
L’Alligator Alcatraz di Trump non è durata neanche un anno e non è servita quasi a niente Inaugurata l'1 luglio dello scorso anno, è stata chiusa e sono già iniziati i lavori per smantellarla. Tenerla aperta è costato 1 milione di dollari al giorno.
L’ultimo, ridicolo risultato del sovranismo italiano è Emma, l’AI che dà solo risposte sbagliate e deliranti E stata chiusa cinque giorni dopo il lancio e dopo aver sbagliato a rispondere a letteralmente tutte le domande che le sono state fatte.
C’è un mobile game che ti fa “collezionare” i gatti randagi che incontri per strada come i Pokémon in Pokémon Go Si chiama CatchCat e ha anche un archivio, molto simile a un Pokedex, in cui i gatti vengono classificati con statistiche e punti esperienza.
Quello che sta investendo l’Europa è un evento climatico estremo chiamato omega block Si tratta di un fronte di alta pressione intrappolato tra due di bassa pressione. In sostanza, di una "cupola" di aria calda schiacciata sul continente.

Turisti che odiano i turisti

Thailandia e Laos: i fattoni sono portatori sani della globalizzazione culturale (ma non lo sanno)

24 Agosto 2012

Quello che segue è un reportage dalla Thailandia e Laos, terzo e ultimo di una serie di racconti di viaggio dal sud-est asiatico, storie di globalizzazione e di feticismi neo-romantici, di modernità e di “orientalisti per caso.” Chi le avesse perse, può leggere anche la prima puntata, dedicata alla Birmania, e la seconda dedicata al turismo macabro in Cambogia e Vietnam.

«Non capisco perché tanta gente viene a Pai. Non c’è niente da vedere» dice l’autista del bus che porta a questa cittadina nel nord-ovest della Thailandia. «Almeno vent’anni fa venivano qua a farsi: eroina, oppio, marijuana. Oggi trovi solo poca roba». Quell’autista, che si tiene sveglio con la ya ba, pillole di metanfetamine, ha perfettamente ragione: Pai non offre attrazioni di rilievo e non è più uno dei santuari del Triangolo d’Oro.
«Qui c’è molta energia e pochi turisti, solo viaggiatori» dice con tono ispirato una ragazza italiana. Nel suo leggero vestito a fiori materializza un flashback anni Sessanta. Con le sue parole e il modo di pronunciarle ricorda il personaggio di un film di Verdone e interpreta l’ennesimo equivoco del neo-orientalismo: non rendersi conto che Pai è popolata da turisti, ma non vederli perché sono thai, ragazzi della borghesia nazionale, che adorano questo posto dalla strada perfetta per le loro nuove moto. Quella ragazza, invece è approdata qui seguendo il flusso dei giovani occidentali.

«E’ il punto zero per un sacco di gente che cerca qualcosa» chiosa Joe Cummings, autore di culto delle Lonely Planet. Gente che anima una scena di piccoli alberghi, guest-house, ristoranti, caffetterie, banchetti di street food, librerie, agenzie di viaggio, internet point, sale di massaggi tradizionali, erboristerie, chioschi mobili per cocktail, verande dove i giovani passano le ore stesi sui mon hin, i tradizionali cuscini thai, per guardare un dvd in compagnia o chattare con amici.

L’archetipo di questo stile di vita è Banglampoo, uno dei quartieri più antichi di Bangkok, dove vivevano gli artisti di corte. Sul finire degli anni ’60 i suoi alloggi a basso costo accolsero gli sbandati sulle vie dell’Asia descritti da Pico Iyer in C’era una volta l’Oriente. Oggi è punto d’incontro e residenza dei backpacker, i viaggiatori indipendenti, scenario iniziale del romanzo di Alex Garland The Beach e del film interpretato da Leonardo di Caprio che ne è stato tratto. Khao San Road, la via centrale, mantiene il suo potere d’attrazione per i globetrotter a basso budget. Ma le vecchie corti oscure con edifici in stile sino-coloniale dove s’incrociavano gli emuli di Timothy Leary, il profeta psichedelico, sono state ristrutturate e illuminate dalle insegne di Starbucks, McDonald’s, la pizzeria Scoozi, la libreria Bookazine.

E’ cambiata anche la United Travellers Connection. Aperta da un israeliano che si era messo in affari con un chiosco di falafel, da punto di ritrovo per i suoi connazionali nel viaggio sabbatico post-militare, è divenuto uno degli snodi del nuovo turismo in Asia. Nel vicolo retrostante, il Sori Vorabin Gym, una palestra di Muay Thai, la tradizionale boxe thailandese, è ormai un centro di specializzazione per chi progetta di insegnare arti marziali nelle catene di palestre occidentali.

Insomma, Banglampoo è un laboratorio antropologico, lo scenario delle tribù di viaggiatori che s’incrociano nell’Asia Orientale. Sono tribù che si contaminano a vicenda, ritrovandosi in riti collettivi, che sia un full moon party in un’isola del golfo di Thailandia o un corso di massaggio nella scuola del Wat Phu di Bangkok, ma soprattutto nel modo di viaggiare. Passano da una bakery che mette in mostra cheese-cake e apple pie a un “ristorantino” (diminutivo adorato dagli estensori della Lonely Planet) che serve banana pancake. Si muovono lungo un percorso disegnato dalla guida e organizzato dalle agenzie a loro consacrate. In questo modo, però, restano intrappolati in un circuito che rende difficile qualunque modifica, un non-luogo che potrebbe trovarsi in un punto indeterminato dell’Asia.

I lonely planeter sono sempre meno lonely. Ci sono i post hippy, categoria residuale della generazione che trent’anni fa s’incamminò sulle vie dell’Asia. Hanno poco o nulla dei loro padri o nonni, se non nell’abbigliamento o nella volontà di perdersi. I neo hippy, invece, sono personaggi in cerca della spiaggia o della montagna perfetta, di un dio, di un rito o di uno stile codificato dalle riviste di tendenza. Sono i cacciatori dell’onda perfetta sulla spiaggia di Ulu Watu a Bali, i nostalgici orientalisti di Luang Prabang in Laos, i romantici cercatori di rivoluzioni perdute in Vietnam, i tipi “outdoorsy” che si avventurano in trekking nel nord del Vietnam e della Thailandia o si spingono sulle tracce di Jon Krakauer nell’Aria Sottile del Nepal. I viaggiatori spirituali più puri si confondono ormai con gli shadu i “folli di Dio”, ma la maggioranza interpreta la Via come un percorso stile Buddha Bar, tra lezioni di yoga, corsi di meditazione o respirazione.

Col tempo alcuni entrano a far parte di un’altra tribù, quella degli expat, coloro che si sono trasferiti all’estero per irrequietezza esistenziale, curiosità culturale, ricerca di un’alternativa. Sono esperti d’arte, architetti, designer, stilisti, ristoratori. Molti di loro sono arrivati come operatori di una Ong e si sono creati una nicchia ecologica. In Cambogia o in Laos sono stati il motore di una vera e propria economia parallela, animatori di nuovi quartieri che riproducono lo stesso cliché.

Si fa anche largo una categoria di nicchia, quelli che cercano qui nuovi paradisi finanziari, broker, businessman. «Non ci sono più avventurieri» dice Luc Le Jeune, francese che vive a Saigon da più di dieci anni, ideatore e proprietario di locali alla moda come il Temple Club. «Ma c’è casino, tanto da divertirsi e molto, molto denaro in giro».

C’è anche un lato oscuro in questo fenomeno migratorio. E’ quello in cui scompaiono decine di giovani ogni anno. Spesso per imprudenza e stupidità. In molti casi cercando di raggiungere il luogo più sperduto, lontano, proibito. A volte inseguendo il record di chi spende meno per mangiare o dormire. Altre abbandonandosi a un edonismo tanto sfrenato quanto privo di significato. Come accade, ad esempio, nel villaggio di Vang Vieng in Laos, sulle rive del fiume Nam Song. “Se i teenager governassero il mondo, sembrerebbe Vang Vieng” è stato scritto. E’ scena di un rave continuo, i ristoranti servono Magic mushroom shake e Opium pizza e la moda del rafting su camere d’aria nel 2011 ha provocato la morte di almeno 22 ragazzi. Ma soprattutto è un nuovo modello per i ragazzi lao, per i quali l’immagine dell’Occidente s’identifica con droga, alcool, sesso libero.

Il che crea un paradosso: coloro che dovrebbero interpretare il viaggio ecocompatibile, sostenibile, politicamente corretto sono divenuti i portatori sani di globalizzazione culturale.

Insomma, se si sceglie di fermarsi a Pai, bisognerebbe guardarsi negli specchi attaccati a ogni angolo di strada. Nella cornice nera c’è scritto: “Are you Ting Tong?” Pubblicizzano un locale. Ma è meglio non essere tanto pronti a rispondere di sì. Nel thai popolare, infatti, ting tong significa fuori di testa. Non in tono scherzoso.

Articoli Suggeriti
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare

“Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.

Nessuno vuole vedere la Luce

La prima Ferrari elettrica doveva aprire il futuro del Cavallino, ma ha scatenato una shitstorm globale durissima. Tra culto del marchio, design, Silicon Valley e nuovi miliardari tech, la Luce mostra quanto sia difficile cambiare Ferrari senza tradirne il mito.