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Wikipedia ha modificato le pagine di diverse città della Striscia di Gaza descrivendole come se non esistessero più Dalle modifiche è nata un'accesa polemica, con molti che hanno ricordato come migliaia di persone vivano ancora in quei posti, anche se distrutti.

Zahia Dehar

La chiamavano Zahia D., la "Ruby francese": l'escort minorenne (che ha sempre rivendicato di praticare il mestiere) che si è reinventata designer.

08 Aprile 2013

La prima, per alcuni di noi, è stata la casa di Mariah Carey.

Quando mostrò a una troupe di Mtv il palazzo che lei aveva comprato e arredato a Manhattan, perché fosse al centro di un episodio del programma Cribs, Mariah Carey era fresca, pubblica reduce da un soggiorno in un centro di igiene mentale. Risultato, l’episodio più visto nella storia del programma. Carey si cambiava d’abito ogni due per tre, mentre additava i simboli più immediati del suo gusto personale: le farfalle sui muri, le “M” d’oro sui pavimenti, il marmo, i cani, le maglie di Hello Kitty, le cataste di lingerie, il maxischermo che trasmetteva La sirenetta, le stanze adibite a cabine armadio. E intanto lei ripeteva, con un occhio un po’ vitreo, una variante della frase “… da bambina ero molto povera, e guardatemi adesso“.

Chiunque, davanti alle immagini, poteva chiedersi se la padrona di casa prendesse molti ansiolitici in quel periodo, o se quello fosse il suo stato naturale. Se ogni giorno lei, benedetta da una voce eccezionale, lucidasse le vetrinette d’antiquariato zeppe dei premi chelei aveva vinto, gli oggetti che lei aveva pagato. Quel museo permanente era un’estensione del suo corpo.

La casa-museo più simile a quella di Mariah Carey ce l’ha, in Francia, Zahia Dehar. Una donna oggi ventunenne, che disegna biancheria intima costosa, finanziata da un fondo di investimento con sede a Hong Kong. È stata fotografata da Karl Lagerfeld, da David Lachapelle, da Pierre et Gilles. Questi ultimi hanno elogiato la sua bellezza irreale. «Un’aliena», l’hanno chiamata, per via dei suoi capelli biondi, dei suoi tacchi alti e delle gonne strette, che la fanno muovere a passi piccini, le ginocchia serrate anche quando sale in automobile.

Tra i 16 e i 18 anni, Zahia Dehar faceva sesso per denaro con una serie di uomini: alcuni erano famosi, tutti erano più vecchi di lei. Fu la rete televisiva M6 a dare per prima la notizia – allora era un «pare che quattro calciatori della Nazionale abbiano pagato una ragazza minorenne…» – e la minorenne del caso fu falsamente protetta dall’omissione del cognome. La chiamavano Zahia D., poi la scandalosa Zahia. La Ruby della porta accanto, insomma.

Nata in Algeria, è arrivata a Parigi a dieci anni; ha avuto una storia di semi-abbandono scolastico, con lunghe assenze giustificate con «ero a dormire da una mia amica», mentre esercitava il mestiere.

Sulla carta, i paralleli con la storia di Karima el Mahroug non sarebbero pochissimi: Dehar è nata in Algeria da famiglia musulmana, è arrivata nella periferia di Parigi a dieci anni senza parlare francese; ha avuto una storia di semi-abbandono scolastico, senza nessuna fuga da casa ma con lunghe assenze giustificate con «ero a dormire da una mia amica», mentre esercitava il mestiere. Una differenza è che il caso Zahia non è mai stato politico: gli uomini accusati di averla ingaggiata erano sportivi, atleti. Gente di spettacolo. Nessun personaggio pubblico era indagato per favoreggiamento. E no, non scattò nessuna telefonata in questura.

La forte vera differenza è che Zahia, il mestiere, non l’ha mai negato.

Poco dopo aver compiuto 18 anni, ed essere, quindi, finalmente legale agli occhi di tutti, lei concedeva un’intervista esclusiva a Paris-Match (che in cambio avrebbe sborsato 50.000 euro): otto pagine tra foto e testi, copertina con strillo «sono stata il regalo di compleanno di Franck Ribéry». Ma la versione di Zahia, allora, si riassumeva in una frase, «ils proposent et je dispose», loro chiedono, decido io. E aggiungeva: «io sono una escort girl… non sto sul marciapiede, o appoggiata al bancone di un bar». Non era stata sfruttata, sedotta da un cattivo. Quelli accusati di essere i suoi papponi erano semplici amici che le davano una mano ogni tanto. Forse era vero, forse lei proteggeva qualcuno. La questione era assai rilevante ai fini giuridici (in Francia la prostituzione non è reato sopra i 18 anni, ma lo sono sia il pagare un minorenne sia lo sfruttare la vendita di sesso, al di là dell’età della persona), molto meno ai fini narrativi; la storyline di Zahia restava comunque «sì, loro mi hanno pagato… e io sono una persona libera». Unacortigiana felice, in chiave Maria Antonietta.

Dall’intervista a oggi sono passati quasi tre anni. È cambiato tutto.

Nel 2011 la trasmissione Enquête exclusive partiva da Zahia per un reportage sul mercato del corpo: «Zahia, Patrizia et les autres – Enquête sur les escorts girls». Il prodotto finito stava a metà tra ReportLe Iene, alternava segmenti ben pensati (le interviste a fotografi, truccatori e chirurghi estetici per cui le squillo sono clienti fedeli) a passaggi di un moralismo sfrenato, dove le escort maghrebine su suolo francese hanno i capelli tinti, le lenti a contatto azzurre, e si bruciano tutto in cocaina e scarpe, mentre le signore di Algeri tuonano «Zahia è la vergogna del nostro paese!». Solo che di Zahia si doveva già parlare in assenza. Lei era già una cosa filmata da lontano, nascosta dalle guardie del corpo, dalle mura di un palazzo del 16° arrondissement. «Oggi fa una vita ritiratissima», si diceva. Qualcuno – un uomo – la stava aiutando. Da qui nascevano storie senza prove: la più insistente, «lei ha sposato un riccone americano». Però si dimostrava, documenti alla mano, che il nome Zahia, abbinato a vari aggettivi e sostantivi (ad esempio «chic»), era stato depositato come marchio, in vista di un utilizzo futuro.

Girando per le stanze della sua casa, troviamo un buon numero di storie, di sogni familiari alle case-museo: il colore rosa, le vasche da bagno giganti, i marmi, gli ori, i cani.

Oggi sappiamo cos’è successo, e soprattutto sappiamo com’è fatta la casa in cui Zahia si nascondeva, grazie a un documentario –Zahia de Z à A – che segue l’ex escort girl durante la preparazione di una sfilata. Lei abita in un appartamento tappezzato dai ritratti che le hanno fatto artisti famosi; del suo busto, esposto in una mostra monografica dedicata a lei, Zahia conserva piccole copie, e dice, «a ottant’anni guarderò questa statuina e piangerò». Il passato recente viene tirato in ballo poco, e solo per prenderne le distanze. Quel periodo è stato «orribile», lo scandalo «uno shock». La notorietà non l’ha affatto aiutata a disegnare lingerie dove «ogni capo racconta una storia, un sogno». Girando per le stanze della sua casa, troviamo un buon numero di storie, di sogni familiari alle case-museo: il colore rosa, le vasche da bagno giganti, i marmi, gli ori, i cani. (Gli stessi oggetti protagonisti di Queen of Versailles. Lì però arrivavano le banche a riprenderseli.) Zahia parla di charme, di amore per il bello e di altri traguardi immateriali, mentre si infila un baby doll a forma di cupcake, e indica come modello di sensualità le dive del cinema egiziano anni ’60, per poi dire «la femminilità è una messa in scena». Quindi la guardiamo muoversi attraverso una casa-museo in versione bomboniera, dove ogni giorno riceve le persone che lavorano con lei, per lei: la guardiamo passare tre ore al trucco ogni mattina, con la parrucchiera italiana che la accoglie trillando «ecco la mia bambola!»; la sentiamo riconoscere in Barbie un’icona della femminilità, e poi, al termine della sua sfilata, la guardiamo uscire da una grande scatola di plastica, con addosso la lingerie nuziale, bianca, che le è stata cucita sulla pelle.

La Barbieficazione di Zahia non può mettere paura a nessuno, però. E nemmeno la casa-museo offerta alla macchina da presa, nel momento in cui vediamo Zahia guardarsi intorno e dire, molto onestamente, «questa è la mia realtà». Tutto ci viene presentato come un gesto; la firma estetica del personaggio, che ha scelto un’immagine pubblica in grado di appagarla, farla sentire a proprio agio, e ha scelto di essere lei la prima testimonial dei vestiti che disegna. E in effetti quello che rende vendibile Zahia, oggi, è che può essere impacchettata come una perfetta storia di successo: dallo scandalo alla fama reale, dalla prostituzione minorile al guardatela adesso. Guardate quanto è bella.

(Foto: Zahia Couture show, Paris Fashion Week, Pascal Le Segretain/Getty Images)

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