Con appena 93 seggi in tutto il mondo, i serbi all’estero hanno organizzato passaggi, pullman e alloggi gratuiti per poter votare. Alla fine la Lista studentesca ha vinto e Vučić ha ammesso la sconfitta.
Molte persone stanno commentando l’arresto di Youssef Siher dicendo che aveva già spiegato tutto Marco Bellocchio in Sbatti il mostro in prima pagina
Nel film un quotidiano di destra trova il colpevole di un omicidio in un giovane militante di sinistra, innocente. Cinquant’anni dopo, il racconto dell’arresto del ricercatore milanese ha riportato in tanti a quella storia.
Milano, primavera del 1972, in piena campagna elettorale. Una ragazza di sedici anni, Maria Grazia Martini, viene trovata morta in un campo di periferia. Nella redazione del Giornale, un quotidiano di destra, il caporedattore Bizanti, interpretato da Gian Maria Volonté, riceve una richiesta precisa dall’ingegner Montelli, socio di maggioranza del giornale e candidato alle elezioni: usare il delitto per spostare voti. Bizanti obbedisce. D’accordo con la polizia, il giornale costruisce il racconto di un «mostro» e lo trova in un giovane militante della sinistra extraparlamentare, che diventa per i lettori il capro espiatorio perfetto. Non importa che sia innocente: il film si chiude con l’opinione pubblica manipolata, i finanziatori del giornale soddisfatti e una dimostrazione dell’immenso potere che i giornali esercitavano nel ‘900. È la trama di Sbatti il mostro in prima pagina, il film di Marco Bellocchio uscito nel 1972, e in questi giorni il suo titolo è tornato in moltissimi articoli e post, che parlano tutti della stessa persona: Youssef Siher.
Siher ha trent’anni, è nato nel Bresciano ed è un ricercatore. Si è laureato alla Statale di Milano, dove nel 2020 era stato eletto senatore accademico, ha fatto un tirocinio all’osservatorio sul Medio Oriente dell’ISPI e ha scritto per il Foglio e il Fatto Quotidiano. Sabato 24 ottobre è stato fermato dalla procura di Milano, che lo considera l’ideatore e l’unico gestore dei canali social del Movimento 17 Ottobre, nato dopo gli scontri e i saccheggi in piazza Duomo di metà ottobre. L’accusa è di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni: secondo la pm Francesca Crupi, con i suoi messaggi su Telegram e Instagram avrebbe voluto «ingenerare terrore nella popolazione». Al momento, scrive l’ANSA, non risultano collegamenti diretti tra lui e gli autori degli scontri. Oggi, nel carcere di San Vittore, Siher non ha risposto alle domande della gip, mentre i suoi avvocati hanno chiesto la scarcerazione: «Non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze». La decisione è attesa entro domani mattina. Nel frattempo, però, il suo nome era già finito su tutte le prime pagine, insieme ai suoi studi, al suo lavoro e a sua moglie, anche lei indagata.
Il paragone con il film non nasce dalle accuse in sé, ma dalla velocità con cui il caso si è trasformato in una storia già scritta. Dopo giorni di proteste fatte soprattutto di ragazzi giovanissimi, senza capi e senza una regia evidente, all’improvviso c’era un nome, una faccia e una «mente». Libero, ricorda Gli Stati Generali, ha titolato: «Non è disagio, è Islam. La mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio». È lo stesso schema del Giornale di Bizanti, cinquantaquattro anni dopo: un fatto che spaventa, un giovane militante politico da mettere in prima pagina, un racconto che arriva prima delle prove. L’eurodeputata Ilaria Salis, che pure ha detto di non condividere alcune delle sue posizioni, lo ha definito il «capro espiatorio ideale»: italiano di seconda generazione, musulmano, militante, precario. Se le accuse reggeranno lo stabiliranno i giudici, a partire da domani. Ma il mostro, come nel film, era già in prima pagina prima della sentenza, e perfino prima della convalida del fermo.