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19:16 mercoledì 4 febbraio 2026
Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.
Un grave scandalo sessuale avvenuto sul set di Good Time potrebbe costare l’Oscar a Josh Safdie e a Marty Supreme E sarebbe anche la ragione, questo scandalo, della brusca separazione di Josh dal fratello Benny.
In Giappone ha aperto un bar solo per persone che vogliono licenziarsi Secondo la regola d'oro del locale, la persona che entra annunciando di aver finalmente deciso di licenziarsi beve gratis.
La figlia di David Lynch ha annunciato che l’ultima e inedita sceneggiatura scritta dal padre diventerà un libro Unrecorded Night è la serie tv che Lynch non è mai riuscito a farsi produrre. Dovremo accontentarci di leggerla.
Mamdani ha messo un ex detenuto e attivista per i diritti dei carcerati a capo del sistema penitenziario di New York Stanley Richards è chiamato a gestire il Department of Correction in un momento di grande difficoltà, dovuto soprattutto all'aumento delle morti in carcere.
L’affresco dell’angelo con il volto di Giorgia Meloni è già diventato un’attrazione turistica Dopo il restauro, ci sono sempre più turisti che accorrono alla Basilica di San Lorenzo per valutare di persona la somiglianza tra l'angelo e Meloni.
Mehdi Mahmoudian, lo sceneggiatore candidato all’Oscar per Un semplice incidente, è stato arrestato in Iran per aver firmato una lettera contro l’Ayatollah Assieme a lui sono stati arrestati altri due firmatari: al momento non si hanno notizie di nessuno dei tre.
È uscita la prima campagna di Dario Vitale per Versace, che è anche l’ultima A firmare le immagini sono Steven Meisel, la fotografa messicana Tania Franco Klein e l'artista Frank Lebon. L'ispirazione, abbastanza evidente, è Richard Avedon.

William T. Vollmann

16 Maggio 2011

È tanto difficile orientarsi nelle selve della sua prosa quanto gestire il fascino della sua personalità, quando te lo ritrovi di fronte in carne e ossa. William T. Vollmann è apparso al Salone del libro di Torino come una ventata d’aria, aliena più che fresca. In valigia una semplicità non affettata dei modi, un cervello enciclopedico, un bagaglio d’esperienze  e di saggezza di prima mano che l’uomo comune bassoeurepeo – l’uomo che popola d’abitudine gli spazi del Lingotto durante la kermesse libraria torinese – necessiterebbe di svariati cicli karmici per conquistarsi.

Per i tipi di Alet presentava Venga il tuo regno, ennesimo epico e voluminosissimo tomo dedicato all’esplorazione delle radici dell’America: in particolare l’incontro cruento, e ambientato in un Canada ancora in là da venire, tra francesi e nativi pellerossa nel corso del diciassettesimo secolo. Una vicenda di violenza, sopraffazione e trasformazione. Violenza e trasformazione: i due motori della storia nel pensiero  di William T. La trasformazione e il cambiamento in particolare. “No way we can live in a museum”, dice. Così come la sopraffazione, o meglio le cause dei sopraffatti, lo sono – il motore – della sua letteratura. Una letteratura che intorno a questa categoria umana e a quella degli emarginati ha sempre, e da sempre, fatto perno.

“Credo che tutti, per il solo fatto di esistere e di essere umani, meritiamo di venire ricordati. Eppure per gli emarginati è difficile persino essere notati. Per questo mi interessa tanto raccontarli e conoscerli da vicino”. Per tale motivo Vollmann, che oltre a essere un scrittore è anche un giornalista, un saggista e un reporter che collabora con il New Yorker, Harper’s e il New York Times, negli anni ’80 si recò in Afghanistan – all’epoca in cui gli afghani erano sotto la minaccia russa e gli americani addestravano la guerriglia da cui poi sarebbero sorti i talebani  e tutto il resto della storia che conosciamo e che in qualche modo si è riguadagnata le prime pagine due settimane fa -;  per vedere in prima persona, per prendere parte a una fetta di mondo esiliata dalle notizie: “Quando iniziò la guerra con i russi i giornali americani se ne occuparono per pochi giorni poi smisero di parlarne. Capii allora che le notizie erano notizie solo quando qualcuno decideva che erano tali. Così mi recai sul posto per toccare con mano come stavano le cose”. Circola addirittura una leggenda secondo cui Vollmann combatté al fianco della guerriglia mujahideen. Non conferma e non smentisce, osserva soltanto che: “Viviamo in un’epoca talmente complessa che non ci si può permettere una visione stereotipata delle cose. Quello che mi ha insegnato l’esperienza in Afghanistan è che le cose non sono mai bianche o nere, ma sempre contradditorie. Le persone sono buone, oneste, malvagie, furbe, disoneste o crudeli a seconda degli individui e non della loro appartenenza a un gruppo”.

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