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02:52 domenica 18 ottobre 2026
Un report dell’Onu dice che in Cisgiordania non ci sono mai stati così tanti atti di violenza dei coloni israeliani Nei primi quattro mesi del 2026 erano già 190 al mese, numeri che porterebbero a superare i duemila attacchi entro la fine dell'anno.
C’è un ragazzo inglese che da 7 anni recensisce panchine su Instagram Il suo profilo si chiama RateThisBench, raccoglie ormai più di 300 recensioni di panchine ed è anche il modo in cui ha conosciuto sua moglie.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha avvisato i cittadini dell’imminente arrivo del terremoto più forte di sempre, poi ha cancellato l’avviso e ha detto di essersi sbagliata A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.
La Giornata nazionale della meraviglia e la Giornata nazionale del riciclo della carta hanno messo a dura prova la pazienza di Sergio Mattarella Dopo aver firmato una legge che istituisce l'una e l'altra, il Presidente della Repubblica ha invitato la politica a darsi una regolata perché queste giornate stanno «vertiginosamente aumentando».
I matematici di tutto il mondo sono disperati dopo che ChatGPT ha risolto 372 problemi a cui loro lavoravano da anni in tre ore Ora i matematici stanno ancora cercando di capire quanto ci sia di giusto, e cosa voglia dire adesso fare il loro mestiere.
Di tutte le cose incredibili che succedono continuamente sul Monte Bianco, il fatto che la sua altezza aumenti (o diminuisca) ogni anno è la meno incredibile di tutte In questo periodo misura 4.807,47 metri: la sua crescita dipende da fenomeni «estremamente variabili».
Del possibile allarme sanitario in Siberia si sono preoccupati tutti tranne gli abitanti della cittadina siberiana da cui l’allarme è partito L'OMS chiede spiegazioni, Trump ne parla, i giornali di mezzo mondo scrivono di peste. A Irkutsk e a Shelekhov nessuno porta la mascherina e la frase che ripetono tutti è «va tutto bene, è tutto normale»
Nel centenario di Winnie the Pooh, l’Inghilterra sta litigando con l’America perché vuole che le siano restituiti gli orsacchiotti fatti dal creatore di Winnie the Pooh Il libro di A. A. Milne compie cent’anni, ma il pupazzo che lo ha ispirato vive a New York. E una parte dei fan britannici lo rivuole indietro.

Un caffè con Jeremy Hackett

Abbiamo parlato con l'imprenditore di uno dei brand simbolo dell'eleganza inglese, che ci ha raccontato i legami del suo marchio con l'Inghilterra, la tradizione del polo, il fascino del tennis del Queen's e il ritorno dei giovani al sartoriale.

17 Giugno 2014

Un caffè da Mr Hackett – l’uomo che dal 1979 ridefinisce continuamente i classici maschili made in Uk – in cui si è parlato ovviamente di uomini e vestiti, ma soprattutto della vicinanza del suo marchio con un certo modo di intendere lo sport: dal polo ai verdissimi (e molto inglesi, of course) campi da tennis del Queen’s, il torneo dell’eleganza per eccellenza, che segna l’inizio dell’estate britannica e di cui Hackett London vestirà giudici e stewart.

Studio: Eleganza a bordo campo e un certo modo composto di intendere lo sport sono ormai parte del dna di Hackett London.

Hackett: Assolutamente. Molti nostri clienti amano e praticano lo sport quindi per noi è un mondo naturale dove comunicare Hackett. Conta poi che il nostro legame con l’Inghilterra è fortissimo e se c’è una cosa in cui noi inglesi siamo bravi è creare l’evento, curando il contorno delle manifestazioni sportive. E agli eventi, che sia tennis, o rugby, o polo, da che mondo e mondo le persone vogliono ben figurare. È tipico della nostra tradizione: prendi Ascott, la celebre corsa dei cavalli, avrebbe un’aura diversa senza gli abiti del pubblico.

Dove nasce questo matrimonio fra Hackett e lo sport made in Uk?

È nato tutto col polo, in maniera abbastanza casuale. Siamo entranti in quel mondo nel 1986 perché due dei nostri clienti più affezionati, i quali erano ufficiali dell’esercito, sono venuti un giorno da noi chiedendoci se avremmo loro sponsorizzato una squadra. Ci siamo detti “perché no”. Ovviamente ci hanno comunicato che gli sarebbero servite delle maglie da gioco col nostro nome; conta che fino a quel punto noi non avevamo mai messo il nome Hackett London su nessun capo di nessun tipo. Quindi abbiamo fatto le maglie solo per la squadra, senza nessuna intenzione di venderle. Poi i ragazzi che lavoravano in negozio ci hanno chiesto se potevano averle anche loro, a quel punto qualche cliente ha iniziato a chiederle a sua volta. Così ne abbiamo prodotte un po’ e un sabato le abbiamo messe in vendita: a fine giornata erano esaurite. Da lì sono diventate un classico per noi, continuiamo a venderne molte.

Quindi la diverte ancora collaborare col mondo del polo.

Sì, molto. Sponsorizziamo dal 2005 una prestigiosa partita di polo, la Rundle Cup, che vede l’esercito giocare contro la Marina. Si svolge in campagna e tutte le famiglie locali vengono e si uniscono agli ufficiali per un grande picnic. Veramente molto inglese, una giornata fantastica. Il polo per noi è stato un successo inaspettato. Ora siamo coinvolti anche nel chiama British Polo day, match che promuovono questa disciolina in giro per il mondo col supporto di alcune aziende britanniche. Ad aprile si è svolto al club del polo di Dubai, dove sono stato invitato. L’ho trovato fantastico: expats inglesi, gentlemen locali, un mix davvero interessante.

Pare che per lei lo sport sia soprattutto una grande occasione per ripensare il formale maschile.

Si, la sartoria sta vivendo un grande revival. Usare il polo o il tennis come veicolo, credo sia un bel modo per presentare il sartoriale in maniera rilassata, senza bisogno di ricorrere agli stereotipi austeri della City.

Veniamo al tennis, altra collaborazione felice per voi.

Adoro l’atmosfera di Wimbledon e del Queen’s, in Inghilterra segnano l’arrivo dell’estate. Per questo sono molto contento di lavorare in partnership col Queen’s, il torneo di tennis elegante per antonomasia. Nella mia visione romantica – poi la realtà e ovviamente diversa – gli spettatori uomini lì vestono abiti di lino, panama, pantaloni kaki. Per le divise dello staff mi sono infatti rifatto a questi concetti: vestiranno blazer e chino blu navy, camicie di lino. Il punto è il sartoriale in una nuova veste, formale ma rilassato.

A proposito, pensa che sia un buon momento per il formale maschile?

Sì, lo trovo molto divertente. Succedono cose curiose: nuove generazioni di giovani uomini che tornano al sartoriale probabilmente come reazione ai loro padri che spesso e volentieri hanno preferito le scarpe sportive. È un ciclo. Nel nostro negozio a Londra abbiamo aumentato molto l’attività sartoriale su misura: c’è voglia di distinguersi, è di nuovo il gusto individuale che prende il sopravvento. Alcuni clienti sono molto giovani e hanno una conoscenza della materia e una ricercatezza per i dettagli sorprendenti. Lo trovo uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro oggi.
 

Dal numero 20 di Studio, in edicola.

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