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17:31 domenica 4 ottobre 2026
Le case editrici e le tipografie ucraine sono diventate uno degli obiettivi più colpiti dall’esercito russo Una vera e propria strategia, ormai. Tanto che in questi attacchi è andato distrutto un terzo dei libri stampati in Ucraina nel corso dell'anno.
È uscito un videogioco in cui l’unica cosa da fare è andare a un rave illegale e ballare tutta la notte Si chiama Afters, è gratuito e lo ha realizzato un game designer a cui l'idea è venuta dopo una notte passata tutta a ballare a un rave illegale.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Tilda Swinton ha scritto un’autobiografia, ma siccome non voleva fare la solita autobiografia ha deciso di raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che ama Si intitola Material Evidence, uscirà nel 2028 e al suo interno ci saranno: un abito da battesimo, una lettera, una gamba di legno, una felpa, una matassa di seta da ricamo, una fotografia, una vita intera.
Per lanciare il loro nuovo album i Fontaines D.C. hanno organizzato dei listening party nei negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo e l’Italia è uno dei Paesi in cui ce ne saranno di più Saranno ben 22 e si terranno tutti l'8 ottobre, sparsi dalla Liguria alla Sicilia e molti in "provincia", dentro negozi che sono pezzi di storia delle città.
La storia del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, abbattuto per far posto anche a un supermercato, è molto più complicata e preoccupante di come la si sta raccontando Perché oltre al supermercato verranno costruiti anche una Casa della Comunità, una biblioteca e un polo sociale. E piantati 1350 nuovi alberi.
Negli ultimi cinque anni la Svizzera ha perso un quinto dei suoi ghiacciai Solo nel 2026 è sparito il 5,5 per cento del ghiaccio delle Alpi Svizzere. Gli scienziati parlano apertamente di «un anno catastrofico».
Esiste una mappa che raccoglie tutte le donne, militanti, scrittrici e studiose, che hanno fatto la storia dell’anarchia Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.

Make Sinistra Great Again

La sinistra che ha fatto del "tanto peggio, tanto meglio" la sua bandiera è diventata un appoggio per Trump e gli altri populisti. Come è potuto succedere?

di Studio
31 Gennaio 2017

Stefano Fassina, in un tweet pubblicato lo scorso weekend, ha scritto: «Centrosinistra, Ulivo, area progressista sono categorie del paleolitico. Ripartire da patriottismo costituzionale per superare €». Qualunque cosa intenda il fondatore di Sinistra Italiana con la definizione di «patriottismo costituzionale», la sua relativamente recente presa di posizione anti-euro si innesta in un filone contemporaneo di discorsi più ampi, sintetizzabili in una serie di domande: perché una certa sinistra, cosiddetta radicale, finisce per avere sempre più temi e parole d’ordine in comune con la destra sovranista e populista? E per quale motivo quest’area politica è in larga parte allergica alla definizione di «centrosinistra», cioè alla sua incarnazione più liberal, riformista e pragmatica? E cosa significa, questo, nelle evoluzioni del panorama internazionale?

Il “Muslim ban” di Donald Trump ha raccolto, in queste ore, critiche di ogni ambito e provenienza. Le reazioni, tra le altre, hanno visto anche il rifiuto del regista iraniano Ashgar Farhadi di partecipare alla notte degli Oscar, e una petizione online per impedire una visita ufficiale di The Donald nel Regno Unito. In molti alla fine si sono accorti che il prossimo quadriennio della Casa Bianca non sarà una passeggiata, e tra questi ultimi ci sono anche alcuni ravveduti, persone che – per ragioni diverse – durante l’anno scorso avevano attivamente sostenuto un’equiparazione tra l’allora candidato repubblicano e Hillary Clinton.

Donald Trump Is Sworn In As 45th President Of The United States

«Penso a quegli intellettuali radicali che non hanno votato Hillary perché non vedono la differenza coi repubblicani. Ora la vedete?», ha twittato il commentatore politico Francesco Cundari. Il primo e istintivo riferimento è l’attrice Susan Sarandon, che durante il 2016 ha definito sia Trump che Clinton «inaffidabili», rimarcando in diverse occasioni che la prospettiva di una presidenza del miliardario non era «abbastanza» per convincerla a votare democratico. Come lei, in molti hanno più o meno direttamente accolto il verbo trumpiano – prendendolo «seriamente, ma non alla lettera» come da definizione dell’Atlantic – per protestare contro la direzione e le scelte della propria parte politica. In questo modo, col più paradigmatico dei “voti di protesta”, hanno contribuito a far eleggere un demagogo come Trump, contro le cui prime direttive ora, nella maggior parte dei casi, stanno nuovamente protestando. A meno che l’intenzione non fosse creare un circolo vizioso della protesta, la strategia può dirsi fallita appieno.

Oltre a una sinistra che ha paradossalmente accettato la nuova cornice di valori dei populisti e di certi conservatori (il Fassina No Euro appunto, modello Varoufakis; ma anche Bersani che rispolvera il protezionismo, Corbyn nel suo rapporto controverso con la Brexit, Podemos, nel suo generico attacco all’establishment, tra gli altri), esiste anche una sinistra che la destra finisce per favorirla facendo del “tanto peggio, tanto meglio” la propria bandiera, o comunque facendo una pericolosa equivalenza tra riformisti e reazionari. Ma siamo sicuri che per una qualunque persona di sinistra vivere in un’America governata da Clinton o in un’Italia governata da Renzi sia la stessa cosa di vivere sotto Trump o con Grillo al potere? La sovrapposizione riguarda la definizione di un nemico comune: la globalizzazione, le élite di ogni ordine e grado, a volte il politicamente corretto. Questi due processi, anche quando non si sovrappongono, contribuiscono a lastricare le strade che rafforzano il populismo e i miti della regressione.

Cosa fa in modo che una persona di sinistra venga lusingata dai demagoghi?

Ma cosa fa in modo che una persona “di sinistra” venga lusingata dalle sirene del ritorno a un piccolo mondo antico? Forse il problema va ricercato in un modello di sinistra fuori dal tempo, la cui mancanza genera cortocircuiti. Un sintomo di questo pensiero è ciò che Nicola Lagioia scriveva en passant qualche giorno fa su Internazionale, «il discorso della sinistra è troppo privo di forza trasformativa per essere davvero di sinistra, almeno per come siamo abituati a concepirla dalla seconda metà dell’Ottocento» (una sinistra pro-globalizzazione non può essere intesa come «trasformativa», sembra essere la tesi dell’autore). O anche l’atteggiamento a rivalutare in negativo, a giudicare l’esistente sempre non abbastanza; quello che si può leggere in un articolo recente uscito su Jacobin a firma Keeanga-Yamahtta Taylor: «La presidenza Obama non è stata un dono per i neri. Ha rappresentato la continuità dolorosa di razzismo, discriminazione e disuguaglianze che sono sempre state al centro della vita dei neri in America».

Il risultato finale è che si prende per buona la posizione di Slavoj Zizek, secondo cui «magari le politiche di Trump non saranno così male», perché magari, tolto il razzismo, le idee para-fasciste, il vilipendio dei media e del multiculturalismo, il tycoon sarà la scheggia impazzita in grado di conficcarsi in un sistema che non ci rappresenta più come vorremmo, come accadeva una volta. In un senso ben preciso, per alcuni, Trump era genuinamente più “di sinistra” di casa Clinton. In realtà, il mondo non funziona in questo modo, e soprattutto non funzionano così i sistemi politici, dove le schegge non sono quasi mai abbastanza impazzite da portare incidentalmente avanti agende politiche di segno opposto. E, come lo stesso Bernie Sanders, abile agitatore di idee e oltranzismi, si è trovato a dover gridare nel microfono della convention di Filadelfia a un pubblico che protestava, ancora, per il suo endorsement pro-Clinton, «this is the real world that we live in».

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