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Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
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Immagini straordinarie di perfetti sconosciuti

Midcentury Memories, edito da Taschen, raccoglie circa 300 fotografie anonime scattate dagli anni Cinquanta ai Settanta.

11 Ottobre 2019

Instagram e affini non hanno inventato nulla. Tutto è già stato detto, raccontato e mostrato. Anche cinquant’anni fa le persone fotografavano quello che mangiavano e quello che bevevano. Ritraevano i posti delle loro vacanze e le feste di compleanno. Il figlio appena nato e il televisore nuovo di zecca. Gli interminabili matrimoni e gli altrettanto interminabili pranzi domenicali in famiglia. Momenti insignificanti per il 99,9% delle persone di questo pianeta tranne che per i diretti interessati. E per Lee Shulman, regista inglese di videoclip musicali con la passione per le foto vintage e per la found photography. Mr. Shulman, una laurea Westminster alle spalle, è l’autore del volume Midcentury Memories. The Anonymous Project, in cui ha raccolto circa trecento immagini di ordinaria normalità, che coprono un periodo che va dagli anni Cinquanta ai Settanta. Molte sembrano uscite dalla serie tv Mad Men, altre, un po’ più spartane, dall’album di famiglia che la mamma conserva dentro l’armadio. Il libro, in uscita il 15 ottobre (ed. Taschen), prende spunto da un progetto tanto colossale quanto ambizioso nato nel 2017 e chiamato appunto The Anonymous Project, in cui Shulman, insieme alla storica dell’arte francese Emmanuelle Halkin, ha raccolto settecentomila immagini private di gente comune, suddivise in capitoli dai titoli evocativi come “Home Sweet Home” o “Once Upon a Time” e oggi custodite in un magazzino nel cuore del Marais a Parigi.

«Ho iniziato acquistando un set di diapositive da 35 mm in Kodachrome su eBay», ricorda Lee, «erano state realizzate da persone del tutto anonime: contabili, bancari, casalinghe, avvocati. Restai sopraffatto dal valore emotivo di quegli stralci di vita e sentii il bisogno di vederne altre». Oggi il progetto, che è stato presentato agli ultimi Rencontres de la Photographie di Arles, rappresenta la più grande collezione di foto amatoriali del mondo e raccoglie la memoria collettiva di migliaia di anime vissute nel corsi di più di mezzo secolo. Per ogni singolo lavoro la discriminante è sempre la stessa: che sia realizzato da perfetti sconosciuti. Molte di queste immagini sono state recuperate grazie a donazioni, altre acquistate nei mercatini delle pulci di mezzo mondo. «Abbiamo ricevuto pacchi dagli Stati Uniti (da cui proviene il 70% del materiale, ndr), dall’Europa, ma anche dall’Africa e recentemente dalla Bolivia. Abbiamo anche alcune foto dal Giappone. La più vecchia di tutte è del 1941 e sta perdendo il suo colore originario. Tutte le volte che apriamo un pacco ci sentiamo come Indiana Jones davanti allo scrigno dei segreti», spiega Emmanuelle.

L’immagine, dopo la lettera e la parola, è diventata oggi l’elemento cardine della “grammatica” della nostra conoscenza. Per questo l’iniziativa dei due curatori, a metà strada fra l’arte e l’antropologia, ha un forte valore simbolico. «Non si tratta di analogico contro digitale: si tratta dell’incontro di due mondi, che unisce passato e presente», tiene a precisare Lee. «La digitalizzazione inoltre protegge gli originali più delicati. Il nostro è un progetto sulla luce: i colori sono così vivi che sembra di essere parte integrante delle foto, che assomigliano a dipinti in miniatura. E dobbiamo custodirli». Ognuna delle trecento fotografie del libro ci svela un pizzico di intimità dei protagonisti. C’è la ragazza in costume intero nero e cuffia arancione che timidamente si mette in posa in riva al mare e i bambini che fanno le smorfie prima della partita di baseball. C’è lui che si china per baciare lei durante una festa da ballo in uno scantinato e c’è lei, nella stessa immagine, che stringe i pugni per la tensione emotiva. C’è l’autoscatto (un tempo si chiamava così) fra colleghi di lavoro ripresi in pausa pranzo e il ritratto della vecchia zia inquadrata di sbieco mentre fuma la sigaretta e guida la limousine. I luoghi, le date, gli autori e i soggetti non hanno nome eppure ci parlano sempre di noi. Perché mostrano istanti che chiunque ha vissuto almeno una volta nella vita. Susan Sontag diceva che fotografare voleva dire “appropriarsi della cosa che si ritrae”. Sfogliando le 280 pagine del volume di Shulman si può vedere quanto è appartenuto ai soggetti ritratti. Si può anche vedere come è cambiata la moda o come si è evoluto il design; l’arredamento di una cucina o quello di una sala da pranzo. Ma si nota soprattutto ciò che è rimasto sempre inalterato: noi stessi. «Mi sono reso conto che ciò che un ragazzo faceva negli anni Quaranta, l’ho fatto io stesso negli anni Settanta e Ottanta», racconta Lee, «Ho scoperto che nulla, alla fine, è cambiato».

L’immagine, dopo la lettera e la parola, è diventata oggi l’elemento cardine della “grammatica” della nostra conoscenza. Forse è per questo che tutti i giorni, quasi sempre alla stessa ora, Shulman pubblica uno snapshot della sua sterminata raccolta sul profilo Instagram The Anonymous Photo Project. Quello del momento in cui sto scrivendo, per esempio, è del 1952 e mostra un’emozionatissima sposa davanti allo specchio accanto alla madre. Quasi la parafrasi perfetta della definizione che Henri Cartier-Bresson dava della fotografia, che era altro che «il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento».

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